Cos’è la Corte di Amburgo che sentenzierà sul caso marò

È attesa per il 24 agosto prossimo la sentenza che determinerà la sorte dei due fucilieri di marina italiani Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. A distanza di tre anni dall’uccisione dei due pescatori l’Italia ha chiesto che il Tribunale internazionale sul diritto del mare sentenzi sulla questione ormai soprannominata “caso marò”. Cos’è la Corte di Amburgo? Quale decisione deve prendere?

Il caso marò

Tutto ha inizio il 15 febbraio 2012 quando i due fucilieri a bordo della petroliera italiana Enrica Lexie sparano ed uccidono due pescatori indiani nelle acque dello Stato del Kerala in quanto scambiati per pirati. Da quel momento in poi i due verranno incarcerati generando una controversia internazionale tra India ed Italia ancora in corso. Attualmente Massimiliano Latorre si trova in Italia per essere sottoposto a cure mediche a seguito di un’ischemia celebrale, mentre Salvatore Girone è tuttora costretto a restare in India.

Dopo una serie di rinvii da parte della Corte Suprema dell’India, che ritiene di aver diritto di detenere la giurisdizione sul caso, e dopo aver rigettato una serie di ricorsi dell’Italia, quest’ultima ha attivato un arbitrato internazionale nel quadro della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare presso il Tribunale di Amburgo.

Tribunale internazionale sul diritto del mare – ITLOS

Il Tribunale con sede ad Amburgo (Germania) è un organo indipendente delle Nazioni Unite istituito nel 1982 attraverso la 3° Convenzione internazionale sulla legge del mare ed entrato in funzione nel ‘94. Il suo Presidente è il russo Vladimir Vladimirovich Golitsyn ed è aperto a tutti i membri che hanno sottoscritto la Convenzione (in tutto 149 nazioni) la quale mira a proteggere il mare e le sue risorse, oltre a gestire casi di controversie internazionali. Il Tribunale è composto da 21 giudici scelti in base alle competenze riguardo al tema del diritto del mare ed alla loro reputazione a livello internazionale. Qualora le parti in disputa non riescano a trovare un pacifico accordo riguardo al tema in discussione (come il caso marò) allora hanno diritto e possibilità di chiedere l’attivazione di un arbitrato. Quello relativo all’incidente dell’Enrica Lexie si tratta del 24° caso preso incarico dal Tribunale.

Sede del Tribunale internazionale sul diritto del mare
Sede del Tribunale internazionale sul diritto del mare

Cosa chiedono India ed Italia

Inizialmente l’India si è rifiutata di accettare l’arbitrato richiesto dall’Italia ma successivamente si è invece dichiarata a favore. Nuova Delhi infatti pretende e chiede alla Corte di mantenere la giurisdizione sul caso potendo quindi sentenziare sui marò che verrebbero processati in India ed eventualmente lì detenuti. Al contrario l’Italia chiede che i due fucilieri vengano entrambi fatti rientrare in patria e quindi scarcerati. Già dalle prime udienze il confronto è stato molto teso visti anche i colossi del diritto internazionale chiamati a giudicare il caso. Tra una decina di giorni dovrebbe arrivare la sentenza che determinerà il destino, anche se provvisorio, di Latorre e Girone.

 

Jennifer Murphy

 

Un’eurotassa per scongiurare crisi future

Negli ultimi giorni a Bruxelles si sta affrontando un argomento scottante ma che potrebbe costituire una svolta epocale in senso europeista. Stiamo parlando della già rinominata eurotassa. Un gruppo di illustri economisti e politici stanno infatti elaborando un nuovo progetto volto a garantire maggiore stabilità per l’Unione europea dopo il superamento dei rischi legati alla Grexit. Di cosa si tratta? Quali le conseguenze per i Paesi interessati?

Chi compone il gruppo e quali gli obiettivi?

Come sostenuto da molti economisti e studiosi il problema fondamentale dell’UE e dell’euro è la presenza di un’unione economica ma l’assenza di quella politica su modello statunitense, tanto voluta dai Padri fondatori come Alcide De Gasperi. Di questo si parla da anni e ancora di più a seguito della profonda crisi greca che ha messo in seria discussione l’Unione intera. Pochi giorni fa in un articolo il Der Spiegel (noto giornale tedesco) ha “svelato” l’esistenza di una speciale commissione presieduta da Mario Monti e composta, tra gli altri, dal Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble e dal Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Compito di questo gruppo creato ad hoc sarebbe quello di elaborare una sorta di tassa europea per finanziare un fondo comune volto a fronteggiare eventuali condizioni di instabilità economica o crisi finanziaria.

Partedo da sinistra:  Juncker, Schaeuble, Monti
Partedo da sinistra: Jean-Claude Juncker, Schaeuble, Mario Monti

 

Da dove arriveranno i soldi e chi li gestirà?

