Unioni civili: la Grecia e gli altri Stati UE

Oggi è una giornata storica per la Grecia. Questa volta l’economia e la crisi non centrano perché si parla di diritti civili. Il Parlamento ha infatti approvato la legge sul riconoscimento delle unioni civili per le coppie omosessuali promossa dal Governo di Alexis Tsipras. Vediamo in cosa consiste e la situazione negli altri Paesi europei.

La legge greca e gli altri Stati UE

La legge è stata approvata con larga maggioranza dal Parlamento ellenico nelle prime ore di oggi. Il provvedimento è stato sostenuto da Syriza, Pasok, Potami, Unione dei Centristi, da alcuni parlamentari di Greci Indipendenti e Nea Dimokratia. A votare contro i neonazisti di Alba Dorata e lo schieramento comunista. Con essa si risolvono tutti i problemi legati a eredità, reversibilità pensionistica e assistenza medica.

Unico neo rimane l’impossibilità di adozione per la quale forse si dovrà pazientare ancora un po’. Il Belgio ad esempio nel 2003 fu il secondo Stato al mondo a introdurre la legge per le unioni omosessuali vietando però l’adozione, salvo poi introdurre una modifica del 2006 che garantì anche tale diritto. In Grecia forte influenza in tal senso ha avuto la Chiesa Ortodossa. Guardando ad altri Stati europei si scopre che perfino la cattolicissima Irlanda nel maggio scorso ha promosso un referendum costituzionale per garantire le nozze gay ottenendo l’approvazione del 62% dei cittadini.

Un caso particolare è quello del piccolo Stato di Malta. Sull’Isola le unioni tra persone dello stesso sesso non sono consentite, ma vengono riconosciute quelle stipulate in un altro Paese. Se una coppia omossessuale di sposa per esempio in Portogallo e poi si trasferisce a Malta la loro unione verrà riconosciuta come valida (stessa regola vale per Israele).

Altro caso anomalo è quello della Slovenia. Nel marzo scorso il Parlamento ha approvato la legge che avrebbe consentito nozze e adozioni per le coppie gay. Tramite referendum abrogativo il popolo ha però deciso di non accettare questa nuova formula. Infatti il Paese già dal 2006 ha approvato una legge che garantisce le unioni civili e la possibilità di adozione da parte di coppie gay dei figli di uno dei o delle due partner. A garanzia di tali diritti tornerà quindi valida la legge precedentemente in vigore.

L’Italia

Il nostro Paese ad oggi rimane l’unico membro UE a non aver approvato alcuna legislazione in materia di unioni civili, ne tanto meno di adozioni o nozze tra omosessuali. A luglio la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la violazione dei diritti di tre coppie omosessuali di Trento, Milano e Lissone alle quali è stata vietata l’unione. La Ministra per le Riforme Costituzionali Maria Elena Boschi a settembre aveva garantito che entro l’anno la proposta di legge, tutt’ora al vaglio delle Camere, sarebbe stata approvata. Mancano pochi giorni alla fine del 2015 ma purtroppo la legge non è ancora divenuta tale. Il disegno di legge prevede l’introduzione sia delle unioni civili tra omosessuali (non dei matrimoni in chiesa) sia la possibilità di adozione da parte delle coppie.

Ora il Bel Paese non ha più scusanti. Può scegliere se rimanere l’unico a non riconoscere un diritto fondamentale delle persone, l’uguaglianza, oppure se continuare a violarlo.

 

Un’eurotassa per scongiurare crisi future

Negli ultimi giorni a Bruxelles si sta affrontando un argomento scottante ma che potrebbe costituire una svolta epocale in senso europeista. Stiamo parlando della già rinominata eurotassa. Un gruppo di illustri economisti e politici stanno infatti elaborando un nuovo progetto volto a garantire maggiore stabilità per l’Unione europea dopo il superamento dei rischi legati alla Grexit. Di cosa si tratta? Quali le conseguenze per i Paesi interessati?

Chi compone il gruppo e quali gli obiettivi?

