L’Europa a 5Stelle – Speciale elezioni 2018

Mancano poco più di tre settimane alle elezioni politiche italiane e ciascun partito è chiamato a presentare il proprio programma di governo. Tantissimi i temi sul piatto, dall’immigrazione alla disoccupazione, dalla povertà alle tasse. Tra gli argomenti uno dei più discussi è sicuramente l’Europa: più Europa? meno Europa? quale futuro vogliono i partiti italiani per l’Unione europea?

Il Movimento5Stelle nel suo «Programma per l’Italia scritto dagli italiani» ha incluso insieme agli altri un capitolo dedicato all’Europa inserendola nel sotto-punto della politica estera: «Un’Italia libera e sovrana amica di tutti i popoli» il motto scelto. Per i 5Stelle è l’euro il “nemico da combattere” con una revisione dei trattati e una “task force” dei paesi mediterranei capace di far sentire la propria voce nelle istituzioni europee. Un capitolo a parte è invece dedicato al tema dell’immigrazione. Con lo slogan «Immigrazione: obiettivo sbarchi zero» il Movimento mira a rendere obbligatorio e permanente il meccanismo di redistribuzione dei migranti con la presentazione delle domande di protezione internazionale direttamente dai Paesi d’origine.

Euro

Il Movimento che ha Luigi Di Maio come candidato premier ambisce a una «Europa senza austerità». L’elemento centrale del programma a 5Stelle per quanto riguarda l’Unione è la moneta unica. Di recente il Movimento ha cambiato la propria posizione in merito all’Euro rinunciando all’idea di abbandonare la moneta unica con un referendum ma ambendo ora a una sua profonda revisione. La moneta europea è infatti considerata dal movimento causa di «una situazione insostenibile. Siamo succubi di una moneta unica che rappresenta solamente un vincolo di cambi fissi tra economie troppo diverse» si legge nel programma.

Per il movimento Paesi come Germania e Olanda godrebbero di «una moneta sottovalutata per la loro economia» accumulando «surplus insostenibili». Dall’altra Italia, Spagna, Grecia, Francia e Portogallo, soffrirebbero «una moneta sopravvalutata per la loro economia» accumulando «deficit insostenibili». A causa di tale condizione tali Stati sarebbero «costretti a ridurre i salari e i diritti sociali attraverso le famose riforme e a svendere, privatizzare e tartassare i loro cittadini per reperire risorse».

Di questo passo – sempre secondo il movimento – l’Italia rischierebbe «di diventare produttrice di manodopera a basso costo per i paesi del Nord Europa, un “parco giochi” turistico per i ricchi Paesi del nord».

La proposta dei 5Stelle è quindi «una revisione radicale dei trattati, concordando soluzioni alternative all’euro». In particolare gli ormai ex grillini se eletti si faranno promotori di una «alleanza con i Paesi dell’Europa del sud in grado di dialogare con tutto il cosiddetto “Mediterraneo allargato”». L’obiettivo?  «Superare definitivamente le politiche di austerità e rigore legate alla moneta unica […] per ottenere una profonda riforma anche dell’Unione Europea».

Immigrazione

Per quanto riguarda l’immigrazione l’obiettivo principale dei 5Stelle è invece «scardinare il business degli scafisti e azzerare sbarchi e morti nel Mar Mediterraneo» rafforzando le «vie legali e sicure di accesso per raggiungere l’Europa». Come? Attraverso la «revisione del Regolamento di Dublino III che assegna gli oneri maggiori relativi all’esame delle domande di asilo e alle misure di accoglienza al primo Paese d’ingresso dell’Unione Europea».

Gli ex grillini ambiscono inoltre a rendere il meccanismo di redistribuzione dei migranti permanente e obbligatorio con «una equa corresponsabilità in casi di massicci flussi migratori». Tra i parametri che andrebbero tenuti in considerazione per la definizione delle quote «popolazione, PIL e tasso di disoccupazione» con «sanzioni per i Paesi che non rispettano gli accordi».

Infine, per quanto riguarda le domande di protezione internazionale, il Movimento5Stelle propone la «valutazione dell’ammissibilità delle domande nelle ambasciate e nei consolati nei Paesi di origine o di transito o nelle delegazioni dell’Unione europea presso i Paesi terzi, con il supporto delle Agenzie europee preposte».

Unioni civili: la Grecia e gli altri Stati UE

Oggi è una giornata storica per la Grecia. Questa volta l’economia e la crisi non centrano perché si parla di diritti civili. Il Parlamento ha infatti approvato la legge sul riconoscimento delle unioni civili per le coppie omosessuali promossa dal Governo di Alexis Tsipras. Vediamo in cosa consiste e la situazione negli altri Paesi europei.