Essendo il tutto in fase di elaborazione le informazioni sono ancora abbastanza incerte. Due sarebbero le possibili alternative di finanziamento: la prima prevede che gli Stati dell’eurozona (o forse anche gli altri membri UE ancora non è definito) versino parte delle entrate raccolte con IVA ed IRPEF in uno speciale fondo (senza che i cittadini versino un’ulteriore tassa, in sostanza neanche se ne accorgerebbero); la seconda opzione prevede invece una tassa addizionale rispetto a quelle già esistenti. Per gestire questo fondo e quindi le entrate ed uscite verrebbe introdotta una nuova figura una sorta di Ministro delle Finanze europeo.

Conseguenze per l’UE

Ancora prima che le informazioni siano chiare e soprattutto definitive, molti hanno criticato aspramente l’intenzione dell’Unione europea di chiedere agli Stati di cedere parte della propria sovranità in un campo che ad oggi è totalmente in mani nazionali. Altri hanno puntato il dito contro la Germania accusata di voler ancora una volta “rubare l’autonomia” degli altri Paesi, ma a gran sorpresa la stessa Angela Merkel non sarebbe del tutto sicura di voler proporre un simile passo al suo popolo. Sicuramente se si andasse verso questa strada sarebbe una svolta epocale per l’Europa che per anni non ha fatto passi avanti per garantire maggiore stabilità rimanendo in una sorta di limbo. Ancora una volta occorre capire se gli Stati sono effettivamente pronti a cedere ulteriore sovranità ad un’entità vista spesso come ostile.

 

Jennifer Murphy

Chi è Dijsselbloem Presidente dell’Eurogruppo?

In questi giorni concitati in cui la questione greca ha portato a dire tutto ed il contrario di tutto, nuove e vecchie facce hanno presto occupato gli schermi dei nostri televisori con nomi già sentiti ma dei quali spesso ignoriamo il significato e la provenienza. Indiscusso protagonista delle trattative per evitare il default (per ora scongiurato) di Atene è il Presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem. Da dove viene il già soprannominato “Dottor euro”? Quali sono i suoi compiti?

L’Eurogruppo

L’Eurogruppo è un organo informale (non è un’istituzione europea) composto dai ministri delle finanze dei Paesi della zona euro (19 Stati) e si riunisce alla vigilia di ciascun “Consiglio Economia e finanza”, comunemente chiamato ECOFIN composto invece da tutti i ministri dell’economia degli Stati dell’UE. Il compito principale dell’Eurogruppo è quello di garantire il coordinamento delle politiche economiche degli Stati dell’eurozona.

Il Presidente dell’Eurogruppo

Il Presidente dell’Eurogruppo viene eletto ogni 2 anni e mezzo dall’Eurogruppo stesso e può essere rieletto per un secondo mandato. I compiti del Presidente sono: presiedere le riunioni dell’Eurogruppo e stabilirne gli ordini del giorno, elaborare il programma di lavoro a lungo termine, presentare i risultati delle discussioni dell’Eurogruppo, rappresentare l’Eurogruppo nei consessi internazionali, informare il Parlamento europeo delle priorità dell’Eurogruppo.

Chi è Dijsselbloem

Jeroen Dijsselbloem è un politico olandese attualmente ministro delle finanze del governo Rutte e dal 2013 è sia Presidente dell’Eurogruppo sia del Consiglio dei governatori del Meccanismo di stabilità. La sua scarsa esperienza diplomatica è stata criticata da molti creando scetticismo intorno alla sua elezione. Il suo predecessore era infatti Jean-Claude Juncker, attuale Presidente della Commissione europea, i cui modi erano ben diversi dall’olandese ritenuto da alcuni troppo sfacciati, non teme infatti di dire le cose “fuori dai denti”. Questa sua naturalezza, per alcuni sintomo di inesperienza, ha infatti creato uno sgradevole precedente: alla vigilia della nomina di Juncker alla presidenza della Commissione, Dijsselbloem in un’intervista avrebbe scherzato sul fatto che il lussemburghese fosse un “fumatore e bevitore incallito” (pettegolezzo per altro già sentito tra i corridoi di Bruxelles). A seguito di questo scivolone l’olandese si è scusato ripetutamente ed ora la “crisi diplomatica” sembra del tutto superata. Spesso accusato di essere un “tedesco con gli zoccoli”, cioè particolarmente assertivo riguardo alla linea tedesca, è stato rieletto recentemente (luglio 2015) per il suo secondo mandato “battendo” lo spagnolo Luis de Guindos. La sua seconda elezione è avvenuta in un condizione di particolare incertezza a causa della crisi greca e quindi la scelta di riconfermare la sua nomina può essere interpretata come la volontà di garantire continuità in una condizione già abbastanza complicata e critica.

