L’Europa a 5Stelle – Speciale elezioni 2018

Mancano poco più di tre settimane alle elezioni politiche italiane e ciascun partito è chiamato a presentare il proprio programma di governo. Tantissimi i temi sul piatto, dall’immigrazione alla disoccupazione, dalla povertà alle tasse. Tra gli argomenti uno dei più discussi è sicuramente l’Europa: più Europa? meno Europa? quale futuro vogliono i partiti italiani per l’Unione europea?

Il Movimento5Stelle nel suo «Programma per l’Italia scritto dagli italiani» ha incluso insieme agli altri un capitolo dedicato all’Europa inserendola nel sotto-punto della politica estera: «Un’Italia libera e sovrana amica di tutti i popoli» il motto scelto. Per i 5Stelle è l’euro il “nemico da combattere” con una revisione dei trattati e una “task force” dei paesi mediterranei capace di far sentire la propria voce nelle istituzioni europee. Un capitolo a parte è invece dedicato al tema dell’immigrazione. Con lo slogan «Immigrazione: obiettivo sbarchi zero» il Movimento mira a rendere obbligatorio e permanente il meccanismo di redistribuzione dei migranti con la presentazione delle domande di protezione internazionale direttamente dai Paesi d’origine.

Euro

Il Movimento che ha Luigi Di Maio come candidato premier ambisce a una «Europa senza austerità». L’elemento centrale del programma a 5Stelle per quanto riguarda l’Unione è la moneta unica. Di recente il Movimento ha cambiato la propria posizione in merito all’Euro rinunciando all’idea di abbandonare la moneta unica con un referendum ma ambendo ora a una sua profonda revisione. La moneta europea è infatti considerata dal movimento causa di «una situazione insostenibile. Siamo succubi di una moneta unica che rappresenta solamente un vincolo di cambi fissi tra economie troppo diverse» si legge nel programma.

Per il movimento Paesi come Germania e Olanda godrebbero di «una moneta sottovalutata per la loro economia» accumulando «surplus insostenibili». Dall’altra Italia, Spagna, Grecia, Francia e Portogallo, soffrirebbero «una moneta sopravvalutata per la loro economia» accumulando «deficit insostenibili». A causa di tale condizione tali Stati sarebbero «costretti a ridurre i salari e i diritti sociali attraverso le famose riforme e a svendere, privatizzare e tartassare i loro cittadini per reperire risorse».

Di questo passo – sempre secondo il movimento – l’Italia rischierebbe «di diventare produttrice di manodopera a basso costo per i paesi del Nord Europa, un “parco giochi” turistico per i ricchi Paesi del nord».

La proposta dei 5Stelle è quindi «una revisione radicale dei trattati, concordando soluzioni alternative all’euro». In particolare gli ormai ex grillini se eletti si faranno promotori di una «alleanza con i Paesi dell’Europa del sud in grado di dialogare con tutto il cosiddetto “Mediterraneo allargato”». L’obiettivo?  «Superare definitivamente le politiche di austerità e rigore legate alla moneta unica […] per ottenere una profonda riforma anche dell’Unione Europea».

Immigrazione

Per quanto riguarda l’immigrazione l’obiettivo principale dei 5Stelle è invece «scardinare il business degli scafisti e azzerare sbarchi e morti nel Mar Mediterraneo» rafforzando le «vie legali e sicure di accesso per raggiungere l’Europa». Come? Attraverso la «revisione del Regolamento di Dublino III che assegna gli oneri maggiori relativi all’esame delle domande di asilo e alle misure di accoglienza al primo Paese d’ingresso dell’Unione Europea».

Gli ex grillini ambiscono inoltre a rendere il meccanismo di redistribuzione dei migranti permanente e obbligatorio con «una equa corresponsabilità in casi di massicci flussi migratori». Tra i parametri che andrebbero tenuti in considerazione per la definizione delle quote «popolazione, PIL e tasso di disoccupazione» con «sanzioni per i Paesi che non rispettano gli accordi».