Come sostenuto da molti economisti e studiosi il problema fondamentale dell’UE e dell’euro è la presenza di un’unione economica ma l’assenza di quella politica su modello statunitense, tanto voluta dai Padri fondatori come Alcide De Gasperi. Di questo si parla da anni e ancora di più a seguito della profonda crisi greca che ha messo in seria discussione l’Unione intera. Pochi giorni fa in un articolo il Der Spiegel (noto giornale tedesco) ha “svelato” l’esistenza di una speciale commissione presieduta da Mario Monti e composta, tra gli altri, dal Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble e dal Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Compito di questo gruppo creato ad hoc sarebbe quello di elaborare una sorta di tassa europea per finanziare un fondo comune volto a fronteggiare eventuali condizioni di instabilità economica o crisi finanziaria.

Partedo da sinistra:  Juncker, Schaeuble, Monti
Partedo da sinistra: Jean-Claude Juncker, Schaeuble, Mario Monti

 

Da dove arriveranno i soldi e chi li gestirà?

Essendo il tutto in fase di elaborazione le informazioni sono ancora abbastanza incerte. Due sarebbero le possibili alternative di finanziamento: la prima prevede che gli Stati dell’eurozona (o forse anche gli altri membri UE ancora non è definito) versino parte delle entrate raccolte con IVA ed IRPEF in uno speciale fondo (senza che i cittadini versino un’ulteriore tassa, in sostanza neanche se ne accorgerebbero); la seconda opzione prevede invece una tassa addizionale rispetto a quelle già esistenti. Per gestire questo fondo e quindi le entrate ed uscite verrebbe introdotta una nuova figura una sorta di Ministro delle Finanze europeo.

Conseguenze per l’UE

Ancora prima che le informazioni siano chiare e soprattutto definitive, molti hanno criticato aspramente l’intenzione dell’Unione europea di chiedere agli Stati di cedere parte della propria sovranità in un campo che ad oggi è totalmente in mani nazionali. Altri hanno puntato il dito contro la Germania accusata di voler ancora una volta “rubare l’autonomia” degli altri Paesi, ma a gran sorpresa la stessa Angela Merkel non sarebbe del tutto sicura di voler proporre un simile passo al suo popolo. Sicuramente se si andasse verso questa strada sarebbe una svolta epocale per l’Europa che per anni non ha fatto passi avanti per garantire maggiore stabilità rimanendo in una sorta di limbo. Ancora una volta occorre capire se gli Stati sono effettivamente pronti a cedere ulteriore sovranità ad un’entità vista spesso come ostile.

 

Jennifer Murphy

Immigrazione: il tramonto delle quote e il nuovo piano UE

Lo scorso maggio, per far fronte alla questione sbarchi, la Commissione europea aveva proposto l’introduzione, anche se temporanea, di un meccanismo di quote stabilendo il numero di immigrati presenti sul territorio europeo che ciascuno Stato avrebbe dovuto accogliere. Pochi giorni fa il Consiglio Affari interni composto dai Ministri dell’Interno di ciascuno Stato membro, ha deciso di non approvare il meccanismo delle quote ma di stabilire una redistribuzione su base volontaria. Cosa significa? Quante persone accoglierà ciascun Paese?

Cosa prevede il nuovo piano

Il meccanismo delle quote presentato nei mesi scorsi prevedeva un sistema di redistribuzione delle persone già sbarcate in Grecia ed Italia basato su specifici parametri, definendo così il numero di immigrati che ciascun membro avrebbe dovuto accogliere sul proprio territorio. La solidarietà che molti auspicavano è però venuta meno col tramonto di questa iniziale prerogativa. Il nuovo piano approvato dai 28 Stati membri stabilisce un numero preciso di persone da destinare ai Paesi a partire da ottobre 2015, quantità però fissata su base volontaria cioè ciascun membro ha definito il numero a prescindere da parametri specifici (come PIL, numero di persone già accolte, livello di disoccupazione ecc. …). Questa scelta fa discutere evidenziando come sia venuta meno la solidarietà che dovrebbe contraddistinguere l’UE. Vero anche che nessuna norma europea o Trattato impone l’obbligo di redistribuzione dei migranti, anzi il Regolamento di Dublino obbliga lo Stato sul quale il migrante mette piede per la prima volta a doversi occupare delle richieste d’asilo ed assistenza.