La falsa laurea

Particolare scandalo ha destato la scoperta fatta nel 2013 riguardante le false dichiarazioni circa i suoi studi. Nel suo curriculum infatti dichiarava di aver conseguito una laurea in economia e politica agraria presso l’Università di Wageningen (Paesi Bassi) ed un prestigioso Master presso l’Università di Cork (Irlanda). A seguito di alcune indagini è emerso però che presso quest’ultima Dijsselbloem avrebbe svolto solo delle attività di ricerca senza però il conseguimento di alcun titolo. Giustificando l’accaduto con un banale errore di traduzione il curriculum è stato subito aggiornato e corretto.

 

Jennifer Murphy

Cos’è il Fondo salva Stati fornitore di liquidità per la Grecia?

Nelle ultime ore la questione greca sembra aver subito uno stallo ma solo apparente. La liquidità delle banche sta per finire e per questo, nell’incontro tenuto a Bruxelles nella giornata di oggi, il Primo ministro greco Alexis Tsipras, forte del risultato del referendum, chiede un nuovo prestito-ponte al Fondo salva Stati, senza però portare un nuovo programma davanti ai ministri dell’economia dell’UE. Cos’è il Fondo salva Stati? Come funziona e da dove arrivano i soldi prestati alla Grecia?

Cos’è il Fondo salva Stati

L’European Stability Mechanism (ESM), chiamato anche Meccanismo europeo di stabilità (MES) o Fondo salva Stati, è un’organizzazione intergovernativa istituita dall’Unione europea ed entrata in vigore nel 2012. L’ESM, la cui sede si trova a Lussemburgo, nasce per fronteggiare la grave crisi economica che ha colpito diversi Paesi europei a partire dal 2011 (in particolare Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna). Prima di allora non era infatti previsto alcun meccanismo di sostentamento. Dopo l’attivazione di una serie di fondi provvisori il Fondo salva Stati ha assunto carattere permanente attraverso una modifica del Trattato di Lisbona.

Chi gestisce l’ESM

Il Fondo è gestito dal Consiglio dei governatori composto da ciascun ministro dell’economia di ogni Stato membro dell’eurozona (19 Stati), dal Consiglio di amministrazione (eletto dal Consiglio dei governatori), dal Direttore generale (il tedesco Klaus Regling), dal Presidente della Banca centrale europea-BCE (l’italiano Mario Draghi) e dal Commissario per gli Affari economici dell’UE (il francese Pierre Moscovici) che però svolgono il ruolo di osservatori (non hanno cioè diritto di voto).

Cosa fa l’ESM

L’European Stability Mechanism presta soldi agli Stati in grave crisi finanziaria previa una formale richiesta. Per la restituzione del debito è previsto un tasso di interesse agevolato ma in cambio vengono richieste delle riforme al Paese beneficiario, sostanzialmente di tipo macroeconomico. Uno Stato beneficiario che non rispetta le condizioni del Fondo o che ritarda il pagamento del debito può essere soggetto a sanzioni. I soldi prestati dall’ESM vengono forniti dagli altri Stati membri: la Germania contribuisce con una quota del 27% (circa 22 miliardi di euro), la Francia col 20%, l’Italia col 17% (dati approssimativi) e via via tutti gli altri. La quota dei singoli Stati membri nel finanziamento si basa sulla singola quota di capitale nella BCE.

Il prestito alla Grecia

La Grecia è il Paese europeo che ha maggiormente usufruito dell’ESM: tra il primo ed il secondo piano di aiuti Atene ha ricevuto dall’UE e dal Fondo monetario internazionale (FMI) in totale circa 300 miliardi di euro che dovrà restituire con un tasso di interesse piuttosto favorevole pari al 3% fino al 2020. Oggi Atene si è presentata all’eurogruppo chiedendo un ulteriore prestito pari a 7 miliardi di euro per far fronte alla grave condizione in cui si trova il Paese, non ha però ancora proposto il piano di risanamento del debito che tutti aspettavano. Nelle prossime ore l’Europa dovrebbe decidere se fornire altra liquidità alla Grecia o chiudere i rubinetti definitivamente.

 

Jennifer Murphy

Cosa fa l’UE per l’integrazione dei Rom

Negli ultimi tempi il tema dell’integrazione dell’etnia Rom in Italia è tornato in primo piano anche per via di una ritrovata attenzione da parte di alcuni partiti politici. Quella dei Rom è una questione che non interessa solo il nostro Paese ma tutti gli Stati dell’Unione europea, tanto che negli ultimi anni anche quest’ultima si è mossa per garantire un maggiore sostegno ai suoi membri nella lotta alla discriminazione fornendo mezzi anche finanziari per integrare questa minoranza. Quali sono i provvedimenti ed i risultati raggiunti in Europa?

I Rom in Europa

Difficile stabilire con certezza la popolazione Rom presente sul territorio europeo: alcuni stimano 10 milioni altri 6. Nel 2013 è emerso come l’Italia, messa a confronto con i principali Stati europei, non stia ospitando più Rom degli altri come alcuni spesso fanno credere.

