Per la prima volta nella storia invocato l’art. 42 del Trattato di Lisbona

Dopo gli attentati terroristici di Parigi dello scorso 13 novembre rivendicati dallo Stato Islamico, la Francia ha iniziato i bombardamenti su Raqqa, città della Siria diventata roccaforte dell’ISIS. Il Presidente François Hollande si è inoltre appellato – per la prima volta nella storia data la situazione di emergenza – all’articolo 42.7 del Trattato di Lisbona per chiedere il sostegno degli altri paesi UE. Cosa prevede il Trattato? Cosa comporta per gli Stati?

L’art. 42.7 del Trattato di Lisbona

Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso. Ciò non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri. (art. 42.7 Trattato di Lisbona)

Le disposizioni del Trattato si basano sull’articolo 51 della Carta dell’ONU il quale a sua volta prevede:

Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale.

In sostanza il singolo Paese soggetto ad un attacco da parte di un terzo Stato, può attivare autonomamente azioni di controffensiva, fino a quando il Consiglio dell’ONU non istituirà provvedimenti volti a ristabilire l’equilibrio internazionale.

Cosa comporta per gli Stati?

Non avendo ad oggi un esercito europeo, i membri UE, volendo istituire una task-force per un intervento militare congiunto o sostegno ad uno Stato in difficoltà, necessitano di un accordo. Gli Stati europei hanno sottoscritto all’unanimità il supporto richiesto dalla Francia attivando la soprannominata clausola di difesa collettiva. Ogni Stato ha quindi l’obbligo di contribuire, secondo le proprie capacità, a favore di Parigi, data la straordinarietà degli eventi. L’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri Federica Mogherini ha specificato che tale decisione non comporta una missione di difesa comune ma solo un’assistenza bilaterale.

La Francia potrà chiedere agli Stati UE di contribuire a interventi militari che essa stessa sta portando avanti (ad esempio in Siria) o di partecipare ad azioni non armate. Le missioni possono consistere in: azioni congiunte in materia di disarmo, missioni umanitarie e di soccorso, di consulenza e assistenza in materia militare, di prevenzione dei conflitti e di mantenimento o ristabilimento della pace, nonché di stabilizzazione al termine dei conflitti; a tutte le tipologie di missioni l’UE può fare ricorso anche per contribuire alla lotta contro il terrorismo internazionale.

Per sapere con esattezza in quale modo ciascun membro fornirà il proprio sostegno e in quali termini, bisognerà aspettare l’incontro tra la Francia e gli altri governi nazionali, che presumibilmente si terrà nei prossimi giorni. La temporaneità e straordinarietà dei provvedimenti presi dall’UE in casi particolari come questo, mettono ancora una volta in luce come l’Unione nel suo complesso sia una sorta di nano politico nel panorama internazionale, frutto della scarsa volontà di andare oltre una pura unione economica. La domanda sorge spontanea: se non ci fosse stato l’art. 42.7, gli Stati membri si sarebbero attivati allo stesso modo di loro spontanea volontà?

 

Jennifer Murphy

Cos’è il Fondo salva Stati fornitore di liquidità per la Grecia?

Nelle ultime ore la questione greca sembra aver subito uno stallo ma solo apparente. La liquidità delle banche sta per finire e per questo, nell’incontro tenuto a Bruxelles nella giornata di oggi, il Primo ministro greco Alexis Tsipras, forte del risultato del referendum, chiede un nuovo prestito-ponte al Fondo salva Stati, senza però portare un nuovo programma davanti ai ministri dell’economia dell’UE. Cos’è il Fondo salva Stati? Come funziona e da dove arrivano i soldi prestati alla Grecia?

Cos’è il Fondo salva Stati

L’European Stability Mechanism (ESM), chiamato anche Meccanismo europeo di stabilità (MES) o Fondo salva Stati, è un’organizzazione intergovernativa istituita dall’Unione europea ed entrata in vigore nel 2012. L’ESM, la cui sede si trova a Lussemburgo, nasce per fronteggiare la grave crisi economica che ha colpito diversi Paesi europei a partire dal 2011 (in particolare Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna). Prima di allora non era infatti previsto alcun meccanismo di sostentamento. Dopo l’attivazione di una serie di fondi provvisori il Fondo salva Stati ha assunto carattere permanente attraverso una modifica del Trattato di Lisbona.

