L’Europa a 5Stelle – Speciale elezioni 2018

Mancano poco più di tre settimane alle elezioni politiche italiane e ciascun partito è chiamato a presentare il proprio programma di governo. Tantissimi i temi sul piatto, dall’immigrazione alla disoccupazione, dalla povertà alle tasse. Tra gli argomenti uno dei più discussi è sicuramente l’Europa: più Europa? meno Europa? quale futuro vogliono i partiti italiani per l’Unione europea?

Il Movimento5Stelle nel suo «Programma per l’Italia scritto dagli italiani» ha incluso insieme agli altri un capitolo dedicato all’Europa inserendola nel sotto-punto della politica estera: «Un’Italia libera e sovrana amica di tutti i popoli» il motto scelto. Per i 5Stelle è l’euro il “nemico da combattere” con una revisione dei trattati e una “task force” dei paesi mediterranei capace di far sentire la propria voce nelle istituzioni europee. Un capitolo a parte è invece dedicato al tema dell’immigrazione. Con lo slogan «Immigrazione: obiettivo sbarchi zero» il Movimento mira a rendere obbligatorio e permanente il meccanismo di redistribuzione dei migranti con la presentazione delle domande di protezione internazionale direttamente dai Paesi d’origine.

Euro

Il Movimento che ha Luigi Di Maio come candidato premier ambisce a una «Europa senza austerità». L’elemento centrale del programma a 5Stelle per quanto riguarda l’Unione è la moneta unica. Di recente il Movimento ha cambiato la propria posizione in merito all’Euro rinunciando all’idea di abbandonare la moneta unica con un referendum ma ambendo ora a una sua profonda revisione. La moneta europea è infatti considerata dal movimento causa di «una situazione insostenibile. Siamo succubi di una moneta unica che rappresenta solamente un vincolo di cambi fissi tra economie troppo diverse» si legge nel programma.

Per il movimento Paesi come Germania e Olanda godrebbero di «una moneta sottovalutata per la loro economia» accumulando «surplus insostenibili». Dall’altra Italia, Spagna, Grecia, Francia e Portogallo, soffrirebbero «una moneta sopravvalutata per la loro economia» accumulando «deficit insostenibili». A causa di tale condizione tali Stati sarebbero «costretti a ridurre i salari e i diritti sociali attraverso le famose riforme e a svendere, privatizzare e tartassare i loro cittadini per reperire risorse».

Di questo passo – sempre secondo il movimento – l’Italia rischierebbe «di diventare produttrice di manodopera a basso costo per i paesi del Nord Europa, un “parco giochi” turistico per i ricchi Paesi del nord».

La proposta dei 5Stelle è quindi «una revisione radicale dei trattati, concordando soluzioni alternative all’euro». In particolare gli ormai ex grillini se eletti si faranno promotori di una «alleanza con i Paesi dell’Europa del sud in grado di dialogare con tutto il cosiddetto “Mediterraneo allargato”». L’obiettivo?  «Superare definitivamente le politiche di austerità e rigore legate alla moneta unica […] per ottenere una profonda riforma anche dell’Unione Europea».

Immigrazione

Per quanto riguarda l’immigrazione l’obiettivo principale dei 5Stelle è invece «scardinare il business degli scafisti e azzerare sbarchi e morti nel Mar Mediterraneo» rafforzando le «vie legali e sicure di accesso per raggiungere l’Europa». Come? Attraverso la «revisione del Regolamento di Dublino III che assegna gli oneri maggiori relativi all’esame delle domande di asilo e alle misure di accoglienza al primo Paese d’ingresso dell’Unione Europea».

Gli ex grillini ambiscono inoltre a rendere il meccanismo di redistribuzione dei migranti permanente e obbligatorio con «una equa corresponsabilità in casi di massicci flussi migratori». Tra i parametri che andrebbero tenuti in considerazione per la definizione delle quote «popolazione, PIL e tasso di disoccupazione» con «sanzioni per i Paesi che non rispettano gli accordi».

Infine, per quanto riguarda le domande di protezione internazionale, il Movimento5Stelle propone la «valutazione dell’ammissibilità delle domande nelle ambasciate e nei consolati nei Paesi di origine o di transito o nelle delegazioni dell’Unione europea presso i Paesi terzi, con il supporto delle Agenzie europee preposte».

Immigrazione: nuovi accordi Turchia-UE

In vista del rafforzamento dei controllo sui confini esterni dell’UE, a metà ottobre la Commissione europea ha stipulato un accordo con la Turchia per una maggiore collaborazione nella gestione dei flussi migratori. Negli ultimi mesi si è infatti registrato un forte aumento di migranti che passano attraverso la Turchia per poi arrivare in Europa. In cosa consiste tale accordo? Quali le conseguenze per entrambe le parti?