Popolazione Rom nei principali Paesi europei (fonte Panorama)

 

Come si può vedere dal grafico l’Italia si colloca al 4° posto per numero di Rom tra i maggiori Paesi europei. Secondo i dati diffusi dall’UE, insieme a Regno Unito siamo il paese che ha fatto meno per l’integrazione dei Rom.

I provvedimenti dell’Unione europea per i Rom

Mentre alcuni politici italiani sostengono la necessità di “radere al suolo i campi Rom” per risolvere definitivamente il problema, l’Europa negli ultimi anni ha stanziato numerosi fondi destinati alla lotta delle discriminazioni e per favorire l’integrazione delle minoranze etniche in generale. Nel 2013 la Commissione europea ha adottato il primo strumento giuridico dell’UE per l’inclusione dei Rom sottoscritto da tutti i 28 Stati. Tale atto contiene orientamenti specifici per aiutare gli Stati ad aumentare gli sforzi già fatti esortando gli stessi a colmare il divario fra Rom ed il resto della popolazione. Le raccomandazioni sottoscritte dagli Stati riguardano quattro settori: accesso all’istruzione, all’occupazione, all’assistenza sanitaria e all’alloggio.

Come molti sapranno l’Europa attraverso i Fondi Strutturali permette agli Stati di usufruire di finanziamenti per promuovere progetti d’integrazione di vario tipo. Tra il 2014 ed il 2020 l’Italia avrà a disposizione 29,3 miliardi di euro in fondi (Fondo Sociale Europeo-FSE e Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale-FESR). Parte di questo denaro sarà destinato a programmi d’inclusione sociale e lotta alla povertà che non riguarderanno solo i Rom ma anche tutte le altre minoranze. La Commissione europea ha deciso inoltre di obbligare gli Stati membri a destinare almeno il 20% dei Fondi per questa causa.

I risultati raggiunti negli altri Stati europei

Ogni anno la Commissione stila un rapporto sui progressi fatti dai singoli Stati membri per tutti gli ambiti di sua competenza. Per quanto riguarda i Rom nel caso dell’istruzione emerge come la Finlandia sia riuscita a portare un aumento della frequenza della scuola materna dal 2 al 60%. In Irlanda invece sono stati istituiti degli “insegnanti itineranti” che si spostano seguendo le comunità Rom per garantire la formazione scolastica ai bambini. Per quanto riguarda l’occupazione la strada appare ancora in salita ma in Austria, Spagna e Finlandia sono stati formati degli operatori per assistere i Rom in cerca di lavoro. Stesso metodo è stato adottato per quanto riguarda la ricerca degli alloggi con programmi di integrazione ed accoglienza da parte del vicinato. Per la sanità la Francia si è invece impegnata nella riduzione dei costi economici per l’accesso alle cure sanitarie garantendo un più facile accesso.

Quando un problema viene riconosciuto come tale è impensabile trovare una soluzione istantanea e radicale in quanto difficilmente sarà la strada giusta per il successo. L’Italia potrebbe forse fronteggiare il problema facendosi appoggiare maggiormente dall’UE e prendendo spunto dai provvedimenti presi dagli altri Stati.

 

Jennifer Murphy

Le quote sull’immigrazione e l’opposizione degli Stati

L’immigrazione continua a tenere banco in Italia ma soprattutto in Europa. Dopo l’ennesima strage annunciata di migranti morti nelle acque del Mediterraneo, Bruxelles sembra essersi decisa a prendere in mano la situazione. Federica Mogherini, Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha preso le redini delle trattative stabilendo un piano d’azione che nei prossimi mesi verrà messo in atto. Motivo di un acceso dibattito è la così detta “questione quote” che ha messo in crisi le trattative ancora in corso. Cosa sono queste quote? Perché alcuni Stati vi si oppongono?

L’Agenda della Commissione europea e le quote di immigrati

Oltre ad un sostanziale aumento delle risorse destinate al pattugliamento delle coste europee, la lotta ai trafficanti di esseri umani attraverso un attacco diretto alla distruzione dei barconi pronti a partire dalle coste africane e disincentivare l’immigrazione irregolare, la Commissione ha deciso di introdurre le così dette quote sull’immigrazione. Si tratta di un meccanismo temporaneo di distribuzione degli immigranti presenti sul territorio europeo tra tutti gli Stati membri. Per fare ciò si è appellata per la prima volta nella storia all’articolo 78, paragrafo 3, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che mira ad aiutare uno o più Paesi interessati da un afflusso improvviso di migranti.

Criteri di ripartizione delle quote

Tale ripartizione riguarda due “tipologie” di immigrati: quelli già presenti sul territorio europeo (coloro che sono giunti tramite i barconi negli ultimi mesi e che hanno diritto d’Asilo), e quelli che attualmente vivono in cambi profughi nei loro paesi d’origine in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato da parte di Paesi europei.