Chi gestisce l’ESM

Il Fondo è gestito dal Consiglio dei governatori composto da ciascun ministro dell’economia di ogni Stato membro dell’eurozona (19 Stati), dal Consiglio di amministrazione (eletto dal Consiglio dei governatori), dal Direttore generale (il tedesco Klaus Regling), dal Presidente della Banca centrale europea-BCE (l’italiano Mario Draghi) e dal Commissario per gli Affari economici dell’UE (il francese Pierre Moscovici) che però svolgono il ruolo di osservatori (non hanno cioè diritto di voto).

Cosa fa l’ESM

L’European Stability Mechanism presta soldi agli Stati in grave crisi finanziaria previa una formale richiesta. Per la restituzione del debito è previsto un tasso di interesse agevolato ma in cambio vengono richieste delle riforme al Paese beneficiario, sostanzialmente di tipo macroeconomico. Uno Stato beneficiario che non rispetta le condizioni del Fondo o che ritarda il pagamento del debito può essere soggetto a sanzioni. I soldi prestati dall’ESM vengono forniti dagli altri Stati membri: la Germania contribuisce con una quota del 27% (circa 22 miliardi di euro), la Francia col 20%, l’Italia col 17% (dati approssimativi) e via via tutti gli altri. La quota dei singoli Stati membri nel finanziamento si basa sulla singola quota di capitale nella BCE.

Il prestito alla Grecia

La Grecia è il Paese europeo che ha maggiormente usufruito dell’ESM: tra il primo ed il secondo piano di aiuti Atene ha ricevuto dall’UE e dal Fondo monetario internazionale (FMI) in totale circa 300 miliardi di euro che dovrà restituire con un tasso di interesse piuttosto favorevole pari al 3% fino al 2020. Oggi Atene si è presentata all’eurogruppo chiedendo un ulteriore prestito pari a 7 miliardi di euro per far fronte alla grave condizione in cui si trova il Paese, non ha però ancora proposto il piano di risanamento del debito che tutti aspettavano. Nelle prossime ore l’Europa dovrebbe decidere se fornire altra liquidità alla Grecia o chiudere i rubinetti definitivamente.

 

Jennifer Murphy

Blocco Schengen soluzione valida al problema immigrazione?

Da qualche settimana la questione sbarchi occupa le agende di tutt’Europa. Mentre l’Ungheria ha dichiarato l’intenzione di innalzare un muro al confine con la Serbia, sta creando scalpore il fatto che la Francia rimandi in Italia tutti coloro che cercano di attraversare illegalmente la frontiera. Tra le soluzioni maggiormente discusse a Bruxelles quella delle quote sull’immigrazione continua a tenere banco più delle altre. Altra proposta fatta soprattutto dai partiti di destra italiani ed europei è quella relativa al blocco degli Accordi di Schengen. In cosa consiste tale blocco? Costituirebbe davvero una soluzione definitiva o provvisoria all’emergenza in corso?

Gli Accordi di Schengen ed i controlli della Francia

Gli Accordi di Schengen, entrati in vigore nel 1995, garantiscono la libera circolazione dei cittadini all’interno degli Stati firmatari del Trattato (per maggiori informazioni circa gli Accordi vi rimando QUI). Tali Accordi garantiscono l’assenza di controlli doganali tra frontiere interne, cioè tra i firmatari del Trattato, e non si riferiscono alle frontiere esterne, delle quali invece deve occuparsi ogni singolo Stato con l’ausilio di Frontex. La sottoscrizione dell’Accordo non preclude però la possibilità per i Paesi di effettuare posti di blocco alle frontiere per vigilare chi entra e chi esce. È quindi erroneo sostenere che la Francia abbia sospeso Schengen per via dei serrati controlli attualmente in corso, sta solo applicando il proprio diritto di vigilanza certamente intensificato a seguito dei numerosi tentativi di oltrepassare il confine.