Quante persone accoglierà ciascuno Stato

Per capire la distribuzione delle persone occorre premettere che ci si riferisce a due “tipologie” di immigrati: quelli già presenti sul territorio europeo e quelli attualmente confinati in campi profughi di Paesi terzi (come l’Africa) in attesa del riconoscimento dello status d’asilo. Ricordiamo inoltre che per immigrati e profughi si intende persone alle quali è stata riconosciuta la possibilità di risiedere in Europa, non sono clandestini. Alcuni Stati si sono autoesonerati dalla redistribuzione degli immigrati già sbarcati come Austria e Ungheria (quest’ultima non accoglierà nessuna tipologia) o Danimarca e Gran Bretagna (accoglieranno solo profughi di Paesi terzi). Per queste ultime è prevista la possibilità di farlo secondo la clausola opt-out, mentre l’Irlanda, pur potendo anch’essa ricorrere alla clausola, ha deciso di dare la propria disponibilità. Nella seguente tabella è quindi possibile vedere quante persone verranno accolte da ciascun Paese a seconda delle due “tipologie”. Oltre agli Stati dell’UE vi sono anche alcuni Paesi europei ma non membri dell’UE che hanno dato la propria disponibilità all’accoglienza (come Svizzera ed Islanda).

Paese Profughi attualmente in Paesi terzi Persone già presenti sul territorio europeo
Austria

Belgio

Bulgaria

Cipro

Croazia

Danimarca

Estonia

Finlandia

Germania

Irlanda

Lettonia

Lituania

Lussemburgo

Malta

Paesi Bassi

Polonia

Portogallo

Regno Unito

Repubblica Ceca

Romania

Slovacchia

Slovenia

Spagna

Svezia

Ungheria

Islanda

Liechtestein

Norvegia

Svizzera

1900

1100

50

49

150

1000

20

293

1600

520

50

70

10

14

1000

900

191

2200

400

80

100

20

1449

491

0

50

20

3200

519

0

1164

450

173

400

0

130

792

10000

600

200

255

120

60

2097

1100

1309

0

1100

1705

100

230

1300

1164

0

0

0

0

0

Totale 22.504 32.256

Jennifer Murphy

Cos’è il Fondo salva Stati fornitore di liquidità per la Grecia?

Nelle ultime ore la questione greca sembra aver subito uno stallo ma solo apparente. La liquidità delle banche sta per finire e per questo, nell’incontro tenuto a Bruxelles nella giornata di oggi, il Primo ministro greco Alexis Tsipras, forte del risultato del referendum, chiede un nuovo prestito-ponte al Fondo salva Stati, senza però portare un nuovo programma davanti ai ministri dell’economia dell’UE. Cos’è il Fondo salva Stati? Come funziona e da dove arrivano i soldi prestati alla Grecia?

Cos’è il Fondo salva Stati

L’European Stability Mechanism (ESM), chiamato anche Meccanismo europeo di stabilità (MES) o Fondo salva Stati, è un’organizzazione intergovernativa istituita dall’Unione europea ed entrata in vigore nel 2012. L’ESM, la cui sede si trova a Lussemburgo, nasce per fronteggiare la grave crisi economica che ha colpito diversi Paesi europei a partire dal 2011 (in particolare Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna). Prima di allora non era infatti previsto alcun meccanismo di sostentamento. Dopo l’attivazione di una serie di fondi provvisori il Fondo salva Stati ha assunto carattere permanente attraverso una modifica del Trattato di Lisbona.

Chi gestisce l’ESM

Il Fondo è gestito dal Consiglio dei governatori composto da ciascun ministro dell’economia di ogni Stato membro dell’eurozona (19 Stati), dal Consiglio di amministrazione (eletto dal Consiglio dei governatori), dal Direttore generale (il tedesco Klaus Regling), dal Presidente della Banca centrale europea-BCE (l’italiano Mario Draghi) e dal Commissario per gli Affari economici dell’UE (il francese Pierre Moscovici) che però svolgono il ruolo di osservatori (non hanno cioè diritto di voto).