Gli elementi tenuti in considerazione per la ripartizione sono: popolazione complessiva (40%), PIL (40%), tasso di disoccupazione (10%) e numero di rifugiati già accolti sul territorio nazionale (10%). Per quanto riguarda gli immigrati già presenti sul territorio europeo l’Italia, secondo questi criteri, dovrebbe ospitarne l’11,84% (terza dopo Germania e Francia rispettivamente col 18,42 e 14,17%). Il nostro Paese ha già raggiunto tale percentuale e quindi non dovrebbe accogliere altri immigrati. Per quanto riguarda coloro che sono in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato, secondo l’UE il numero si aggirerebbe intorno a 20 mila persona di cui il 9,94% sarebbe destinato all’Italia (circa 2000 persone andrebbero quindi ad aggiungersi a quelli già presenti sul territorio nazionale). Questi criteri sarebbero comunque temporanei ed entro la fine del 2015 è previsto l’inserimento di un sistema permanente di ricollocazione in situazioni di emergenza future.

Gli oppositori alle quote

Fin da subito Danimarca e Gran Bretagna si sono appellate alla clausola opt-out che gli consente di scegliere di non sottostare alle decisioni dell’UE su queste tematiche. Il Regno Unito ha inoltre dichiarato di essere contrario alle quote invitando a respingere gli immigrati invece di accoglierli. Il fronte dei noi si è presto allargato: Repubblica Ceca, Slovacchia, Paesi Baltici, Polonia, Francia e Spagna si sono dichiarati contrari a questi criteri oppure alle quote in generale sostenendo la necessità di risolvere il problema alla radice intervenendo in Libia. La Spagna ha giustificato la sua contrapposizione sostenendo che la distribuzione così pianificata non sarebbe equa. Il meccanismo, secondo il Paese, terrebbe troppo poco in considerazione il tasso di disoccupazione e gli sforzi già fatti per accogliere gli immigrati: il 10% sarebbe un valore troppo basso e questi due criteri dovrebbero assumere più rilevanza, il tasso di disoccupazione infatti è cruciale per definire la capacità o meno di uno Stato di garantire una corretta integrazione dei migranti.

Il Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz denuncia il subordinamento degli interessi dei profughi rispetto a quelli dei singoli Stati: “Adesso è visibile perché a Bruxelles vengono ostacolate le istituzioni comuni: è chiaro che alcuni Paesi membri seguono freddamente solo i propri interessi” ha dichiarato il tedesco. Questa proposta di “ricollocazione automatica” negli Stati membri dei richiedenti asilo dovrà essere approvata dal Consiglio europeo nella seduta di fine giugno, nel frattempo prenderà il via una lunga fase di negoziazione tra Stati che ancora una volta tendono a dimenticarsi la solidarietà sulla quale l’UE dovrebbe fondarsi.

 

Jennifer Murphy

La prostituzione in Italia ed Europa

Ha fatto molto discutere negli ultimi giorni la proposta del Sindaco di Roma Ignazio Marino di costituire nella capitale un “quartiere a luci rosse”. In assenza di una legge nazionale per la regolamentazione della prostituzione, il Sindaco propone la creazione di un quartiere in cui la prostituzione venga “tollerata” con multe per clienti e prostitute che esercitano la loro “professione” di fuori di quest’area. Non si parla quindi di un quartiere su modello di Amsterdam o di una vera e propria regolamentazione come in Germania, ma di un provvedimento volto alla salvaguardia del decoro delle numerose vie abitate nelle quali quotidianamente i residenti assistono impotenti al fenomeno.

L’Italia ieri ed oggi

Fino al 1958 in Italia la prostituzione era considerata “legale”. Di fatto la legge Merlin a partire da quella data ha sancito“l’abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui”, oltre alla chiusura delle case di tolleranza. L’introduzione di questa legge ai tempi costituiva un passo importante per la salvaguardia delle donne e per l’eticità di un paese che rincorreva il progresso. Di fatto però, come prevedibile, il mestiere più antico del mondo non si è mai estinto. Numerosi già all’epoca furono gli oppositori all’eliminazione della regolamentazione, evidenziando come lo sfruttamento andasse contrastato ma che la prostituzione sarebbe comunque rimasta anche negli anni a seguire. Di fatto ad oggi in Italia la prostituzione è considerata lecita ma impossibile da praticare nella legalità.

Molti parlamentari e senatori si battono affinché tale legge venga abrogata: Forza Italia nel 2013 e Lega Nord nel 2014 hanno proposto una raccolta firme, mai andata a buon fine, per tenere un referendum. La proposta di Marino è stata ben accolta da molti in quanto vista come un primo passo verso la garanzia di maggiore salvaguardia e tutela sia delle prostitute sia degli abitanti dei quartieri maggiormente soggetti al fenomeno. Altri invece dichiarano di voler continuare a battersi affinché il fenomeno venga estinto e punito anziché incentivato appellandosi a moralità ed eticità.