La circolazione degli extracomunitari nell’area Schengen

Un cittadino extracomunitario che giunge in uno Stato firmatario può circolare liberamente nell’area Schengen? La risposta è sì ma solo a determinate condizioni: deve avere ottenuto il permesso di soggiorno o risiedere regolarmente in tale Stato. Una volta ottenuti tali permessi, fino alla loro scadenza, potrà circolare liberamente nell’area Schengen. Coloro che giungono in Italia tramite i barconi hanno diritto di fare richiesta d’asilo politico e, come previsto dagli Accordi di Dublino, sarà il primo Stato sul quale l’immigrato mette piede a doversene occupare. Finché la sua richiesta non verrà vagliata non potrà uscire dal Paese. La Francia respinge coloro che non hanno ancora ottenuto il permesso di soggiorno o il diritto d’asilo in quanto, prima di consentirgli di lasciare l’Italia, deve aspettare il responso alla loro richiesta .

Il blocco di Schengen

Diversi partiti politici europei, tra cui la Lega Nord di Matteo Salvini e quello francese Front National di Marine Le Pen, chiedono a gran voce la sospensione di Schengen, sospensione che a loro dire garantirebbe un maggior controllo dei movimenti in Europa riuscendo ad individuare più facilmente chi non ha diritto d’asilo. Il blocco degli Accordi viene solitamente consentito per motivi di sicurezza come ad esempio la presenza sul territorio di importanti autorità politiche o in occasione di eventi straordinari come avvenuto in Italia per il G8 de L’Aquila del 2008 o in Francia a seguito degli attentati di Londra del 2005.

Il blocco di Schengen e la questione immigrati non sono però due elementi facilmente coniugabili. Pur garantendo un maggiore controllo e blocco di coloro che vogliono spostarsi illegalmente, costituirebbe al contempo uno svantaggio per tutti i cittadini europei che intendono viaggiare liberamente e legalmente da uno Stato all’altro. Un inasprimento dei controlli potrebbe essere una giusta via di mezzo per respingere coloro che non hanno diritto ad oltrepassare il confine italiano o per chi si trattiene nel territorio europeo oltre il periodo consentito. Un maggiore pattugliamento delle frontiere esterne costituirebbe un elemento aggiuntivo a garanzia di una sorveglianza più efficace affiancato da dialogo e scambio di informazioni tra gli Stati europei. La strategia attualmente più valida ma che al contempo trova più resistenza in Europa, è ancora una volta quella delle quote delle quali abbiamo già parlato in un precedente post ma che ad oggi non ha ancora trovato seguito.

 

Jennifer Murphy

Cosa fa l’UE per l’integrazione dei Rom

Negli ultimi tempi il tema dell’integrazione dell’etnia Rom in Italia è tornato in primo piano anche per via di una ritrovata attenzione da parte di alcuni partiti politici. Quella dei Rom è una questione che non interessa solo il nostro Paese ma tutti gli Stati dell’Unione europea, tanto che negli ultimi anni anche quest’ultima si è mossa per garantire un maggiore sostegno ai suoi membri nella lotta alla discriminazione fornendo mezzi anche finanziari per integrare questa minoranza. Quali sono i provvedimenti ed i risultati raggiunti in Europa?

I Rom in Europa

Difficile stabilire con certezza la popolazione Rom presente sul territorio europeo: alcuni stimano 10 milioni altri 6. Nel 2013 è emerso come l’Italia, messa a confronto con i principali Stati europei, non stia ospitando più Rom degli altri come alcuni spesso fanno credere.

Popolazione Rom nei principali Paesi europei (fonte Panorama)

 

Come si può vedere dal grafico l’Italia si colloca al 4° posto per numero di Rom tra i maggiori Paesi europei. Secondo i dati diffusi dall’UE, insieme a Regno Unito siamo il paese che ha fatto meno per l’integrazione dei Rom.