Il punto sulla questione immigrazione

Il 25 ottobre 11 paesi europei si sono ancora una volta riuniti a Bruxelles per discutere la questione migranti. Ancora nulla di fatto sulle quote di ricollocamento. Fortemente discussa invece la questione della rotta balcanica, con i paesi dell’est ancora reticenti riguardo all’accoglienza dei migranti. Il rafforzamento di Frontex è il principale obiettivo dei 28 membri, con l’intenzione di trasformare l’Agenzia in un corpo europeo di guardia frontiera. Stando ai trattati attualmente in vigore, ogni stato membro è responsabile dei suoi confini esterni e Frontex costituisce un controllo addizionale.

La Slovenia denuncia la mancanza di controlli dei migranti di passaggio, coloro i quali passano attraverso un paese europeo per raggiungerne un altro. L’UE invita quindi gli stati ad effettuare le registrazioni anche di coloro che intendono unicamente transitare sul territorio interessato. Chi non si fa registrare non avrà possibilità di usufruire dei centri di accoglienza, il tutto volto a disincentivare gli spostamenti.

L’accordo con la Turchia

L’Unione europea ha recentemente stipulato un nuovo accordo con il governo di Ankara per un maggiore coordinamento sul tema immigrazione. Per i migranti la Turchia costituisce un paese di passaggio per arrivare in Europa. L’UE le chiede di accogliere un maggior numero di profughi riducendo così gli arrivi nei paesi europei. A late scopo ha garantito un sostegno economico di circa 3,5 miliardi euro al governo turco, soldi destinati alla creazione di nuovi centri d’accoglienza ed al soddisfacimento dei bisogni primari dei richiedenti asilo.

Recep Tayyip Erdoğan ha invece chiesto alla Commissione europea di accelerare il processo di liberalizzazione dei visti per consentire ai turchi di arrivare più facilmente in Europa. Il presidente Jean-Claude Junker ha però precisato che non ci saranno sferzate sul tema e ad oggi sono ancora valide le leggi vigenti. Lo scorso febbraio infatti UE e Turchia avevano già affrontato il tema ed il presidente della Commissione garantisce che in ogni caso se ne riparlerà a metà 2016.

Verso la riapertura dei dialoghi per l’adesione (?)

Il ritrovato dialogo tra le parti potrebbe portare ad un nuovo capitolo riguardo l’adesione del paese all’UE. Quest’ultima è infatti consapevole di quanto la Turchia possa “tornarle utile” nel controllo dei flussi migratori provenienti da est, anche se ad oggi non è mai stata invitata ad alcun vertice europeo sul tema. Dall’altra Ankara spinge – dopo un temporaneo stallo – affinché le trattative si riaprano, senza però trascurare i rapporti con il resto dell’Asia. Guarda infatti di buon occhio la possibile adesione al Gruppo di Shangai (composto da Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan) con l’intento di mantenere buoni rapporti anche coi vicini ad est, i quali però non sembrano così intenzionati ad aprirsi al suo ingresso.

Che si tratti di opportunismo politico o meno in ogni caso Unione europea e Turchia sono destinate ad intrattenere rapporti politico-economici. Non è ancora chiaro sotto quale forma, se attraverso semplici partenariati oppure puntando ad una vera e propria adesione. Qualora la scelta ricadesse su quest’ultima è evidente quanto la strada da fare sia ancora lunga.

 

Jennifer Murphy

Immigrazione: il tramonto delle quote e il nuovo piano UE

Lo scorso maggio, per far fronte alla questione sbarchi, la Commissione europea aveva proposto l’introduzione, anche se temporanea, di un meccanismo di quote stabilendo il numero di immigrati presenti sul territorio europeo che ciascuno Stato avrebbe dovuto accogliere. Pochi giorni fa il Consiglio Affari interni composto dai Ministri dell’Interno di ciascuno Stato membro, ha deciso di non approvare il meccanismo delle quote ma di stabilire una redistribuzione su base volontaria. Cosa significa? Quante persone accoglierà ciascun Paese?

Cosa prevede il nuovo piano

Il meccanismo delle quote presentato nei mesi scorsi prevedeva un sistema di redistribuzione delle persone già sbarcate in Grecia ed Italia basato su specifici parametri, definendo così il numero di immigrati che ciascun membro avrebbe dovuto accogliere sul proprio territorio. La solidarietà che molti auspicavano è però venuta meno col tramonto di questa iniziale prerogativa. Il nuovo piano approvato dai 28 Stati membri stabilisce un numero preciso di persone da destinare ai Paesi a partire da ottobre 2015, quantità però fissata su base volontaria cioè ciascun membro ha definito il numero a prescindere da parametri specifici (come PIL, numero di persone già accolte, livello di disoccupazione ecc. …). Questa scelta fa discutere evidenziando come sia venuta meno la solidarietà che dovrebbe contraddistinguere l’UE. Vero anche che nessuna norma europea o Trattato impone l’obbligo di redistribuzione dei migranti, anzi il Regolamento di Dublino obbliga lo Stato sul quale il migrante mette piede per la prima volta a doversi occupare delle richieste d’asilo ed assistenza.