Infine, per quanto riguarda le domande di protezione internazionale, il Movimento5Stelle propone la «valutazione dell’ammissibilità delle domande nelle ambasciate e nei consolati nei Paesi di origine o di transito o nelle delegazioni dell’Unione europea presso i Paesi terzi, con il supporto delle Agenzie europee preposte».

Unioni civili: la Grecia e gli altri Stati UE

Oggi è una giornata storica per la Grecia. Questa volta l’economia e la crisi non centrano perché si parla di diritti civili. Il Parlamento ha infatti approvato la legge sul riconoscimento delle unioni civili per le coppie omosessuali promossa dal Governo di Alexis Tsipras. Vediamo in cosa consiste e la situazione negli altri Paesi europei.

La legge greca e gli altri Stati UE

La legge è stata approvata con larga maggioranza dal Parlamento ellenico nelle prime ore di oggi. Il provvedimento è stato sostenuto da Syriza, Pasok, Potami, Unione dei Centristi, da alcuni parlamentari di Greci Indipendenti e Nea Dimokratia. A votare contro i neonazisti di Alba Dorata e lo schieramento comunista. Con essa si risolvono tutti i problemi legati a eredità, reversibilità pensionistica e assistenza medica.

Unico neo rimane l’impossibilità di adozione per la quale forse si dovrà pazientare ancora un po’. Il Belgio ad esempio nel 2003 fu il secondo Stato al mondo a introdurre la legge per le unioni omosessuali vietando però l’adozione, salvo poi introdurre una modifica del 2006 che garantì anche tale diritto. In Grecia forte influenza in tal senso ha avuto la Chiesa Ortodossa. Guardando ad altri Stati europei si scopre che perfino la cattolicissima Irlanda nel maggio scorso ha promosso un referendum costituzionale per garantire le nozze gay ottenendo l’approvazione del 62% dei cittadini.

Un caso particolare è quello del piccolo Stato di Malta. Sull’Isola le unioni tra persone dello stesso sesso non sono consentite, ma vengono riconosciute quelle stipulate in un altro Paese. Se una coppia omossessuale di sposa per esempio in Portogallo e poi si trasferisce a Malta la loro unione verrà riconosciuta come valida (stessa regola vale per Israele).

Altro caso anomalo è quello della Slovenia. Nel marzo scorso il Parlamento ha approvato la legge che avrebbe consentito nozze e adozioni per le coppie gay. Tramite referendum abrogativo il popolo ha però deciso di non accettare questa nuova formula. Infatti il Paese già dal 2006 ha approvato una legge che garantisce le unioni civili e la possibilità di adozione da parte di coppie gay dei figli di uno dei o delle due partner. A garanzia di tali diritti tornerà quindi valida la legge precedentemente in vigore.

L’Italia

Il nostro Paese ad oggi rimane l’unico membro UE a non aver approvato alcuna legislazione in materia di unioni civili, ne tanto meno di adozioni o nozze tra omosessuali. A luglio la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la violazione dei diritti di tre coppie omosessuali di Trento, Milano e Lissone alle quali è stata vietata l’unione. La Ministra per le Riforme Costituzionali Maria Elena Boschi a settembre aveva garantito che entro l’anno la proposta di legge, tutt’ora al vaglio delle Camere, sarebbe stata approvata. Mancano pochi giorni alla fine del 2015 ma purtroppo la legge non è ancora divenuta tale. Il disegno di legge prevede l’introduzione sia delle unioni civili tra omosessuali (non dei matrimoni in chiesa) sia la possibilità di adozione da parte delle coppie.

Ora il Bel Paese non ha più scusanti. Può scegliere se rimanere l’unico a non riconoscere un diritto fondamentale delle persone, l’uguaglianza, oppure se continuare a violarlo.

 

Il voto in Catalogna e le spinte indipendentiste in Europa

Dopo il referendum tenuto in Catalogna nel novembre 2014 Artur Mas, leader  del partito centrista Convergenza Democratica di Catalogna (CDC), ha trasformato il voto regionale dello scorso 27 settembre in un nuovo plebiscito per l’indipendenza della regione più ricca della Spagna. In cosa consistono queste “prove di forza” che mettono in discussione il potere centrale? L’UE è a rischio?