La prostituzione nel resto d’Europa

L’Italia risulta in buona compagnia con la maggioranza degli Stati dell’Europa occidentale privi di una regolamentazione a riguardo (tra i quali Belgio, Spagna, Francia, Danimarca, Regno Unito, Irlanda ed altri), mentre in altri vige l’illegalità totale come in Albania, Serbia e Romania. Non esiste ad oggi una legge europea che fornisca indicazioni precise circa la prostituzione, ma ovviamente l’Unione intera afferma la necessità di combattere qualsiasi forma di sfruttamento/induzione, con particolare occhio di riguardo verso i minori.

Il mestiere più antico del mondo ha trovato nei Paesi Bassi il primo paese europeo che lo ha reso legale, mentre la Germania nel 2002 ha approvato la Prostitutionsgesetz, la legge che regolarizza la prostituzione. In tal modo sono stati riconosciuti alle lavoratrici/lavoratori di questo settore numerosi diritti come quello all’assistenza, al trattamento pensionistico e previdenziale. Insieme ai diritti sono stati individuati gli obblighi: i/le “sex worker” possono esercitare la loro professione in maniera autonoma oppure come dipendenti, ma in ogni caso devono versare le tasse allo Stato. Ogni Länder ha la possibilità di decidere in autonomia come applicare la legge. A seconda delle città la situazione cambia passando dalla libertà totale, alla possibilità di prostituirsi solo in alcune aree e/o fasce orarie. Alla base della legge tedesca vi è la regolamentazione vista come mezzo per integrare la prostituzione nell’economia oltre che uno strumento per contrastare lo sfruttamento ed il mercato illegale.

Il modello tedesco come esempio virtuoso? Per molti la risposta è sì allettati dalla possibilità di rimpinguare le casse dello Stato con le entrate provenienti dalla prostituzione. Nel 2013 è stato infatti calcolato che se fosse regolamentata porterebbe 10 miliardi di euro in più all’anno. Tale visione si contrappone però con quella di chi sostiene che un paese civile come l’Italia non può ritenere questa attività come legale ed accettabile.

 

Jennifer Murphy

Elezioni in Grecia: il programma di Tsipras per una nuova Europa

Che la Grecia stia affrontando un momento difficile se ne sono ormai accorti tutti. Il fatto che nel giro di tre anni si siano susseguiti tre diversi governi, è sintomo di un malessere interno e non solo causato dalle politiche europee spesso additate come causa di ogni male. Il 25 gennaio il Paese tornerà al voto e questa volta sembrerebbe che SYRIZA, l’attuale secondo partito a livello nazionale per numero di voti, abbia tutte le chance di aggiudicarsi la vittoria. Il suo leader Alexis Tsipras ha affermato di voler cambiare l’Europa per permettere alla Grecia di riemergere dalla terribile crisi economica dalla quale ancora non si è ripresa. Qual è il suo programma per un’Europa nuova?

Il programma di SYRIZA

A settembre 2014 il leader del partito Alexis Tsipras ha presentato il suo programma (consultabile a questo link http://listatsipras.eu/blog/item/2842-grecia-il-programma-di-governo-di-syriza.html) nel quale espone il suo piano d’azione per risollevare la Grecia e per riformare l’Europa.

Cancellazione del debito greco

Tra tutte le proposte spicca la volontà di chiedere all’Unione europea di cancellare parte del debito greco sull’onda di ciò che era accaduto per la Germania nel lontano 1953. Durante l’incontro tenuto a Londra tra i leader mondiali dell’epoca, gran parte del debito estero accumulato dalla Germania tra la prima e la seconda guerra mondiale venne infatti annullato. L’accordo contribuì alla crescita dell’economia tedesca permettendole di entrare in istituzioni economiche internazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Un accordo sul modello della conferenza di Londra in tempi moderni per alcuni pare utopico, per altri un atto quasi dovuto.

Risarcimento dei danni nazisti 

Oltre a ciò il leader rispolvera vecchi rancori sostenendo che la Germania abbia un conto in sospeso con la Grecia: i danni risalenti alla seconda guerra mondiale provocati dal regime nazista (danni alle infrastrutture, furti di reperti archeologici e prestiti forzosi). Come sostenuto già in precedenza anche da Antonis Samaras (attuale Primo ministro greco), la Germania sarebbe debitrice alla Grecia di 220 miliardi di dollari, soldi che andrebbero a coprire circa la metà dell’attuale debito ellenico. Forte del dilagante dissenso del suo popolo nei confronti della Cancelliera Angela Markel, Tsipras “dichiara guerra” a Berlino e alle sue politiche di austerità volte a far restituire i 240 miliardi di euro prestati al Paese dall’UE nel corso degli ultimi anni.