I provvedimenti dell’Unione europea per i Rom

Mentre alcuni politici italiani sostengono la necessità di “radere al suolo i campi Rom” per risolvere definitivamente il problema, l’Europa negli ultimi anni ha stanziato numerosi fondi destinati alla lotta delle discriminazioni e per favorire l’integrazione delle minoranze etniche in generale. Nel 2013 la Commissione europea ha adottato il primo strumento giuridico dell’UE per l’inclusione dei Rom sottoscritto da tutti i 28 Stati. Tale atto contiene orientamenti specifici per aiutare gli Stati ad aumentare gli sforzi già fatti esortando gli stessi a colmare il divario fra Rom ed il resto della popolazione. Le raccomandazioni sottoscritte dagli Stati riguardano quattro settori: accesso all’istruzione, all’occupazione, all’assistenza sanitaria e all’alloggio.

Come molti sapranno l’Europa attraverso i Fondi Strutturali permette agli Stati di usufruire di finanziamenti per promuovere progetti d’integrazione di vario tipo. Tra il 2014 ed il 2020 l’Italia avrà a disposizione 29,3 miliardi di euro in fondi (Fondo Sociale Europeo-FSE e Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale-FESR). Parte di questo denaro sarà destinato a programmi d’inclusione sociale e lotta alla povertà che non riguarderanno solo i Rom ma anche tutte le altre minoranze. La Commissione europea ha deciso inoltre di obbligare gli Stati membri a destinare almeno il 20% dei Fondi per questa causa.

I risultati raggiunti negli altri Stati europei

Ogni anno la Commissione stila un rapporto sui progressi fatti dai singoli Stati membri per tutti gli ambiti di sua competenza. Per quanto riguarda i Rom nel caso dell’istruzione emerge come la Finlandia sia riuscita a portare un aumento della frequenza della scuola materna dal 2 al 60%. In Irlanda invece sono stati istituiti degli “insegnanti itineranti” che si spostano seguendo le comunità Rom per garantire la formazione scolastica ai bambini. Per quanto riguarda l’occupazione la strada appare ancora in salita ma in Austria, Spagna e Finlandia sono stati formati degli operatori per assistere i Rom in cerca di lavoro. Stesso metodo è stato adottato per quanto riguarda la ricerca degli alloggi con programmi di integrazione ed accoglienza da parte del vicinato. Per la sanità la Francia si è invece impegnata nella riduzione dei costi economici per l’accesso alle cure sanitarie garantendo un più facile accesso.

Quando un problema viene riconosciuto come tale è impensabile trovare una soluzione istantanea e radicale in quanto difficilmente sarà la strada giusta per il successo. L’Italia potrebbe forse fronteggiare il problema facendosi appoggiare maggiormente dall’UE e prendendo spunto dai provvedimenti presi dagli altri Stati.

 

Jennifer Murphy

Le quote sull’immigrazione e l’opposizione degli Stati

L’immigrazione continua a tenere banco in Italia ma soprattutto in Europa. Dopo l’ennesima strage annunciata di migranti morti nelle acque del Mediterraneo, Bruxelles sembra essersi decisa a prendere in mano la situazione. Federica Mogherini, Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha preso le redini delle trattative stabilendo un piano d’azione che nei prossimi mesi verrà messo in atto. Motivo di un acceso dibattito è la così detta “questione quote” che ha messo in crisi le trattative ancora in corso. Cosa sono queste quote? Perché alcuni Stati vi si oppongono?

L’Agenda della Commissione europea e le quote di immigrati

Oltre ad un sostanziale aumento delle risorse destinate al pattugliamento delle coste europee, la lotta ai trafficanti di esseri umani attraverso un attacco diretto alla distruzione dei barconi pronti a partire dalle coste africane e disincentivare l’immigrazione irregolare, la Commissione ha deciso di introdurre le così dette quote sull’immigrazione. Si tratta di un meccanismo temporaneo di distribuzione degli immigranti presenti sul territorio europeo tra tutti gli Stati membri. Per fare ciò si è appellata per la prima volta nella storia all’articolo 78, paragrafo 3, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che mira ad aiutare uno o più Paesi interessati da un afflusso improvviso di migranti.

