Per la prima volta nella storia invocato l’art. 42 del Trattato di Lisbona

Dopo gli attentati terroristici di Parigi dello scorso 13 novembre rivendicati dallo Stato Islamico, la Francia ha iniziato i bombardamenti su Raqqa, città della Siria diventata roccaforte dell’ISIS. Il Presidente François Hollande si è inoltre appellato – per la prima volta nella storia data la situazione di emergenza – all’articolo 42.7 del Trattato di Lisbona per chiedere il sostegno degli altri paesi UE. Cosa prevede il Trattato? Cosa comporta per gli Stati?

L’art. 42.7 del Trattato di Lisbona

Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso. Ciò non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri. (art. 42.7 Trattato di Lisbona)

Le disposizioni del Trattato si basano sull’articolo 51 della Carta dell’ONU il quale a sua volta prevede:

Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale.

In sostanza il singolo Paese soggetto ad un attacco da parte di un terzo Stato, può attivare autonomamente azioni di controffensiva, fino a quando il Consiglio dell’ONU non istituirà provvedimenti volti a ristabilire l’equilibrio internazionale.

Cosa comporta per gli Stati?

Non avendo ad oggi un esercito europeo, i membri UE, volendo istituire una task-force per un intervento militare congiunto o sostegno ad uno Stato in difficoltà, necessitano di un accordo. Gli Stati europei hanno sottoscritto all’unanimità il supporto richiesto dalla Francia attivando la soprannominata clausola di difesa collettiva. Ogni Stato ha quindi l’obbligo di contribuire, secondo le proprie capacità, a favore di Parigi, data la straordinarietà degli eventi. L’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri Federica Mogherini ha specificato che tale decisione non comporta una missione di difesa comune ma solo un’assistenza bilaterale.

La Francia potrà chiedere agli Stati UE di contribuire a interventi militari che essa stessa sta portando avanti (ad esempio in Siria) o di partecipare ad azioni non armate. Le missioni possono consistere in: azioni congiunte in materia di disarmo, missioni umanitarie e di soccorso, di consulenza e assistenza in materia militare, di prevenzione dei conflitti e di mantenimento o ristabilimento della pace, nonché di stabilizzazione al termine dei conflitti; a tutte le tipologie di missioni l’UE può fare ricorso anche per contribuire alla lotta contro il terrorismo internazionale.

Per sapere con esattezza in quale modo ciascun membro fornirà il proprio sostegno e in quali termini, bisognerà aspettare l’incontro tra la Francia e gli altri governi nazionali, che presumibilmente si terrà nei prossimi giorni. La temporaneità e straordinarietà dei provvedimenti presi dall’UE in casi particolari come questo, mettono ancora una volta in luce come l’Unione nel suo complesso sia una sorta di nano politico nel panorama internazionale, frutto della scarsa volontà di andare oltre una pura unione economica. La domanda sorge spontanea: se non ci fosse stato l’art. 42.7, gli Stati membri si sarebbero attivati allo stesso modo di loro spontanea volontà?

 

Jennifer Murphy

Immigrazione: i limiti dell’Europa

Di fronte a queste morti annunciate nel mar Mediterraneo, molti si chiedono cosa bisogna fare per fronteggiare una situazione divenuta ormai incontrollata ed incontrollabile. L’assenza dell’Europa in questi tragici giorni è sulla bocca di tutti: perché l’Europa non c’è? Perché non interviene come dovrebbe?

L’assenza di un politica comune sull’immigrazione

Nonostante il Parlamento europeo con l’ultimo Trattato di Lisbona si sia ufficialmente impegnato per promuovere una politica comune sul tema dell’immigrazione, o quanto meno un’armonizzazione delle leggi vigenti ed una maggiore solidarietà, ad oggi i singoli Stati membri detengono autonomia in questo ambito. Difficile quindi puntare il dito contro Bruxelles data l’inesistenza di accordi in tal senso.

Un discorso a parte va però fatto per quanto riguarda l’immigrazione clandestina e coloro che giungono sulle coste del Mediterraneo col diritto di chiedere asilo in Europa. Non si tratta infatti di una questione puramente legale ma soprattutto morale. Spesso l’Europa viene accusata di essere troppo presente quando si tratta di economia o di diritto comunitario ed invece viene invocato a gran voce il suo intervento quando si tratta di questioni come quella degli sbarchi. Il punto è che l’UE dovrebbe essere presente e basta in ogni situazione prevista dagli accordi tra i membri che si tratti di economia, di agricoltura o di diritti umani. L’Unione si basa infatti sulla solidarietà tra Stati diversi ma accomunati da obiettivi comuni. Il mancato aiuto nei confronti dell’Italia si cela dietro a leggi esistenti ma ciò non giustifica l’indifferenza diffusa. Stiamo infatti parlando della stessa Unione europea vincitrice del Premio Nobel per la pace nel 2012. Se i suoi Paesi vogliono dimostrare la solidarietà sulla quale l’Unione stessa è nata non c’è momento migliore di questo.

Il Regolamento di Dublino II e Triton

Un vincolo posto alla questione immigrati è il così detto Regolamento di Dublino II. Successore della Convenzione di Dublino del 1990, definisce sostanzialmente che quando un immigrato irregolare richiedente asilo giunge in uno Stato membro sia questo stesso Stato a doversi occupare della sua richiesta, ospitandolo per tutta la durata della procedura. È evidente come un accordo di questo tipo ponga i Paesi più soggetti agli sbarchi (ad esempio Italia e Malta) in una condizione di squilibrio rispetto agli altri.

Tali elementi mostrano la presenza di buchi nel sistema già alla radice, questioni assolutamente da rivedere alla luce dei fatti accaduti. Le operazioni portate avanti in questi ultimi anni (Mare NostrumFrontex plus e Triton) non risolvono il problema alla fonte ma fungono da palliativi con un’azione legata ad un’emergenza mai risolta. Le falle di Triton erano palesi fin da subito: il dimezzamento dei fondi rispetto a Mare Nostrum, il ridotto numero di mezzi impegnati (navi, elicotteri, ecc..) e soprattutto l’adesione puramente volontaria degli Stati membri, mettono in luce un sistema fallimentare ed assolutamente inadeguato.

Si torna quindi sempre allo stesso punto: vogliamo più o meno Europa? Meglio fare da soli, come dicono alcuni, o l’Unione tutto sommato serve? Il cammino verso un’UE non solo economica ma soprattutto politica è stato frenato negli ultimi anni dalla crisi finanziaria, tale cammino andrebbe forse ripreso ora più che mai per costituire un’azione unitaria e solidale di fronte ad un problema destinato a ripresentarsi. Il dilemma rimane però lo stesso di sempre: gli Stati sono veramente disposti a cedere ulteriore sovranità ad un ente da molti riconosciuto come ostile? Fino ad adesso non sembra.

 

Jennifer Murphy