Cosa fa l’ESM

L’European Stability Mechanism presta soldi agli Stati in grave crisi finanziaria previa una formale richiesta. Per la restituzione del debito è previsto un tasso di interesse agevolato ma in cambio vengono richieste delle riforme al Paese beneficiario, sostanzialmente di tipo macroeconomico. Uno Stato beneficiario che non rispetta le condizioni del Fondo o che ritarda il pagamento del debito può essere soggetto a sanzioni. I soldi prestati dall’ESM vengono forniti dagli altri Stati membri: la Germania contribuisce con una quota del 27% (circa 22 miliardi di euro), la Francia col 20%, l’Italia col 17% (dati approssimativi) e via via tutti gli altri. La quota dei singoli Stati membri nel finanziamento si basa sulla singola quota di capitale nella BCE.

Il prestito alla Grecia

La Grecia è il Paese europeo che ha maggiormente usufruito dell’ESM: tra il primo ed il secondo piano di aiuti Atene ha ricevuto dall’UE e dal Fondo monetario internazionale (FMI) in totale circa 300 miliardi di euro che dovrà restituire con un tasso di interesse piuttosto favorevole pari al 3% fino al 2020. Oggi Atene si è presentata all’eurogruppo chiedendo un ulteriore prestito pari a 7 miliardi di euro per far fronte alla grave condizione in cui si trova il Paese, non ha però ancora proposto il piano di risanamento del debito che tutti aspettavano. Nelle prossime ore l’Europa dovrebbe decidere se fornire altra liquidità alla Grecia o chiudere i rubinetti definitivamente.

 

Jennifer Murphy

Le conseguenze del NO greco

Mentre lo spoglio delle schede del referendum tenuto in Grecia nella giornata di oggi è ancora in corso, cominciano ad arrivare i primi dati. Il fronte del NO (con circa il 60% dei voti) sembra avere un netto vantaggio sul SI ed il quorum è stato ampliamente raggiunto: il 65% degli aventi diritto si è recato alle urne. A quanto pare i greci hanno espresso il loro coraggio nell’affrontare una condizione talmente critica da non sapere più cosa gli riservi il futuro. Ora che ha vinto il NO cosa succederà?

Difficile dire con certezza cosa avverrà nelle prossime ore, è possibile solo fare delle ipotesi in attesa di decisioni definitive che coinvolgeranno i soliti noti: Alexis Tsipras, il ministro dell’economia greco Yanis Varoufakis, la Banca centrale europea (BCE), la Commissione europea ed il Fondo monetario internazionale (FMI).

Fin da subito il Primo ministro greco ha tenuto a specificare che il NO non sarebbe corrisposto all’uscita dall’UE, la così detta e temuta grexit. Per alcuni però l’ipotesi non è da escludere totalmente. A partire già da stasera Tsipras si riunirà con i rappresentanti delle banche elleniche per definire il piano d’azione da portare avanti con l’UE. Nella giornata di domani si terrà un incontro con le istituzioni europee per continuare i negoziati interrotti nei giorni precedenti il referendum. Tsipras non è intenzionato a chiedere all’Unione di “lasciare uscire” il Paese dall’euro ma piuttosto, forte della volontà del popolo, di spingere per il raggiungimento di un compromesso più favorevole per la Grecia. Ricordiamo infatti che il quesito referendario chiedeva se il popolo era disposto o meno ad accettare le imposizioni europee per il risanamento del debito e non se voleva l’uscita dall’euro/dall’Europa.

Mentre il popolo scende in piazza sventolando la bandiera come simbolo della (forse) ritrovata sovranità nazionale, nessuno può essere certo della reale rinascita greca. Se si legge tra le righe è evidente che il popolo chiede un cambiamento, ma dall’altra è talmente spaventato da correre agli sportelli bancomat per ritirare i 60 euro giornalieri consentiti dalle banche ormai chiuse da una settimana.