New deal europeo

Tsipras propone poi un “New deal europeo”, nonché un programma d’investimenti pubblici che dovrebbero essere finanziati direttamente dalla Banca centrale europea. Chiede inoltre una revisione del Patto di Stabilità e di Crescita, il quale definisce vincoli circa il livello massimo di debito pubblico che uno Stato può avere (debito che deve rimanere al di sotto del 60% del PIL). Il leader di SYRIZA mira infatti ad escludere gli investimenti pubblici da tali vincoli, cioè i soldi che lo Stato decide di investire per nuovi servizi pubblici non dovrebbero essere conteggiati nel calcolo del debito.

Oltre a questi, altri punti riguardano soprattutto investimenti e provvedimenti interni al Paese come garantire assistenza sanitaria ed energia elettrica agli indigenti, giustizia fiscale, e molto altro.

Mentre Tsipras cerca alleanze e consensi da parte di altri leader europei, allungando la mano anche verso Matteo Renzi che per ora non si esprime in merito, i suoi avversari sostengono che le sue politiche porterebbero la Grecia alla bancarotta. Nessun accenno all’uscita del Paese dall’euro che non rientra infatti nei programmi del leader scongiurando per ora un eventuale terremoto politico. I sondaggi lo danno ormai vincitore con quasi il 35% dei voti contro il 30 del partito d’opposizione Nuova Democrazia ma per averne la certezza occorre aspettare ancora pochi giorni.

 

Jennifer Murphy

Turchia futuro membro dell’Unione europea (?)

In un articolo precedente si è parlato della candidatura ufficiale dell’Albania come futuro membro dell’Unione europea e molti sapranno che anche la Turchia rientra in questo gruppo di Paesi. È infatti dai lontani anni ’60 che chiede di aderire all’UE, mentre solo dal 2005 sono state formalmente attivate le negoziazioni. Il processo di adesione di uno Stato all’Unione europea comporta un cammino tutt’altro che facile e scontato, per questo ad oggi non è possibile prevedere se e quando la Turchia avrà l’“onore” o la “sfortuna”(dipende dai punti di vista) di diventare a tutti gli effetti europea. Inutile dire che circa la sua adesione si sono create numerose discussioni e perplessità. Quali sono i freni che sono stati posti al suo ingresso e quali gli argomenti di discussione?

Religione

Pur essendo costituzionalmente uno Stato laico, è forte il senso di distacco della Turchia dal resto d’Europa per via della credenza religiosa che vede la prevalenza di mussulmani (il 99% della popolazione). È vero che l’Unione europea non ha mai fondato la propria nascita ed allargamento sull’aspetto religioso, ma è altrettanto evidente che l’accettare un nuovo membro con una schiacciante maggioranza mussulmana spaventa molti.

Fotografia provocatoria di una donna che indossa
Fotografia provocatoria di una donna che indossa l’abaya (velo) con le stelle della bandiera dell’Unione europea

Immigrazione

Alcuni paesi come la Germania temono che l’adesione della Turchia, e di conseguenza la libera circolazione dei cittadini turchi all’interno dell’UE, porterebbe una notevole, seppur lecita, ondata di immigrazione verso gli altri Stati europei. I cittadini dei Paesi membri hanno infatti il diritto di viaggiare liberamente da uno Stato all’altro senza particolari restrizioni, e questo varrebbe ovviamente anche per quelli turchi.

Diritti umani e democrazia

Nonostante la Turchia negli ultimi anni abbia intrapreso il difficile cammino della democratizzazione, a molti non basta. L’Unione europea durante i negoziati per l’adesione ha più volte sollecitato il Paese a rendersi più democratico garantendo maggiori diritti ai propri cittadini. In tutta risposta la Turchia nel 2004 ha abolito definitivamente la pena di morte. È evidente che in un contesto sempre più globalizzato e quindi di dipendenza reciproca, l’UE ha tutto l’interesse a confinare con uno Stato il più democratico possibile, oltre al fatto che quelli della democrazia e della salvaguardia dei diritti sono elementi irrinunciabili per diventare un Paese membro.

Economia e politica internazionale

Inutile nascondere che dietro alle spinte dei sostenitori dell’adesione turca ci siano anche interessi economici e politici. La Turchia è infatti un Paese fortemente in crescita tanto che il Fondo Monetario Internazionale l’ha classificata fra gli Stati più sviluppati del mondo. Alcuni sostengono che il suo ingresso sarebbe motivo di prestigio per l’Europa intera perché particolarmente potente sia politicamente che economicamente. Allo stesso tempo però l’adesione della Turchia, a causa delle troppe differenze rispetto al resto dei Paesi europei, potrebbe porre definitivamente fine a quel processo di “politicizzazione” già arenatosi negli ultimi anni a causa della crisi economico-politica che attraversa l’Unione intera.

Partenariato: una possibile alternativa

Come visto le questioni in ballo sono molteplici ed il punto di arrivo sembra tutt’altro che vicino. Una possibile alternativa all’adesione o all’esclusione potrebbe essere un “partenariato”: la Turchia non diventerebbe membro dell’UE a tutti gli effetti ma intraprenderebbe con essa una serie di “accordisu aspetti di interesse comune come possono essere il commercio, lo scambio di risorse energetiche o l’immigrazione. Tra le due forze politiche esistono già collaborazioni di questo tipo, ma è ormai palese la necessità di una maggiore coesione in quanto la Turchia, vuoi o non vuoi, anche alla luce delle nuove tensioni in Siria e Iraq legate all’avanzata dell’ISIS, costituisce un confine sempre più labile con il Medio Oriente.