Quante persone accoglierà ciascuno Stato

Per capire la distribuzione delle persone occorre premettere che ci si riferisce a due “tipologie” di immigrati: quelli già presenti sul territorio europeo e quelli attualmente confinati in campi profughi di Paesi terzi (come l’Africa) in attesa del riconoscimento dello status d’asilo. Ricordiamo inoltre che per immigrati e profughi si intende persone alle quali è stata riconosciuta la possibilità di risiedere in Europa, non sono clandestini. Alcuni Stati si sono autoesonerati dalla redistribuzione degli immigrati già sbarcati come Austria e Ungheria (quest’ultima non accoglierà nessuna tipologia) o Danimarca e Gran Bretagna (accoglieranno solo profughi di Paesi terzi). Per queste ultime è prevista la possibilità di farlo secondo la clausola opt-out, mentre l’Irlanda, pur potendo anch’essa ricorrere alla clausola, ha deciso di dare la propria disponibilità. Nella seguente tabella è quindi possibile vedere quante persone verranno accolte da ciascun Paese a seconda delle due “tipologie”. Oltre agli Stati dell’UE vi sono anche alcuni Paesi europei ma non membri dell’UE che hanno dato la propria disponibilità all’accoglienza (come Svizzera ed Islanda).

Paese Profughi attualmente in Paesi terzi Persone già presenti sul territorio europeo
Austria

Belgio

Bulgaria

Cipro

Croazia

Danimarca

Estonia

Finlandia

Germania

Irlanda

Lettonia

Lituania

Lussemburgo

Malta

Paesi Bassi

Polonia

Portogallo

Regno Unito

Repubblica Ceca

Romania

Slovacchia

Slovenia

Spagna

Svezia

Ungheria

Islanda

Liechtestein

Norvegia

Svizzera

1900

1100

50

49

150

1000

20

293

1600

520

50

70

10

14

1000

900

191

2200

400

80

100

20

1449

491

0

50

20

3200

519

0

1164

450

173

400

0

130

792

10000

600

200

255

120

60

2097

1100

1309

0

1100

1705

100

230

1300

1164

0

0

0

0

0

Totale 22.504 32.256

Jennifer Murphy

Blocco Schengen soluzione valida al problema immigrazione?

Da qualche settimana la questione sbarchi occupa le agende di tutt’Europa. Mentre l’Ungheria ha dichiarato l’intenzione di innalzare un muro al confine con la Serbia, sta creando scalpore il fatto che la Francia rimandi in Italia tutti coloro che cercano di attraversare illegalmente la frontiera. Tra le soluzioni maggiormente discusse a Bruxelles quella delle quote sull’immigrazione continua a tenere banco più delle altre. Altra proposta fatta soprattutto dai partiti di destra italiani ed europei è quella relativa al blocco degli Accordi di Schengen. In cosa consiste tale blocco? Costituirebbe davvero una soluzione definitiva o provvisoria all’emergenza in corso?

Gli Accordi di Schengen ed i controlli della Francia

Gli Accordi di Schengen, entrati in vigore nel 1995, garantiscono la libera circolazione dei cittadini all’interno degli Stati firmatari del Trattato (per maggiori informazioni circa gli Accordi vi rimando QUI). Tali Accordi garantiscono l’assenza di controlli doganali tra frontiere interne, cioè tra i firmatari del Trattato, e non si riferiscono alle frontiere esterne, delle quali invece deve occuparsi ogni singolo Stato con l’ausilio di Frontex. La sottoscrizione dell’Accordo non preclude però la possibilità per i Paesi di effettuare posti di blocco alle frontiere per vigilare chi entra e chi esce. È quindi erroneo sostenere che la Francia abbia sospeso Schengen per via dei serrati controlli attualmente in corso, sta solo applicando il proprio diritto di vigilanza certamente intensificato a seguito dei numerosi tentativi di oltrepassare il confine.

La circolazione degli extracomunitari nell’area Schengen

Un cittadino extracomunitario che giunge in uno Stato firmatario può circolare liberamente nell’area Schengen? La risposta è sì ma solo a determinate condizioni: deve avere ottenuto il permesso di soggiorno o risiedere regolarmente in tale Stato. Una volta ottenuti tali permessi, fino alla loro scadenza, potrà circolare liberamente nell’area Schengen. Coloro che giungono in Italia tramite i barconi hanno diritto di fare richiesta d’asilo politico e, come previsto dagli Accordi di Dublino, sarà il primo Stato sul quale l’immigrato mette piede a doversene occupare. Finché la sua richiesta non verrà vagliata non potrà uscire dal Paese. La Francia respinge coloro che non hanno ancora ottenuto il permesso di soggiorno o il diritto d’asilo in quanto, prima di consentirgli di lasciare l’Italia, deve aspettare il responso alla loro richiesta .