Referendum indipendentisti in Europa

Nonostante in occasione del referendum del 2014 il popolo catalano si fosse dichiarato favorevole alla secessione da Madrid, la consultazione popolare non è stata riconosciuta come legale. Il voto per essere valido avrebbe dovuto coinvolgere tutta la Nazione e non solo una singola regione. Diverso il caso della Scozia, anch’essa andata al voto nel settembre 2014, chiedendo al popolo se volesse diventare uno Stato indipendente dalla Corona britannica. In quel caso il referendum era legittimo ma ad avere la meglio fu il fronte del NO.

Un discorso a parte quello da fare sul Regno Unito. Già da tempo il Primo Ministro britannico David Cameron ha annunciato la volontà di indire un referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione europea, tanto da farne il cavallo di battaglia della campagna elettorale che lo ha portato ad essere eletto per il secondo mandato. Entro il 2017 il popolo verrà chiamato alle urne e, ad oggi, i sondaggi evidenziano come i cittadini inglesi siano propensi verso l’uscita dall’UE.

I risultati in Catalogna

Durante la campagna elettorale Artur Mas ha più volte affermato il suo intendo di proclamare, qualora fosse stato eletto, una dichiarazione unilaterale d’indipendenza nei confronti del governo centrale di Madrid. Il 77% degli aventi diritto è andato al voto registrando un dato storico per l’affluenza. La lista di Mas Juntos Pel Sì ha ottenuto il 39,7% dei voti, non avendo conquistato la maggioranza assoluta il leader dovrà costituire un’alleanza con i secessionisti di sinistra della CUP. Intanto il Premier spagnolo Mariano Rajoy ha subito precisato di essere intenzionato a dichiarare l’illegalità della proposta secessionista, tanto da minacciare il commissariamento della Catalogna. Ad oggi è impossibile predire cosa accadrà, vedremo nei prossimi mesi se gli intenti di Mas verranno portati avanti o se subiranno uno stallo.

Artur Mas
Artur Mas

Conseguenze in Europa

Nel frattempo a livello europeo tutto tace (o quasi). La Commissione europea nei giorni precedenti il voto catalano ha emanato un comunicato controverso, scritto in due lingue (spagnolo ed inglese) in cui dava dichiarazioni contrastanti. In quello inglese il Presidente Jean-Claude Juncker dichiara che l’UE è superpartes, in quanto si tratta di dinamiche interne alla Spagna e quindi non di competenza dell’Unione. In quello spagnolo invece riconosce la valenza delle leggi nazionali spagnole, dichiarando di sostenere quelle politiche volte a garantire l’integrità dello Stato. Due dichiarazioni diverse tra loro, anche se poi la portavoce della Commissione Mina Andreeva ha precisato che ad avere validità sarebbe quella inglese.

In ogni caso, anche se si tratta di questioni di politica interna e non europee, l’UE in qualche modo deve fare i conti con la sfiducia dilagante considerata da molti la causa dello stallo europeo che impedirebbe la realizzazione di un’unione politica e non solo economica.

 

Jennifer Murphy

Le conseguenze del NO greco

Mentre lo spoglio delle schede del referendum tenuto in Grecia nella giornata di oggi è ancora in corso, cominciano ad arrivare i primi dati. Il fronte del NO (con circa il 60% dei voti) sembra avere un netto vantaggio sul SI ed il quorum è stato ampliamente raggiunto: il 65% degli aventi diritto si è recato alle urne. A quanto pare i greci hanno espresso il loro coraggio nell’affrontare una condizione talmente critica da non sapere più cosa gli riservi il futuro. Ora che ha vinto il NO cosa succederà?

Difficile dire con certezza cosa avverrà nelle prossime ore, è possibile solo fare delle ipotesi in attesa di decisioni definitive che coinvolgeranno i soliti noti: Alexis Tsipras, il ministro dell’economia greco Yanis Varoufakis, la Banca centrale europea (BCE), la Commissione europea ed il Fondo monetario internazionale (FMI).