Impensabile che l’Europa chiuda le porte in faccia alla Grecia, sia perché verrebbe meno al principio di solidarietà (forse però mai del tutto affermato), sia perché non ha alcun interesse nel farlo. Qualsiasi sarà la decisione presa ora più che mai è giunto il momento di una svolta auspicata da tanti ma che non è detto arrivi. Probabilmente le trattative riprenderanno cercando un punto d’incontro anche momentaneo per evitare un vero default della Grecia che però di fatto è già in atto da tempo. I greci il loro bivio attraverso il voto l’hanno superato ora lo stesso bivio si ripropone all’Europa con uno Tsipras più agguerrito e criticato che mai.

 

Jennifer Murphy

Rapporti UE-Russia: nuove sanzioni e alleanza con la Grecia

I rapporti tra Unione europea e Russia sono ancora molto tesi da quando nell’estate del 2014 USA e UE hanno deciso di sanzionare ulteriormente il Cremlino a seguito dell’invasione in Ucraina. Mentre l’UE proroga le sanzioni, anche il Presidente russo in tutta risposta prolunga l’embargo verso i Paesi nella sua lista nera (UE, USA, Norvegia, Australia, Canada). C’è chi però ha deciso di avvicinarsi all’ex URSS stringendo nuovi accordi, stiamo parlando della Grecia di Alexis Tsipras costantemente sul filo del rasoio cercando di scongiurare il default. Vediamo come questo triangolo UE-Russia-Grecia sta prendendo forma in condizioni sempre più incerte.

Le sanzioni un anno dopo

Nonostante l’intervento armato sia stato momentaneamente scongiurato ed i riflettori sulla crisi ucraina si sono pian piano abbassati, le sanzioni permangono e nei giorni scorsi l’UE ha deciso di prorogarle ulteriormente. In un precedente articolo abbiamo visto in cosa consistono le sanzioni e le conseguenze per i paesi coinvolti. Ritenendo la situazione ancora critica ed in mancanza dei requisiti di pace richiesti, l’Unione ha deciso di allungarle fino al 31 gennaio 2016. La risposta dal Cremlino non si è fatta di sicuro attendere, anche Vladimir Putin ha infatti esteso l’embargo sui prodotti provenienti dall’UE e dagli altri “Stati nemici” per un altro anno. I dati parlano chiaro: gli effetti delle sanzioni nell’ultimo anno si sono fatti sentire sia in Russia, che è sicuramente la più colpita, sia in Europa. In Italia nel 2014 le esportazioni sono calate dell’11% mentre in Russia del 20%. Molti si chiedono se questa sia la strada giusta per sbloccare la crisi tutt’ora in atto o se le sanzioni siano causa di ingenti perdite per i Paesi europei senza garantire una reale soluzione.

Tsipras sfida l’UE alleandosi con Putin

La situazione in Grecia sembra peggiore di giorno in giorno, il debito cresce ed il Paese non è nelle condizioni di restituire i soldi prestatigli da Fondo monetario internazionale (FMI) e Unione europea. Mentre i presidenti delle principali istituzioni dell’UE si incontrano quasi quotidianamente con il neo Primo ministro Alexis Tsipras, quest’ultimo nei giorni scorsi ha stretto un nuovo accordo con Putin. Stiamo parlando della costruzione del gasdotto Turkish Stream che arriverà fino in Europa passando sul territorio greco. Mosca si è offerta di pagare l’intero importo dei lavori anticipando la cifra ad Atene (circa 2 miliardi di euro) lasciando intendere di essere disposta ad aiutare economicamente la Grecia in un prossimo futuro, alludendo ovviamente alla possibilità di uscita dall’euro. Durante l’incontro tenutosi a San Pietroburgo il Presidente greco ha poi aggiunto che sarebbe ora di porre fine al circolo vizioso delle sanzioni destinate a fallire.

Per molti “l’alleanza” Mosca-Atene sarebbe un bluff, Tsipras starebbe cercando di darsi un tono in una situazione nella quale tutti dipingono l’UE come una schiavista che impone solo austerità pretendendo dalla Grecia soldi prestatigli ma che quest’ultima non sarà mai in grado di ripagare (o almeno non nel breve termine). La Russia sempre più vicina alla crisi economica non avrebbe inoltre i fondi necessari per supportare la Grecia in caso di default. L’avvicinamento ad est spaventa dato che la Grecia è un Paese membro dell’UE promotrice di ideali ben diversi da quelli professati dalla Russia, ma forse il tutto va rivisto in un’ottica commerciale ed economica dove le alleanze non guardano in faccia nessuno.