Il blocco di Schengen

Diversi partiti politici europei, tra cui la Lega Nord di Matteo Salvini e quello francese Front National di Marine Le Pen, chiedono a gran voce la sospensione di Schengen, sospensione che a loro dire garantirebbe un maggior controllo dei movimenti in Europa riuscendo ad individuare più facilmente chi non ha diritto d’asilo. Il blocco degli Accordi viene solitamente consentito per motivi di sicurezza come ad esempio la presenza sul territorio di importanti autorità politiche o in occasione di eventi straordinari come avvenuto in Italia per il G8 de L’Aquila del 2008 o in Francia a seguito degli attentati di Londra del 2005.

Il blocco di Schengen e la questione immigrati non sono però due elementi facilmente coniugabili. Pur garantendo un maggiore controllo e blocco di coloro che vogliono spostarsi illegalmente, costituirebbe al contempo uno svantaggio per tutti i cittadini europei che intendono viaggiare liberamente e legalmente da uno Stato all’altro. Un inasprimento dei controlli potrebbe essere una giusta via di mezzo per respingere coloro che non hanno diritto ad oltrepassare il confine italiano o per chi si trattiene nel territorio europeo oltre il periodo consentito. Un maggiore pattugliamento delle frontiere esterne costituirebbe un elemento aggiuntivo a garanzia di una sorveglianza più efficace affiancato da dialogo e scambio di informazioni tra gli Stati europei. La strategia attualmente più valida ma che al contempo trova più resistenza in Europa, è ancora una volta quella delle quote delle quali abbiamo già parlato in un precedente post ma che ad oggi non ha ancora trovato seguito.

 

Jennifer Murphy

Il fallimento del referendum in Lussemburgo

Nella giornata di ieri il popolo lussemburghese è stato chiamato al voto per un referendum promotore di quesiti abbastanza inusuali nel panorama europeo. Nonostante il Primo ministro Xavier Bettel (nella foto sopra) volesse apportare importanti cambiamenti alla Costituzione del Paese, il referendum non ha avuto l’esito desiderato. Vediamo di cosa si tratta.

I quesiti

Mentre la Gran Bretagna di Cameron mira a contrastare l’immigrazione, anche quella proveniente da Paesi europei, il Primo ministro del Lussemburgo ha fortemente voluto e sostenuto un referendum che, se fosse andato a buon fine, avrebbe reso il Paese tra i più innovativi nel panorama europeo dal punto di vista dei diritti degli stranieri. Il quesito che ha sicuramente destato più scalpore è infatti quello relativo alla concessione del diritto di voto agli stranieri residenti nel Paese da almeno 10 anni. Solo la metà della popolazione è infatti costituita da autoctoni, per questo motivo l’obiettivo del governo era quello di dare la possibilità anche a questi ultimi di votare alle elezioni nazionali (oltre a quelle europee ed amministrative come già avviene). Se il referendum fosse passato il Lussemburgo sarebbe stato il primo Paese europeo ad aver esteso il diritto di voto anche agli stranieri. Secondo gli oppositori, tra cui il partito dell’attuale Presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker, i cittadini dovrebbero prima acquisire la cittadinanza  e solo successivamente il diritto al voto.

Il secondo quesito riguardava invece l’estensione del diritto di voto ai sedicenni. Solo un votante su cinque ha dato il proprio consenso impendendo quindi al Lussemburgo di allinearsi all’Austria, unico Paese europeo nel quale attualmente è concesso il voto ai minori di 18 anni.

Il terzo ed ultimo quesito mirava a limitare a dieci anni la continuativa presenza di una stessa persona come membro del governo. Molto probabilmente se lo stesso quesito fosse stato posto in Italia il risultato sarebbe stato ben diverso. I lussemburghesi non sembrano temere la lunga permanenza al governo di una stessa figura di potere. Basti pensare che Juncker ha ricoperto la carica di Primo ministro del Granducato per ben diciotto anni consecutivi (dal 1995 al 2013), non sorprende quindi che anche questo quesito non abbia riscontrato particolare successo.

La volontà di Bettel di apportare importanti modifiche alla Costituzione è stata bloccata dalla bocciatura del suo popolo. Sicuramente non porrà però un freno alle volontà di innovazione e cambiamento delle quali il giovane Premier si è fatto da subito portavoce.