 

Jennifer Murphy

In cosa consistono le sanzioni alla Russia e quali sono le conseguenze per l’UE?

Negli ultimi mesi la così detta questione Ucraina ha occupato le testate di tutti i principali giornali tuonando a suon di report e condanne nei confronti della Russia. In relazione a questi fatti, si parla soprattutto di sanzioni che Stati Uniti e Unione europea hanno imposto a Putin per le sue azioni considerate scellerate e contro il diritto internazionale. E’ bene premettere che l’imposizione da parte di uno o più Paesi/organizzazioni (come ad esempio l’ONU) di sanzioni ad uno Stato che viola le leggi internazionali, è legittima e prevista dai trattati. Detto ciò, a cosa servono tali sanzioni? In cosa consistono? Quali svantaggi portano alla Russia e quali ai Paesi così detti sanzionatori?

A quale scopo USA e UE sanzionano la Russia?

A seguito dell’intromissione da parte della Russia nella crisi ucraina, Stati Uniti prima e Unione europea poi, hanno deciso di intervenire per “far cambiare idea” a Putin. Al fine di scongiurare un intervento militare  privilegiando la via del dialogo, si è inizialmente tentato di risolvere la questione per vie diplomatiche cercando cioè di comunicare e concludere il tutto pacificamente. In seguito della scarsa disponibilità russa a seguire queste vie, USA e UE hanno deciso di sanzionare il governo russo per dissuaderlo nel perpetuare tali atteggiamenti e per bloccare sul nascere una crisi che ormai però sembra diventata ingestibile.

In cosa consistono le sanzioni alla Russia?

Le sanzioni imposte riguardano principalmente l’ambito economico-finanziario ed i rapporti commerciali tra Russia, UE ed USA. Tra esse troviamo poi la compilazione di una sorta di “lista nera” di personalità russe o filorusse soggette a restrizioni. Tra queste vi è ad esempio Igor Sechin, il capo del gigante petrolifero Rosneft, il quale non può ottenere visti per abbandonare il suo Paese ed i beni da lui detenuti in Europa e USA sono stati congelati.

Altri due tipi di sanzioni riguardano limitazioni nelle esportazioni agro-alimentari da parte dei paesi Europei verso la Russia e lo stop dell’export di tecnologie che le consentano il miglioramento delle capacità militari. In riferimento a quest’ultima sanzione, nelle ultime ore, USA e UE si sono allineate sul blocco dell’accesso ai mercati dei capitali europei alle compagnie russe sul fronte dell’energia e della difesa. Grandi compagnie petrolifere come la stessa Rosneft o la Transneft, saranno sempre più limitate nella possibilità di cooperare con gruppi stranieri per lo sviluppo di tecnologie specializzate mettendo a rischio progetti miliardari.

Quali conseguenze per i Paesi sanzionatori?

Come spesso avviene in politica, ma non solo, esiste un rovescio della medaglia. Le sanzioni imposte alla Russia hanno delle spiacevoli conseguenze anche per chi sanziona, soprattutto in questo caso per l’Europa che costituisce uno dei maggiori partner dell’impero di Putin. Il così detto “effetto boomerang” costituisce  sempre più una realtà che una minaccia. Putin pronostica infatti che le sanzioni avranno un effetto negativo più sull’Europa che nella sua patria, e già minaccia lo stop del commercio delle auto usate provenienti dall’UE. Sta di fatto che le misure adottate colpiscono soprattutto l’economia di Francia, Italia e Germania, mettendo a rischio solo in quest’ultima 5 miliardi di euro e 130 mila posti di lavoro. Ricordiamo infatti che la Russia è il terzo partner commerciale dell’Unione, e per quanto riguarda l’agro-alimentare il quarto dell’Italia. La Commissione europea ha stanziato 125 milioni di euro di aiuti per far fronte al colpo economico che i paesi europei stanno subendo e subiranno nei prossimi mesi. Il tema però che più preoccupa è quello relativo al gas metano che, sempre secondo le minacce russe, non arriverà proprio in Europa. L’inverno è alle porte e la sola Germania soddisfa il suo fabbisogno di metano per il 40% attraverso i giacimenti russi. Si può quindi solo immaginare quali potrebbero essere le conseguenze di simili ritorsioni.

Se l’UE non fosse così vincolata alla Russia dal punto di vista economico-commerciale, molto probabilmente ci sarebbe andata giù più pesante con le sanzioni, ma in primis per salvaguardare sé stessa, mira a cooperare con Putin per fronteggiare il problema ucraino.

 

Jennifer Murphy