Fin da subito il Primo ministro greco ha tenuto a specificare che il NO non sarebbe corrisposto all’uscita dall’UE, la così detta e temuta grexit. Per alcuni però l’ipotesi non è da escludere totalmente. A partire già da stasera Tsipras si riunirà con i rappresentanti delle banche elleniche per definire il piano d’azione da portare avanti con l’UE. Nella giornata di domani si terrà un incontro con le istituzioni europee per continuare i negoziati interrotti nei giorni precedenti il referendum. Tsipras non è intenzionato a chiedere all’Unione di “lasciare uscire” il Paese dall’euro ma piuttosto, forte della volontà del popolo, di spingere per il raggiungimento di un compromesso più favorevole per la Grecia. Ricordiamo infatti che il quesito referendario chiedeva se il popolo era disposto o meno ad accettare le imposizioni europee per il risanamento del debito e non se voleva l’uscita dall’euro/dall’Europa.

Mentre il popolo scende in piazza sventolando la bandiera come simbolo della (forse) ritrovata sovranità nazionale, nessuno può essere certo della reale rinascita greca. Se si legge tra le righe è evidente che il popolo chiede un cambiamento, ma dall’altra è talmente spaventato da correre agli sportelli bancomat per ritirare i 60 euro giornalieri consentiti dalle banche ormai chiuse da una settimana.

Impensabile che l’Europa chiuda le porte in faccia alla Grecia, sia perché verrebbe meno al principio di solidarietà (forse però mai del tutto affermato), sia perché non ha alcun interesse nel farlo. Qualsiasi sarà la decisione presa ora più che mai è giunto il momento di una svolta auspicata da tanti ma che non è detto arrivi. Probabilmente le trattative riprenderanno cercando un punto d’incontro anche momentaneo per evitare un vero default della Grecia che però di fatto è già in atto da tempo. I greci il loro bivio attraverso il voto l’hanno superato ora lo stesso bivio si ripropone all’Europa con uno Tsipras più agguerrito e criticato che mai.

 

Jennifer Murphy

Referendum M5S no euro: lo spot sul ritorno alla lira

Da qualche ora è comparso in internet il video che sta spopolando su tutti i social network: lo spot del Movimento 5 Stelle per promuovere il suo referendum no euro. Il protagonista dello spot è un giovane ragazzo che sogna un futuro più facile, dove la vita costa meno potendo uscire con la sua bella ragazza e spendere solo 12 mila lire per un aperitivo per due. Solo un sogno? No una realtà molto prossima secondo il movimento di Grillo invitando tutti i cittadini a contribuire alla rinascita dell’Italia firmando il referendum. Tutto molto facile se non fosse che il referendum, così come impostato, garantisca tutt’altro che una rapida uscita dalla moneta unica.

Per chi se lo fosse perso eccolo qui:

È giusto chiedere ai cittadini se vogliono uscire dall’euro?

Secondo molti la risposta dovrebbe essere SÌ e come dargli torto, alla fine il popolo è sovrano e può esprimersi contro o a favore di un argomento che lo riguarda. Altri però ricordano come i cittadini non possano essere chiamati in causa per ogni decisione presa dallo Stato, l’Italia si basa infatti su una democrazia rappresentativa e non una democrazia diretta. Tutta un’altra storia è illudere i cittadini che le firme siano portatrici di un cambiamento assicurato, dato il lunghissimo iter necessario e molto probabilmente destinato a finire nella carta straccia. Per chi fosse interessato ad approfondire natura e dinamiche del referendum no euro proposto dal M5S può cliccare QUI.

Lo spot: realtà o fantasia?

Che lo spot sia un mezzo per convincere le persone a votare e non un’esemplificazione di quella che potrà essere la nostra vita con la lira, credo sia chiaro, ma rischia comunque di trasmettere un messaggio sbagliato. Nella propaganda il ritorno alla lira viene accompagnato da una deflazione del 50%, il che risulta assolutamente un’invenzione al limite della “truffa”. Un euro viene cambiato con mille lire, l’esatto contrario di ciò che si dovrebbe auspicare cioè una svalutazione della moneta per favorire l’economia italiana.