 

Jennifer Murphy

Le quote sull’immigrazione e l’opposizione degli Stati

L’immigrazione continua a tenere banco in Italia ma soprattutto in Europa. Dopo l’ennesima strage annunciata di migranti morti nelle acque del Mediterraneo, Bruxelles sembra essersi decisa a prendere in mano la situazione. Federica Mogherini, Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha preso le redini delle trattative stabilendo un piano d’azione che nei prossimi mesi verrà messo in atto. Motivo di un acceso dibattito è la così detta “questione quote” che ha messo in crisi le trattative ancora in corso. Cosa sono queste quote? Perché alcuni Stati vi si oppongono?

L’Agenda della Commissione europea e le quote di immigrati

Oltre ad un sostanziale aumento delle risorse destinate al pattugliamento delle coste europee, la lotta ai trafficanti di esseri umani attraverso un attacco diretto alla distruzione dei barconi pronti a partire dalle coste africane e disincentivare l’immigrazione irregolare, la Commissione ha deciso di introdurre le così dette quote sull’immigrazione. Si tratta di un meccanismo temporaneo di distribuzione degli immigranti presenti sul territorio europeo tra tutti gli Stati membri. Per fare ciò si è appellata per la prima volta nella storia all’articolo 78, paragrafo 3, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che mira ad aiutare uno o più Paesi interessati da un afflusso improvviso di migranti.

Criteri di ripartizione delle quote

Tale ripartizione riguarda due “tipologie” di immigrati: quelli già presenti sul territorio europeo (coloro che sono giunti tramite i barconi negli ultimi mesi e che hanno diritto d’Asilo), e quelli che attualmente vivono in cambi profughi nei loro paesi d’origine in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato da parte di Paesi europei.

Gli elementi tenuti in considerazione per la ripartizione sono: popolazione complessiva (40%), PIL (40%), tasso di disoccupazione (10%) e numero di rifugiati già accolti sul territorio nazionale (10%). Per quanto riguarda gli immigrati già presenti sul territorio europeo l’Italia, secondo questi criteri, dovrebbe ospitarne l’11,84% (terza dopo Germania e Francia rispettivamente col 18,42 e 14,17%). Il nostro Paese ha già raggiunto tale percentuale e quindi non dovrebbe accogliere altri immigrati. Per quanto riguarda coloro che sono in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato, secondo l’UE il numero si aggirerebbe intorno a 20 mila persona di cui il 9,94% sarebbe destinato all’Italia (circa 2000 persone andrebbero quindi ad aggiungersi a quelli già presenti sul territorio nazionale). Questi criteri sarebbero comunque temporanei ed entro la fine del 2015 è previsto l’inserimento di un sistema permanente di ricollocazione in situazioni di emergenza future.

Gli oppositori alle quote

Fin da subito Danimarca e Gran Bretagna si sono appellate alla clausola opt-out che gli consente di scegliere di non sottostare alle decisioni dell’UE su queste tematiche. Il Regno Unito ha inoltre dichiarato di essere contrario alle quote invitando a respingere gli immigrati invece di accoglierli. Il fronte dei noi si è presto allargato: Repubblica Ceca, Slovacchia, Paesi Baltici, Polonia, Francia e Spagna si sono dichiarati contrari a questi criteri oppure alle quote in generale sostenendo la necessità di risolvere il problema alla radice intervenendo in Libia. La Spagna ha giustificato la sua contrapposizione sostenendo che la distribuzione così pianificata non sarebbe equa. Il meccanismo, secondo il Paese, terrebbe troppo poco in considerazione il tasso di disoccupazione e gli sforzi già fatti per accogliere gli immigrati: il 10% sarebbe un valore troppo basso e questi due criteri dovrebbero assumere più rilevanza, il tasso di disoccupazione infatti è cruciale per definire la capacità o meno di uno Stato di garantire una corretta integrazione dei migranti.

Il Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz denuncia il subordinamento degli interessi dei profughi rispetto a quelli dei singoli Stati: “Adesso è visibile perché a Bruxelles vengono ostacolate le istituzioni comuni: è chiaro che alcuni Paesi membri seguono freddamente solo i propri interessi” ha dichiarato il tedesco. Questa proposta di “ricollocazione automatica” negli Stati membri dei richiedenti asilo dovrà essere approvata dal Consiglio europeo nella seduta di fine giugno, nel frattempo prenderà il via una lunga fase di negoziazione tra Stati che ancora una volta tendono a dimenticarsi la solidarietà sulla quale l’UE dovrebbe fondarsi.

 

Jennifer Murphy

Immigrazione: i limiti dell’Europa

Di fronte a queste morti annunciate nel mar Mediterraneo, molti si chiedono cosa bisogna fare per fronteggiare una situazione divenuta ormai incontrollata ed incontrollabile. L’assenza dell’Europa in questi tragici giorni è sulla bocca di tutti: perché l’Europa non c’è? Perché non interviene come dovrebbe?