Criteri di ripartizione delle quote

Tale ripartizione riguarda due “tipologie” di immigrati: quelli già presenti sul territorio europeo (coloro che sono giunti tramite i barconi negli ultimi mesi e che hanno diritto d’Asilo), e quelli che attualmente vivono in cambi profughi nei loro paesi d’origine in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato da parte di Paesi europei.

Gli elementi tenuti in considerazione per la ripartizione sono: popolazione complessiva (40%), PIL (40%), tasso di disoccupazione (10%) e numero di rifugiati già accolti sul territorio nazionale (10%). Per quanto riguarda gli immigrati già presenti sul territorio europeo l’Italia, secondo questi criteri, dovrebbe ospitarne l’11,84% (terza dopo Germania e Francia rispettivamente col 18,42 e 14,17%). Il nostro Paese ha già raggiunto tale percentuale e quindi non dovrebbe accogliere altri immigrati. Per quanto riguarda coloro che sono in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato, secondo l’UE il numero si aggirerebbe intorno a 20 mila persona di cui il 9,94% sarebbe destinato all’Italia (circa 2000 persone andrebbero quindi ad aggiungersi a quelli già presenti sul territorio nazionale). Questi criteri sarebbero comunque temporanei ed entro la fine del 2015 è previsto l’inserimento di un sistema permanente di ricollocazione in situazioni di emergenza future.

Gli oppositori alle quote

Fin da subito Danimarca e Gran Bretagna si sono appellate alla clausola opt-out che gli consente di scegliere di non sottostare alle decisioni dell’UE su queste tematiche. Il Regno Unito ha inoltre dichiarato di essere contrario alle quote invitando a respingere gli immigrati invece di accoglierli. Il fronte dei noi si è presto allargato: Repubblica Ceca, Slovacchia, Paesi Baltici, Polonia, Francia e Spagna si sono dichiarati contrari a questi criteri oppure alle quote in generale sostenendo la necessità di risolvere il problema alla radice intervenendo in Libia. La Spagna ha giustificato la sua contrapposizione sostenendo che la distribuzione così pianificata non sarebbe equa. Il meccanismo, secondo il Paese, terrebbe troppo poco in considerazione il tasso di disoccupazione e gli sforzi già fatti per accogliere gli immigrati: il 10% sarebbe un valore troppo basso e questi due criteri dovrebbero assumere più rilevanza, il tasso di disoccupazione infatti è cruciale per definire la capacità o meno di uno Stato di garantire una corretta integrazione dei migranti.

Il Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz denuncia il subordinamento degli interessi dei profughi rispetto a quelli dei singoli Stati: “Adesso è visibile perché a Bruxelles vengono ostacolate le istituzioni comuni: è chiaro che alcuni Paesi membri seguono freddamente solo i propri interessi” ha dichiarato il tedesco. Questa proposta di “ricollocazione automatica” negli Stati membri dei richiedenti asilo dovrà essere approvata dal Consiglio europeo nella seduta di fine giugno, nel frattempo prenderà il via una lunga fase di negoziazione tra Stati che ancora una volta tendono a dimenticarsi la solidarietà sulla quale l’UE dovrebbe fondarsi.

 

Jennifer Murphy

In cosa consistono le sanzioni alla Russia e quali sono le conseguenze per l’UE?

Negli ultimi mesi la così detta questione Ucraina ha occupato le testate di tutti i principali giornali tuonando a suon di report e condanne nei confronti della Russia. In relazione a questi fatti, si parla soprattutto di sanzioni che Stati Uniti e Unione europea hanno imposto a Putin per le sue azioni considerate scellerate e contro il diritto internazionale. E’ bene premettere che l’imposizione da parte di uno o più Paesi/organizzazioni (come ad esempio l’ONU) di sanzioni ad uno Stato che viola le leggi internazionali, è legittima e prevista dai trattati. Detto ciò, a cosa servono tali sanzioni? In cosa consistono? Quali svantaggi portano alla Russia e quali ai Paesi così detti sanzionatori?

A quale scopo USA e UE sanzionano la Russia?