La legge greca e gli altri Stati UE

La legge è stata approvata con larga maggioranza dal Parlamento ellenico nelle prime ore di oggi. Il provvedimento è stato sostenuto da Syriza, Pasok, Potami, Unione dei Centristi, da alcuni parlamentari di Greci Indipendenti e Nea Dimokratia. A votare contro i neonazisti di Alba Dorata e lo schieramento comunista. Con essa si risolvono tutti i problemi legati a eredità, reversibilità pensionistica e assistenza medica.

Unico neo rimane l’impossibilità di adozione per la quale forse si dovrà pazientare ancora un po’. Il Belgio ad esempio nel 2003 fu il secondo Stato al mondo a introdurre la legge per le unioni omosessuali vietando però l’adozione, salvo poi introdurre una modifica del 2006 che garantì anche tale diritto. In Grecia forte influenza in tal senso ha avuto la Chiesa Ortodossa. Guardando ad altri Stati europei si scopre che perfino la cattolicissima Irlanda nel maggio scorso ha promosso un referendum costituzionale per garantire le nozze gay ottenendo l’approvazione del 62% dei cittadini.

Un caso particolare è quello del piccolo Stato di Malta. Sull’Isola le unioni tra persone dello stesso sesso non sono consentite, ma vengono riconosciute quelle stipulate in un altro Paese. Se una coppia omossessuale di sposa per esempio in Portogallo e poi si trasferisce a Malta la loro unione verrà riconosciuta come valida (stessa regola vale per Israele).

Altro caso anomalo è quello della Slovenia. Nel marzo scorso il Parlamento ha approvato la legge che avrebbe consentito nozze e adozioni per le coppie gay. Tramite referendum abrogativo il popolo ha però deciso di non accettare questa nuova formula. Infatti il Paese già dal 2006 ha approvato una legge che garantisce le unioni civili e la possibilità di adozione da parte di coppie gay dei figli di uno dei o delle due partner. A garanzia di tali diritti tornerà quindi valida la legge precedentemente in vigore.

L’Italia

Il nostro Paese ad oggi rimane l’unico membro UE a non aver approvato alcuna legislazione in materia di unioni civili, ne tanto meno di adozioni o nozze tra omosessuali. A luglio la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la violazione dei diritti di tre coppie omosessuali di Trento, Milano e Lissone alle quali è stata vietata l’unione. La Ministra per le Riforme Costituzionali Maria Elena Boschi a settembre aveva garantito che entro l’anno la proposta di legge, tutt’ora al vaglio delle Camere, sarebbe stata approvata. Mancano pochi giorni alla fine del 2015 ma purtroppo la legge non è ancora divenuta tale. Il disegno di legge prevede l’introduzione sia delle unioni civili tra omosessuali (non dei matrimoni in chiesa) sia la possibilità di adozione da parte delle coppie.

Ora il Bel Paese non ha più scusanti. Può scegliere se rimanere l’unico a non riconoscere un diritto fondamentale delle persone, l’uguaglianza, oppure se continuare a violarlo.

 

Immigrazione: nuovi accordi Turchia-UE

In vista del rafforzamento dei controllo sui confini esterni dell’UE, a metà ottobre la Commissione europea ha stipulato un accordo con la Turchia per una maggiore collaborazione nella gestione dei flussi migratori. Negli ultimi mesi si è infatti registrato un forte aumento di migranti che passano attraverso la Turchia per poi arrivare in Europa. In cosa consiste tale accordo? Quali le conseguenze per entrambe le parti?

Il punto sulla questione immigrazione

Il 25 ottobre 11 paesi europei si sono ancora una volta riuniti a Bruxelles per discutere la questione migranti. Ancora nulla di fatto sulle quote di ricollocamento. Fortemente discussa invece la questione della rotta balcanica, con i paesi dell’est ancora reticenti riguardo all’accoglienza dei migranti. Il rafforzamento di Frontex è il principale obiettivo dei 28 membri, con l’intenzione di trasformare l’Agenzia in un corpo europeo di guardia frontiera. Stando ai trattati attualmente in vigore, ogni stato membro è responsabile dei suoi confini esterni e Frontex costituisce un controllo addizionale.