L’assenza di un politica comune sull’immigrazione

Nonostante il Parlamento europeo con l’ultimo Trattato di Lisbona si sia ufficialmente impegnato per promuovere una politica comune sul tema dell’immigrazione, o quanto meno un’armonizzazione delle leggi vigenti ed una maggiore solidarietà, ad oggi i singoli Stati membri detengono autonomia in questo ambito. Difficile quindi puntare il dito contro Bruxelles data l’inesistenza di accordi in tal senso.

Un discorso a parte va però fatto per quanto riguarda l’immigrazione clandestina e coloro che giungono sulle coste del Mediterraneo col diritto di chiedere asilo in Europa. Non si tratta infatti di una questione puramente legale ma soprattutto morale. Spesso l’Europa viene accusata di essere troppo presente quando si tratta di economia o di diritto comunitario ed invece viene invocato a gran voce il suo intervento quando si tratta di questioni come quella degli sbarchi. Il punto è che l’UE dovrebbe essere presente e basta in ogni situazione prevista dagli accordi tra i membri che si tratti di economia, di agricoltura o di diritti umani. L’Unione si basa infatti sulla solidarietà tra Stati diversi ma accomunati da obiettivi comuni. Il mancato aiuto nei confronti dell’Italia si cela dietro a leggi esistenti ma ciò non giustifica l’indifferenza diffusa. Stiamo infatti parlando della stessa Unione europea vincitrice del Premio Nobel per la pace nel 2012. Se i suoi Paesi vogliono dimostrare la solidarietà sulla quale l’Unione stessa è nata non c’è momento migliore di questo.

Il Regolamento di Dublino II e Triton

Un vincolo posto alla questione immigrati è il così detto Regolamento di Dublino II. Successore della Convenzione di Dublino del 1990, definisce sostanzialmente che quando un immigrato irregolare richiedente asilo giunge in uno Stato membro sia questo stesso Stato a doversi occupare della sua richiesta, ospitandolo per tutta la durata della procedura. È evidente come un accordo di questo tipo ponga i Paesi più soggetti agli sbarchi (ad esempio Italia e Malta) in una condizione di squilibrio rispetto agli altri.

Tali elementi mostrano la presenza di buchi nel sistema già alla radice, questioni assolutamente da rivedere alla luce dei fatti accaduti. Le operazioni portate avanti in questi ultimi anni (Mare NostrumFrontex plus e Triton) non risolvono il problema alla fonte ma fungono da palliativi con un’azione legata ad un’emergenza mai risolta. Le falle di Triton erano palesi fin da subito: il dimezzamento dei fondi rispetto a Mare Nostrum, il ridotto numero di mezzi impegnati (navi, elicotteri, ecc..) e soprattutto l’adesione puramente volontaria degli Stati membri, mettono in luce un sistema fallimentare ed assolutamente inadeguato.

Si torna quindi sempre allo stesso punto: vogliamo più o meno Europa? Meglio fare da soli, come dicono alcuni, o l’Unione tutto sommato serve? Il cammino verso un’UE non solo economica ma soprattutto politica è stato frenato negli ultimi anni dalla crisi finanziaria, tale cammino andrebbe forse ripreso ora più che mai per costituire un’azione unitaria e solidale di fronte ad un problema destinato a ripresentarsi. Il dilemma rimane però lo stesso di sempre: gli Stati sono veramente disposti a cedere ulteriore sovranità ad un ente da molti riconosciuto come ostile? Fino ad adesso non sembra.

 

Jennifer Murphy

Due settimane per scoprire gli immigrati irregolari con Amberlight 2015

Amberlight 2015 è un’operazione europea attivata dalla Lettonia, attuale Paese di turno alla presidenza del Consiglio dell’Unione europea, con lo scopo di raccogliere dati circa l’immigrazione in Europa, ma soprattutto di “stanare” i così detti overstayers, persone che si trattengono negli Stati membri con permesso scaduto.

Obiettivo e durata dell’operazione

L’operazione Amberlight 2015 segue altre operazioni per lo più identiche avvenute negli anni passati, l’ultima, Mos Maiorum, era stata attivata proprio dall’Italia e ha consentito di espellere dall’UE quasi 20 mila immigrati irregolari. Amberlight, come dice la parola stessa, si propone di far luce su un fenomeno ritenuto particolarmente problematico, quello di coloro che si trattengono in Europa oltre i 90 giorni consentiti ai cittadini extracomunitari. Molti migranti ottengono infatti un visto turistico o lavorativo per arrivare nel Vecchio continente, una volta scaduto però non fanno rientro in patria ma rimangono in un Paese membro abusivamente.