A seguito dell’intromissione da parte della Russia nella crisi ucraina, Stati Uniti prima e Unione europea poi, hanno deciso di intervenire per “far cambiare idea” a Putin. Al fine di scongiurare un intervento militare  privilegiando la via del dialogo, si è inizialmente tentato di risolvere la questione per vie diplomatiche cercando cioè di comunicare e concludere il tutto pacificamente. In seguito della scarsa disponibilità russa a seguire queste vie, USA e UE hanno deciso di sanzionare il governo russo per dissuaderlo nel perpetuare tali atteggiamenti e per bloccare sul nascere una crisi che ormai però sembra diventata ingestibile.

In cosa consistono le sanzioni alla Russia?

Le sanzioni imposte riguardano principalmente l’ambito economico-finanziario ed i rapporti commerciali tra Russia, UE ed USA. Tra esse troviamo poi la compilazione di una sorta di “lista nera” di personalità russe o filorusse soggette a restrizioni. Tra queste vi è ad esempio Igor Sechin, il capo del gigante petrolifero Rosneft, il quale non può ottenere visti per abbandonare il suo Paese ed i beni da lui detenuti in Europa e USA sono stati congelati.

Altri due tipi di sanzioni riguardano limitazioni nelle esportazioni agro-alimentari da parte dei paesi Europei verso la Russia e lo stop dell’export di tecnologie che le consentano il miglioramento delle capacità militari. In riferimento a quest’ultima sanzione, nelle ultime ore, USA e UE si sono allineate sul blocco dell’accesso ai mercati dei capitali europei alle compagnie russe sul fronte dell’energia e della difesa. Grandi compagnie petrolifere come la stessa Rosneft o la Transneft, saranno sempre più limitate nella possibilità di cooperare con gruppi stranieri per lo sviluppo di tecnologie specializzate mettendo a rischio progetti miliardari.

Quali conseguenze per i Paesi sanzionatori?

Come spesso avviene in politica, ma non solo, esiste un rovescio della medaglia. Le sanzioni imposte alla Russia hanno delle spiacevoli conseguenze anche per chi sanziona, soprattutto in questo caso per l’Europa che costituisce uno dei maggiori partner dell’impero di Putin. Il così detto “effetto boomerang” costituisce  sempre più una realtà che una minaccia. Putin pronostica infatti che le sanzioni avranno un effetto negativo più sull’Europa che nella sua patria, e già minaccia lo stop del commercio delle auto usate provenienti dall’UE. Sta di fatto che le misure adottate colpiscono soprattutto l’economia di Francia, Italia e Germania, mettendo a rischio solo in quest’ultima 5 miliardi di euro e 130 mila posti di lavoro. Ricordiamo infatti che la Russia è il terzo partner commerciale dell’Unione, e per quanto riguarda l’agro-alimentare il quarto dell’Italia. La Commissione europea ha stanziato 125 milioni di euro di aiuti per far fronte al colpo economico che i paesi europei stanno subendo e subiranno nei prossimi mesi. Il tema però che più preoccupa è quello relativo al gas metano che, sempre secondo le minacce russe, non arriverà proprio in Europa. L’inverno è alle porte e la sola Germania soddisfa il suo fabbisogno di metano per il 40% attraverso i giacimenti russi. Si può quindi solo immaginare quali potrebbero essere le conseguenze di simili ritorsioni.

Se l’UE non fosse così vincolata alla Russia dal punto di vista economico-commerciale, molto probabilmente ci sarebbe andata giù più pesante con le sanzioni, ma in primis per salvaguardare sé stessa, mira a cooperare con Putin per fronteggiare il problema ucraino.

 

Jennifer Murphy

Perché il Parlamento europeo ha tre sedi?

Ogni qual volta i TG citano il Parlamento europeo nei servizi che ci vengono proposti compaiono svariate immagini di eurodeputati intenti al voto o di palazzi con facciate luccicanti. Molti sanno che il Parlamento europeo ha più sedi, pochi sanno il perché. Quando guardiamo la TV e passivamente osserviamo le immagini che ci vengono proposte, come distinguere di quale sede si sta parlando? Perché complicarsi la vita e non optare per una sede unica?