La Slovenia denuncia la mancanza di controlli dei migranti di passaggio, coloro i quali passano attraverso un paese europeo per raggiungerne un altro. L’UE invita quindi gli stati ad effettuare le registrazioni anche di coloro che intendono unicamente transitare sul territorio interessato. Chi non si fa registrare non avrà possibilità di usufruire dei centri di accoglienza, il tutto volto a disincentivare gli spostamenti.

L’accordo con la Turchia

L’Unione europea ha recentemente stipulato un nuovo accordo con il governo di Ankara per un maggiore coordinamento sul tema immigrazione. Per i migranti la Turchia costituisce un paese di passaggio per arrivare in Europa. L’UE le chiede di accogliere un maggior numero di profughi riducendo così gli arrivi nei paesi europei. A late scopo ha garantito un sostegno economico di circa 3,5 miliardi euro al governo turco, soldi destinati alla creazione di nuovi centri d’accoglienza ed al soddisfacimento dei bisogni primari dei richiedenti asilo.

Recep Tayyip Erdoğan ha invece chiesto alla Commissione europea di accelerare il processo di liberalizzazione dei visti per consentire ai turchi di arrivare più facilmente in Europa. Il presidente Jean-Claude Junker ha però precisato che non ci saranno sferzate sul tema e ad oggi sono ancora valide le leggi vigenti. Lo scorso febbraio infatti UE e Turchia avevano già affrontato il tema ed il presidente della Commissione garantisce che in ogni caso se ne riparlerà a metà 2016.

Verso la riapertura dei dialoghi per l’adesione (?)

Il ritrovato dialogo tra le parti potrebbe portare ad un nuovo capitolo riguardo l’adesione del paese all’UE. Quest’ultima è infatti consapevole di quanto la Turchia possa “tornarle utile” nel controllo dei flussi migratori provenienti da est, anche se ad oggi non è mai stata invitata ad alcun vertice europeo sul tema. Dall’altra Ankara spinge – dopo un temporaneo stallo – affinché le trattative si riaprano, senza però trascurare i rapporti con il resto dell’Asia. Guarda infatti di buon occhio la possibile adesione al Gruppo di Shangai (composto da Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan) con l’intento di mantenere buoni rapporti anche coi vicini ad est, i quali però non sembrano così intenzionati ad aprirsi al suo ingresso.

Che si tratti di opportunismo politico o meno in ogni caso Unione europea e Turchia sono destinate ad intrattenere rapporti politico-economici. Non è ancora chiaro sotto quale forma, se attraverso semplici partenariati oppure puntando ad una vera e propria adesione. Qualora la scelta ricadesse su quest’ultima è evidente quanto la strada da fare sia ancora lunga.

 

Jennifer Murphy

Un’eurotassa per scongiurare crisi future

Negli ultimi giorni a Bruxelles si sta affrontando un argomento scottante ma che potrebbe costituire una svolta epocale in senso europeista. Stiamo parlando della già rinominata eurotassa. Un gruppo di illustri economisti e politici stanno infatti elaborando un nuovo progetto volto a garantire maggiore stabilità per l’Unione europea dopo il superamento dei rischi legati alla Grexit. Di cosa si tratta? Quali le conseguenze per i Paesi interessati?

Chi compone il gruppo e quali gli obiettivi?

Come sostenuto da molti economisti e studiosi il problema fondamentale dell’UE e dell’euro è la presenza di un’unione economica ma l’assenza di quella politica su modello statunitense, tanto voluta dai Padri fondatori come Alcide De Gasperi. Di questo si parla da anni e ancora di più a seguito della profonda crisi greca che ha messo in seria discussione l’Unione intera. Pochi giorni fa in un articolo il Der Spiegel (noto giornale tedesco) ha “svelato” l’esistenza di una speciale commissione presieduta da Mario Monti e composta, tra gli altri, dal Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble e dal Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Compito di questo gruppo creato ad hoc sarebbe quello di elaborare una sorta di tassa europea per finanziare un fondo comune volto a fronteggiare eventuali condizioni di instabilità economica o crisi finanziaria.

Partedo da sinistra:  Juncker, Schaeuble, Monti
Partedo da sinistra: Jean-Claude Juncker, Schaeuble, Mario Monti

 

Da dove arriveranno i soldi e chi li gestirà?

Essendo il tutto in fase di elaborazione le informazioni sono ancora abbastanza incerte. Due sarebbero le possibili alternative di finanziamento: la prima prevede che gli Stati dell’eurozona (o forse anche gli altri membri UE ancora non è definito) versino parte delle entrate raccolte con IVA ed IRPEF in uno speciale fondo (senza che i cittadini versino un’ulteriore tassa, in sostanza neanche se ne accorgerebbero); la seconda opzione prevede invece una tassa addizionale rispetto a quelle già esistenti. Per gestire questo fondo e quindi le entrate ed uscite verrebbe introdotta una nuova figura una sorta di Ministro delle Finanze europeo.