 

Jennifer Murphy

Elezioni in Grecia: il programma di Tsipras per una nuova Europa

Che la Grecia stia affrontando un momento difficile se ne sono ormai accorti tutti. Il fatto che nel giro di tre anni si siano susseguiti tre diversi governi, è sintomo di un malessere interno e non solo causato dalle politiche europee spesso additate come causa di ogni male. Il 25 gennaio il Paese tornerà al voto e questa volta sembrerebbe che SYRIZA, l’attuale secondo partito a livello nazionale per numero di voti, abbia tutte le chance di aggiudicarsi la vittoria. Il suo leader Alexis Tsipras ha affermato di voler cambiare l’Europa per permettere alla Grecia di riemergere dalla terribile crisi economica dalla quale ancora non si è ripresa. Qual è il suo programma per un’Europa nuova?

Il programma di SYRIZA

A settembre 2014 il leader del partito Alexis Tsipras ha presentato il suo programma (consultabile a questo link http://listatsipras.eu/blog/item/2842-grecia-il-programma-di-governo-di-syriza.html) nel quale espone il suo piano d’azione per risollevare la Grecia e per riformare l’Europa.

Cancellazione del debito greco

Tra tutte le proposte spicca la volontà di chiedere all’Unione europea di cancellare parte del debito greco sull’onda di ciò che era accaduto per la Germania nel lontano 1953. Durante l’incontro tenuto a Londra tra i leader mondiali dell’epoca, gran parte del debito estero accumulato dalla Germania tra la prima e la seconda guerra mondiale venne infatti annullato. L’accordo contribuì alla crescita dell’economia tedesca permettendole di entrare in istituzioni economiche internazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Un accordo sul modello della conferenza di Londra in tempi moderni per alcuni pare utopico, per altri un atto quasi dovuto.

Risarcimento dei danni nazisti 

Oltre a ciò il leader rispolvera vecchi rancori sostenendo che la Germania abbia un conto in sospeso con la Grecia: i danni risalenti alla seconda guerra mondiale provocati dal regime nazista (danni alle infrastrutture, furti di reperti archeologici e prestiti forzosi). Come sostenuto già in precedenza anche da Antonis Samaras (attuale Primo ministro greco), la Germania sarebbe debitrice alla Grecia di 220 miliardi di dollari, soldi che andrebbero a coprire circa la metà dell’attuale debito ellenico. Forte del dilagante dissenso del suo popolo nei confronti della Cancelliera Angela Markel, Tsipras “dichiara guerra” a Berlino e alle sue politiche di austerità volte a far restituire i 240 miliardi di euro prestati al Paese dall’UE nel corso degli ultimi anni.

New deal europeo

Tsipras propone poi un “New deal europeo”, nonché un programma d’investimenti pubblici che dovrebbero essere finanziati direttamente dalla Banca centrale europea. Chiede inoltre una revisione del Patto di Stabilità e di Crescita, il quale definisce vincoli circa il livello massimo di debito pubblico che uno Stato può avere (debito che deve rimanere al di sotto del 60% del PIL). Il leader di SYRIZA mira infatti ad escludere gli investimenti pubblici da tali vincoli, cioè i soldi che lo Stato decide di investire per nuovi servizi pubblici non dovrebbero essere conteggiati nel calcolo del debito.

Oltre a questi, altri punti riguardano soprattutto investimenti e provvedimenti interni al Paese come garantire assistenza sanitaria ed energia elettrica agli indigenti, giustizia fiscale, e molto altro.

Mentre Tsipras cerca alleanze e consensi da parte di altri leader europei, allungando la mano anche verso Matteo Renzi che per ora non si esprime in merito, i suoi avversari sostengono che le sue politiche porterebbero la Grecia alla bancarotta. Nessun accenno all’uscita del Paese dall’euro che non rientra infatti nei programmi del leader scongiurando per ora un eventuale terremoto politico. I sondaggi lo danno ormai vincitore con quasi il 35% dei voti contro il 30 del partito d’opposizione Nuova Democrazia ma per averne la certezza occorre aspettare ancora pochi giorni.