Quali sono le sedi del Parlamento europeo?

Il Parlamento europeo ha ben tre sedi, ognuna sita in una città diversa: Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo. Nelle prime due gli eurodeputati si incontrano per le riunioni dei gruppi parlamentari e per le sedute plenarie (sedute nelle quali si riuniscono tutti i membri del Parlamento e non solo singoli gruppi), mentre la sede di Lussemburgo (sconosciuta ai più e della quale è difficile perfino trovare immagini in internet) è puramente di carattere amministrativo.

Sede del Parlamento europeo di Bruxelles
Sede del Parlamento europeo di Bruxelles
 
Plenaria di Bruxelles
Plenaria di Bruxelles
 
Sede del Parlamento europeo di Strasburgo
Sede del Parlamento europeo di Strasburgo
 
Plenaria di Strasburgo
Plenaria di Strasburgo
 

Perché esistono più sedi del PE?

È risaputo come la sede delle principali istituzioni europee (Commissione, Parlamento, Consiglio europeo e dell’Unione europea) sia Bruxelles, fatta appunto eccezione per il Parlamento europeo e per la Banca centrale europea (che ha sede a Francoforte). Il motivo principale per cui la scelta è ricaduta proprio su Bruxelles è per un carattere logistico ed in parte politico. La capitale del Belgio si trova né troppo a sud né troppo a nord del Continente europeo individuando così una via mediana tra i vari Stati, inoltre in questo modo le istituzioni sono raggiungibili più o meno nello stesso lasso di tempo da tutti gli Stati dell’UE. Ma allora perché il Parlamento si riunisce anche a Strasburgo? La scelta della città francese come seconda sede del PE ha radici prettamente storiche, infatti la posizione di confine tra Francia e Germania rappresenta un simbolo di riconciliazione post bellica dei due nemici storici. La sede di Strasburgo costituisce quindi l’espressione della pace e della volontà dei due Stati di essere la guida dell’intera Unione.

Strasburgo o Bruxelles? Questo è il problema

La doppia sede, come prevedibile, costituisce un costo addizionale per i portafogli dei Paesi scatenando da anni i malumori di molti. Il così detto circo itinerante, cioè gli spostamenti continui degli eurodeputati da una città all’altra, secondo alcune stime costerebbe circa 200 milioni di euro l’anno. Quasi tutti concordano sulla necessità di individuare un’unica sede per il Parlamento europeo, ma è difficile scegliere quale delle due città debba ospitarlo definitivamente.

Pro-Strasburgo

Questo “schieramento” sottolinea come gli accordi prevedano la sede di Strasburgo e che quindi sarebbe troppo laborioso iniziare un processo di revisione dei trattati, inoltre mettere in discussione la sede Francese porterebbe al riemergere di malumori tra Francia e Germania. Costituire la sede unica a Bruxelles porterebbe il venir meno del decentramento politico voluto dall’Unione stessa, evitando un’eccessiva concentrazione di potere nella capitale Belga.

Pro- Bruxelles

I favorevoli alla sede belga sostengono la necessità, soprattutto per questioni logistiche e di costi, di costituire la sede definitiva a Bruxelles, città nella quale sono presenti le altre istituzioni principali. Il decentramento del potere quindi in questo caso viene messo da parte a favore di maggiore efficienza e risparmio.

È evidente quindi come dietro alla scelta di separare le sedi del Parlamento vi siano soprattutto questioni politiche e storiche. Difficile è dire su quale città debba ricadere la scelta, è però evidente che l’Unione europea non possa più permettersi i lusso di una “seconda casa”. Un primo passo che potrebbe essere fatto sarebbe quello di eliminare almeno la sede di Lussemburgo, iniziando un cammino di riforma indispensabile per l’Europa intera. Altra elemento da considerare è la possibilità di far scegliere direttamente al Parlamento europeo, attualmente però esso non è in possesso della competenza per farlo, andrebbe quindi introdotta attraverso un’apposita norma.

 

Jennifer Murphy