Frontex ed i 28 Stati membri (su base volontaria) aderiranno all’iniziativa che durerà due settimane, dal 1° al 15 aprile 2015, periodo nel quale presumibilmente si concentrano molti viaggi in vista delle festività pasquali. I controlli avverranno proprio negli aeroporti, nelle stazioni, e probabilmente si estenderanno anche alle frontiere marittime. Coloro che tenteranno di spostarsi sia all’interno dell’UE sia verso paesi terzi con documenti contraffatti o permessi scaduti verranno fermati ed espulsi.

Critiche all’operazione

Come avvenuto per le operazioni precedenti anche nel caso di Amberlight le polemiche non si sono fatte attendere. Nel caso di Mos Maiorum molti avevano criticato il periodo scelto per iniziare l’operazione, appena dieci giorni dopo il tragico naufragio del barcone di Lampedusa nell’ottobre 2013. L’accusa mossa nei confronti di Amberlight è invece quella di essere poco efficace e di celare i propri intenti.

Da qualche anno infatti la Commissione europea ha attivato un pacchetto di iniziative chiamato “Frontiere intelligenti” volto a favorire la mobilità e la sicurezza tra UE e paesi terzi ed Amberlight rientra in questo progetto. Il dubbio di molti sta nelle modalità di esecuzione: difficile pensare che un soggiornante fuori termine si rechi in questo periodo presso un aeroporto consapevole dei controlli in atto correndo quindi il rischio di essere scoperto. Le critiche arrivano anche sul fronte privacy: è risaputo infatti che l’UE punta a costituire un vero e proprio database per controllare gli spostamenti dei cittadini ed arginare il fenomeno degli overstayers e del terrorismo, ma molti non accettano questo eccessivo controllo sulle loro vite.

Che l’operazione presenti numerose lacune è evidente, pretendere però più sicurezza e controllo su coloro che arrivano e viaggiano in Europa ma al contempo rifiutare i controlli stessi perché violano la privacy, costituisce un bel paradosso.

 

Jennifer Murphy

 

Nuovi accordi UE-Turchia sull’immigrazione

Mario Borghezio, europarlamentare aderente al gruppo dei NI cioè i non iscritti ed esponente della Lega Nord, negli scorsi giorni ha dichiarato la sua preoccupazione alla Commissione europea circa la firma dei nuovi accordi sull’immigrazione tra Turchia e Unione europea. Secondo il leghista tali patti e quelli futuri metterebbero in serio pericolo l’Europa intera per l’accesso facilitato dei foreign fighter (combattenti dell’ISIS o di altre organizzazioni terroristiche). Da anni la Turchia si prodiga per entrare a far parte dell’UE e con gli Accordi di Ankara i suoi propositi si sono via via sempre più realizzati, ma ad oggi rimane un Paese candidato all’ingresso nell’UE e non un membro effettivo. Cosa cambia con questi accordi? Costituiscono realmente un rischio per i paesi europei o al contrario portano loro dei vantaggi?

La politica Europea sui visti e la loro liberalizzazione

L’attuale legislazione europea prevede che ai cittadini stranieri che si recano nello spazio Schengen e soggetti all’obbligo del visto (tra questi anche i cittadini turchi) venga rilasciato un visto comune Schengen. Esso permette la libera circolazione in tutto lo spazio Schengen durante il suo periodo di validità. Tale periodo non può superare i 90 giorni (regolamento UE n. 539/2001).

La maggiore preoccupazione di Borghezio, ma anche di altri politici europei di spicco, è la possibile liberalizzazione dei visti per accedere dalla Turchia all’Europa con estrema facilità. È quello a cui il Paese punta da molti anni ma tale libertà non gli è mai stata concessa dall’UE e nemmeno ora con l’accordo di riammissione.

Ultimi accordi tra UE e Turchia sull’immigrazione

Dal 2002 tra le due potenze sono iniziate le negoziazioni su un possibile accordo di riammissione delle persone in posizione irregolare giunte in Europa tramite la Turchia, cioè tutti coloro i quali varcano le frontiere europee clandestinamente. Grazie alla firma di questi accordi il Paese si impegna nei confronti dell’UE a riammettere sul proprio territorio tali persone, accordi che non riguardano però i rifugiati protetti dalla Convenzione di Ginevra. La deputata tedesca Renate Sommer (Partito Popolare Europeo-PPE) si dichiara fiduciosa nei confronti della Turchia, sottolineando come questi accordi costituiscano un’ulteriore salvaguardia per i paesi europei dall’immigrazione clandestina in quanto aumentano i controlli presso le frontiere turche.

Per anni la Turchia aveva rifiutato di collaborare con l’UE su questa materia ma ora avrebbe cambiato idea con la prospettiva di una possibile liberalizzazione dei visti, privilegio già concesso a cittadini non europei come serbi e macedoni. “Il futuro della liberalizzazione dipende ora dalla maniera in cui la Turchia implementerà l’accordo” afferma Sommer senza sbilanciarsi troppo in merito.