Il ritorno alla lira come garanzia di una ritrovata sovranità

Ebbene alla base della volontà di uscire dall’euro spesso viene invocata la sovranità persa dagli Stati con l’adozione della moneta unica. È vero che l’avvento dell’euro ha portato ad una perdita di sovranità nell’ambito economico-monetario da parte degli Stati dell’eurozona, ma ad oggi i Paesi rimangono sovrani di tantissime politiche per la crescita economica. Un esempio può essere lo studio fatto sulla relazione tra crescita economica dei paesi con l’euro nel periodo 2008-12, ed il grado di sviluppo informatico della popolazione misurato con l’accesso alla rete. Emerge che i Paesi del Sud Europa (come Spagna, Italia e Portogallo) hanno un grado d’informatizzazione più basso registrando parallelamente una crescita più ridotta nel periodo recente. È risaputo come lo sviluppo tecnologico e la ricerca siano importanti mezzi per favorire la crescita economica e l’occupazione di un Paese. Non a caso gli Stati che puntano molto su questi campi sono quelli meno succubi della crisi e della disoccupazione.

L’euro non ha tolto la possibilità agli Stati di attivare politiche per la crescita come quella riportata nell’esempio, spesso purtroppo in Italia, come altrove, la sovranità non è usata nel migliore dei modi. La natura del problema va forse ricercata proprio lì.

 

Jennifer Murphy

Referendum no euro del Movimento 5 Stelle

Da quando il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo ha preso piede in Italia prima e in Europa poi, il tema dell’euro è sempre stato centrale nei comizi e sul suo blog. Il Movimento ha infatti da sempre sostenuto la necessità per l’Italia di uscire dall’eurozona in quanto comporterebbe un vincolo troppo grande e per di più non scelto dagli italiani mai interpellati in merito. Il 14 novembre il M5S ha presentato alla Corte di Cassazione  la proposta di una legge di iniziativa popolare per l’indizione di un referendum consultivo sull’euro. Ma in cosa consiste esattamente? Quali i passi per arrivare al referendum vero e proprio?

Il referendum consultivo

Per capire il cammino intrapreso dai grillini alla volta del ritorno alla valuta italiana, occorre fare un passo indietro. Quello proposto dal M5S è un referendum consultivo volto a chiedere agli italiani se vogliono tornare alla lira. Questo tipo di referendum non è però previsto dalla legge italiana, o meglio, per indire un referendum simile occorre preventivamente approvare una legge costituzionale ad hoc. Per l’approvazione di questo tipo di legge è necessario un processo ancora più lungo rispetto ad una legge “comune”.

Un caso simile si è avuto nel 1989 quando, il Movimento federalista europeo, ha indetto un referendum consultivo chiedendo agli italiani il consenso per delegare, all’allora Comunità europea, nuovi poteri trasformandola in una vera e propria Unione. Questa via è l’unica che il Movimento poteva scegliere in quanto la Costituzione vieta referendum abrogativi riguardo temi come i Trattati internazionali ed europei.

La raccolta firme

A metà novembre il Movimento ha presentato la proposta di una legge di iniziativa popolare per indire un referendum consultivo. Ora però, affinché tale proposta assuma validità, occorre accumulare entro 90 giorni dall’inizio della raccolta, 500 mila firme. Successivamente la Corte di Cassazione dovrà vagliarne la validità ed in seguito la Corte costituzionale dovrà approvarne il quesito depositato. Nei prossimi mesi sarà facile trovare nelle maggiori piazze italiane spazi dedicati alla raccolta firme, che però non sarà volta all’uscita dell’euro ma a rendere valida la proposta di referendum.

Dalla raccolta firme al Parlamento

La raccolta firme costituisce però solo il primo passo. Supponendo che vengano raccolte le adesioni necessarie e che le Corti di Cassazione e costituzionale convalidino l’iter, occorrerà poi l’approvazione da parte di Camera e Senato per l’adozione di una legge costituzionale che indica il referendum. Per fare ciò occorrerebbe una fortissima maggioranza in Parlamento a sostegno di questa causa, e attualmente non presente dato che, sia Forza Italia che Partito Democratico, sono assolutamente contrari all’uscita dall’euro.