 

Jennifer Murphy

Il Der Spiegel e l’uscita della Grecia dall’euro

Poche ore fa il settimanale tedesco Der Spiegel ha pubblicato la notizia secondo la quale la Cancelliera Angela Merkel avrebbe dichiarato che la Grecia è libera di uscire dall’euro se lo desidera. Tali affermazioni, non ancora confermate dalla diretta interessata, hanno portato nuovamente alla ribalta il tema dell’uscita dall’euro di Atene sollevando il neo-denominato “rischio Grexit”. Ma Berlino è davvero favorevole all’uscita della Grecia dall’eurozona? Concretamente cosa dovrebbe fare uno stato per uscire dall’euro? Quali le conseguenze di una simile decisione?

La Grecia può uscire dall’euro “parola” di Angela Markel (o quasi)

I titoli come “Grecia fuori dall’euro, Berlino avrebbe cambiato idea” e “Per la Germania è ipotizzabile l’uscita della Grecia dall’Euro”, risultano leggermente forvianti: la tanto temuta quanto amata Angela Merkel non ha mai esplicitamente sostenuto l’uscita della Grecia dall’euro. Il condizionale rimane d’obbligo ed il messaggio sarebbe leggermente diverso: date le previsioni relative alle elezioni greche del prossimo 25 gennaio (che vedono in vantaggio i partiti euro-scettici), ed alle minori ricadute economiche sugli altri stati europei rispetto a tre anni fa, l’uscita della Grecia dall’euro risulta più plausibile e meno traumatica che in passato. Nessuna intromissione tedesca nelle politiche elleniche quindi ma un semplice “pour parler”.

Come fare per uscire dall’euro

È bene specificare fin da subito che nessun trattato prevede una clausola per l’uscita di un paese dall’euro. L’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea prevede però che “Ogni Stato membro può decidere di recedere dall’Unione conformemente alle proprie norme costituzionali” ma l’uscita dall’Unione economica e monetaria non è contemplata. Difficile quindi ipotizzare come uno stato possa fare per attivare una procedura di uscita dall’eurozona data l’assenza di normative vigenti. Alcuni giuristi sostengono che per uscire dall’euro, ma rimanere nell’UE, uno stato dovrebbe distaccarsi dall’Unione europea (e quindi anche dall’euro) appellandosi all’art. 50 per poi rientrarvi senza moneta unica. Solo supposizioni e nessuna certezza almeno per ora.

Le conseguenze dell’uscita dall’euro

Ipotizzando l’inserimento di una clausola che permetta l’uscita dall’eurozona della Grecia, le conseguenze non tarderebbero a farsi sentire. Lo stesso Sole24ore sostiene la difficoltà di individuare gli effetti di un simile evento. Impensabile però sostenere che gli altri stati europei non ne risentano: il rischio sarebbe quello di generare un effetto a catena portando anche altri paesi, come la stessa Italia, all’uscita. Sicuramente a livello interno la Grecia vivrebbe anni di caos economico-finanziario e tensioni sociali dovuti all’instabilità. Il paese si troverebbe a dover ripartire da zero con l’interrogativo riguardo alla moneta da adottare e verrebbe probabilmente isolato dal commercio con gli altri stati europei. Un vantaggio potrebbe però essere la possibilità di decidere in piena autonomia la politica economica-monetaria, ciò consentirebbe di svalutare la nuova moneta ipotizzando una più rapida ripresa economica.

Per molti l’uscita dall’euro della Grecia potrebbe rivelarsi una vera e propria liberazione per il paese, in quanto le austere politiche europee sarebbero inefficaci e porterebbero addirittura ulteriori danni all’economia greca. Occorre però specificare che le cause dalla crisi economica greca non vanno tanto ricondotte all’euro in sé, ma piuttosto alle mancate riforme nazionali rimandante per troppo tempo. La Grecia, come altri stati europei, non era forse pronta ad una moneta come l’euro, il tempo però ormai è scaduto e correre ai ripari risulta ora doloroso ma necessario.

 

Jennifer Murphy