L’accordo prevede un sostegno tecnico e finanziario fornito dall’UE per consentire una migliore sorveglianza delle frontiere turche con la Grecia ma anche con Siria, Iran e Iraq. Se ben implementato tale accordo si prospetta vantaggioso per i paesi europei, è “politicamente normale” che la Turchia chieda qualcosa in cambio ma non è detto che alla fine l’ottenga. È nell’interesse del Paese agire a favore dell’Unione dato il suo decennale impegno per l’ingresso in Europa, ed in un periodo dove la minaccia dell’ISIS si fa sempre più reale, i paesi europei sono pronti a stringere alleanze che per alcuni possono sembrare scomode. Per entrare in vigore l’accordo di riammissione deve ora ottenere la ratifica formale dall’Unione europea e dalla Turchia.

 

Jennifer Murphy

Le proposte di Cameron per limitare l’immigrazione nel Regno Unito

Da quando ha iniziato il suo mandato nel 2010 come primo ministro britannico, David Cameron ha sempre parlato in maniera più o meno critica dell’Unione europea. Nelle scorse settimane, forte anche della vittoria alle elezioni europee del partito euroscettico UKIP di Nigel Farage, è ritornato sul tema dell’immigrazione nell’UE auspicando un cambio di rotta nelle politiche affinché la Gran Bretagna “venga messa al primo posto”. Ma in cosa consistono le proposte di Cameron? Come risponde l’Unione a tali intenzioni?

L’immigrazione nel Regno Unito

Pur ammettendo l’utilità degli immigrati, soprattutto per lavori altamente qualificati, Cameron sostiene che il numero di cittadini europei che decidono di vivere in Gran Bretagna sia troppo alto, il più alto mai registrato in periodo di pace. I dati evidenziano infatti che il Regno Unito sia attualmente il paese europeo che attrae il maggior numero di persone altamente qualificate: più del 60% dei migranti ha una laurea contro il 24% dei lavoratori nati in Gran Bretagna. Come evidenziato dal Sole 24 Ore, per creare lo stesso livello di capitale umano il Regno Unito dovrebbe spendere quasi 7 miliardi di sterline per istruire i propri cittadini, di conseguenza può solo trarre guadagno da migrazioni che gli garantiscono una più rapida ripresa economica ed un mercato del lavoro flessibile.

L’obiettivo di Cameron

Lo scopo del primo ministro è quello di limitare il flusso di immigrati europei verso il Paese, per raggiungerlo auspica una revisione dei Trattati europei che garantiscono la libera circolazione dei lavoratori nei paesi membri. Qualora l’UE non dovesse prendere in seria considerazione tali richieste, Cameron non esclude la possibile uscita del Regno Unito dall’Unione.

Le politiche proposte da Cameron

Molti dei lavoratori che giungono nel Paese mirano unicamente a usufruire dei sussidi di disoccupazione, denuncia Cameron, e non tanto a fornire un contributo al mercato del lavoro. “Non ci si può aspettare di venire in Gran Bretagna e ottenere qualcosa in cambio di nulla” dice il premier che, secondo alcuni, attraverso queste affermazioni mira ad attirare consensi in vista delle prossime elezioni del maggio 2015. Ricordando che si sta parlando di cittadini europei e non extra comunitari, ecco quali sono le proposte di Cameron:

  • Un sistema di welfare più rigido che non conceda sussidi di disoccupazione ad immigrati che non hanno lavorato almeno 4 anni nel Regno Unito
  • No ad assegni di sostegno al reddito per immigrati in cerca di lavoro
  • Possibilità di accesso all’edilizia popolare solo dopo 4 anni di residenza
  • Rimpatrio per chi è senza lavoro da 6 mesi
  • Impedire ai cittadini provenienti da paesi appena entrati nell’UE di risiedere in Gran Bretagna fino a quando l’economia dello Stato di provenienza non si avvicini a quella degli altri membri

La risposta europea

Il portavoce della Commissione europea Jonathan Todd afferma che la libera circolazione dei lavoratori sia uno dei principi fondamentali dell’UE e del mercato unico. Qualora tali proposte venissero effettivamente messe al vaglio della Commissione ne verrà valutata l’ammissibilità, sicuramente però a Bruxelles non piacciono. Alcuni evidenziano come le tesi di Cameron trovino poco riscontro: i sussidi di disoccupazione ad esempio non vengono pagati dalla Gran Bretagna ma dal Paese di provenienza del migrante, inoltre risulta che nella maggioranza dei casi gli immigrati-lavoratori contribuiscono al sistema di welfare del Paese che gli accoglie attraverso il versamento delle tasse.

 

Jennifer Murphy