Supponendo che PD e Forza Italia decidessero di assecondare il referendum approvando la legge e dando così la possibilità ai cittadini di esprimersi in merito, esso in ogni caso non vincolerebbe l’azione del Governo italiano. Trattandosi infatti di referendum consultivo (e non abrogativo), non vi è l’obbligo per gli organi competenti di attivarsi in tal senso. In sostanza, se gli italiani votassero a favore del ritorno alla lira, non è comunque detto che ciò accada perché l’ultima parola spetta alle istituzioni.

Il rischio è quindi che l’iniziativa grillina non porti i risultati attesi, in primis per la scelta del processo particolarmente lungo e di difficile attuazione, e per la mancanza di vincoli effettivi del referendum stesso.

 

Jennifer Murphy

Referendum indipendentista in Catalogna, di cosa si tratta e quali le conseguenze

Dopo il referendum tenutosi a settembre in Scozia, anche la Catalogna chiede ai propri cittadini di esprimersi circa la possibile secessione dallo Stato centrale. La natura e l’esito del referendum sono però molto differenti tra loro: la Scozia è e rimane parte della Gran Bretagna mente la Catalogna si è espressa a favore dell’indipendenza da Madrid. Cosa ha spinto i catalani ad indire il referendum e cosa comporta questo voto?

Cosa chiedeva il referendum

Il 9 novembre si è tenuta in Catalogna (e non nel resto della Spagna) la consultazione popolare che poneva agli elettori dai 16 anni in su i seguenti quesiti: Vuole che la Catalogna sia uno Stato? e In caso affermativo, vuole che questo Stato sia indipendente?. Più dell’80% degli votanti si è espresso a favore dell’indipendenza ma solo un terzo degli aventi diritto si è presentato alle urne.

Invalidità del referendum

Il basso tasso di affluenza secondo alcuni è legato all’invalidità del referendum stesso. A causa del mancato riconoscimento da parte del governo centrale spagnolo prima e dal Tribunale Costituzionale poi, il voto ha carattere puramente simbolico. La consultazione diretta è stata dichiarata incostituzionale in quanto la Carta spagnola prevede che votazioni simili vengano rivolte a tutti gli aventi diritto (in questo caso all’intero Stato) e non solo a parte di essi (i catalani). Affinché sia considerata valida andrebbe quindi riproposta a livello nazionale e non più locale, in questo caso però il risultato potrebbe essere diverso.

Perché la Catalogna vuole l’indipendenza

Occorre premettere che la Catalogna gode di particolare autonomia sancita da un primo Statuto risalente alla fine degli anni ‘70 ulteriormente rafforzato da un secondo nel 2006. Nonostante ciò ad oggi la regione non gode di autonomia fiscale dipendendo dal governo centrale che si occupa di redistribuire le risorse finanziarie. Quello economico è probabilmente il tema cardine della questione: la Catalogna è la regione più ricca della Spagna e spesso si è trovata, secondo le accuse di Artur Mas (Presidente del Governo della Catalogna), a dover pagare più di quanto dovuto per sostenere le regioni più povere. Inoltre Mas accusa il governo di non aver dato alla regione i finanziamenti promessi per lo sviluppo territoriale deludendo i catalani. In sostanza il popolo vorrebbe avere più libertà decisionale su temi come le politiche sociali e l’economia ma è anche fortemente radicato a valori culturali come la lingua catalana e le proprie tradizioni.

Artur Mas Presidente del Governo
Artur Mas Presidente del Governo della Catalogna

Conseguenze

Nonostante la sua invalidità il referendum può causare delle conseguenze non solo sulla scena nazionale ma anche a livello europeo provocando, secondo alcuni, una possibile ondata secessionista oltre confine. Le molteplici iniziative degli indipendentisti catalani hanno infatti trovato il sostegno anche di casa nostra con la Lega Nord, da anni promotrice di volontà secessioniste, che si è schierata dalla parte di Mas. Quando il popolo si mobilita alzando la voce ed esprimendosi in maniera così chiara non può non essere quanto meno ascoltato. Inevitabile sarà quindi un confronto tra il governo centrale e la regione che non intende sicuramente arrendersi e potrebbe in futuro proporre una consultazione più ampia e questa volta legittima.

 

Jennifer Murphy