Conseguenze per l’UE

Ancora prima che le informazioni siano chiare e soprattutto definitive, molti hanno criticato aspramente l’intenzione dell’Unione europea di chiedere agli Stati di cedere parte della propria sovranità in un campo che ad oggi è totalmente in mani nazionali. Altri hanno puntato il dito contro la Germania accusata di voler ancora una volta “rubare l’autonomia” degli altri Paesi, ma a gran sorpresa la stessa Angela Merkel non sarebbe del tutto sicura di voler proporre un simile passo al suo popolo. Sicuramente se si andasse verso questa strada sarebbe una svolta epocale per l’Europa che per anni non ha fatto passi avanti per garantire maggiore stabilità rimanendo in una sorta di limbo. Ancora una volta occorre capire se gli Stati sono effettivamente pronti a cedere ulteriore sovranità ad un’entità vista spesso come ostile.

 

Jennifer Murphy

Immigrazione: il tramonto delle quote e il nuovo piano UE

Lo scorso maggio, per far fronte alla questione sbarchi, la Commissione europea aveva proposto l’introduzione, anche se temporanea, di un meccanismo di quote stabilendo il numero di immigrati presenti sul territorio europeo che ciascuno Stato avrebbe dovuto accogliere. Pochi giorni fa il Consiglio Affari interni composto dai Ministri dell’Interno di ciascuno Stato membro, ha deciso di non approvare il meccanismo delle quote ma di stabilire una redistribuzione su base volontaria. Cosa significa? Quante persone accoglierà ciascun Paese?

Cosa prevede il nuovo piano

Il meccanismo delle quote presentato nei mesi scorsi prevedeva un sistema di redistribuzione delle persone già sbarcate in Grecia ed Italia basato su specifici parametri, definendo così il numero di immigrati che ciascun membro avrebbe dovuto accogliere sul proprio territorio. La solidarietà che molti auspicavano è però venuta meno col tramonto di questa iniziale prerogativa. Il nuovo piano approvato dai 28 Stati membri stabilisce un numero preciso di persone da destinare ai Paesi a partire da ottobre 2015, quantità però fissata su base volontaria cioè ciascun membro ha definito il numero a prescindere da parametri specifici (come PIL, numero di persone già accolte, livello di disoccupazione ecc. …). Questa scelta fa discutere evidenziando come sia venuta meno la solidarietà che dovrebbe contraddistinguere l’UE. Vero anche che nessuna norma europea o Trattato impone l’obbligo di redistribuzione dei migranti, anzi il Regolamento di Dublino obbliga lo Stato sul quale il migrante mette piede per la prima volta a doversi occupare delle richieste d’asilo ed assistenza.

Quante persone accoglierà ciascuno Stato

Per capire la distribuzione delle persone occorre premettere che ci si riferisce a due “tipologie” di immigrati: quelli già presenti sul territorio europeo e quelli attualmente confinati in campi profughi di Paesi terzi (come l’Africa) in attesa del riconoscimento dello status d’asilo. Ricordiamo inoltre che per immigrati e profughi si intende persone alle quali è stata riconosciuta la possibilità di risiedere in Europa, non sono clandestini. Alcuni Stati si sono autoesonerati dalla redistribuzione degli immigrati già sbarcati come Austria e Ungheria (quest’ultima non accoglierà nessuna tipologia) o Danimarca e Gran Bretagna (accoglieranno solo profughi di Paesi terzi). Per queste ultime è prevista la possibilità di farlo secondo la clausola opt-out, mentre l’Irlanda, pur potendo anch’essa ricorrere alla clausola, ha deciso di dare la propria disponibilità. Nella seguente tabella è quindi possibile vedere quante persone verranno accolte da ciascun Paese a seconda delle due “tipologie”. Oltre agli Stati dell’UE vi sono anche alcuni Paesi europei ma non membri dell’UE che hanno dato la propria disponibilità all’accoglienza (come Svizzera ed Islanda).

Paese Profughi attualmente in Paesi terzi Persone già presenti sul territorio europeo
Austria

Belgio

Bulgaria

Cipro

Croazia

Danimarca

Estonia

Finlandia

Germania

Irlanda

Lettonia

Lituania

Lussemburgo

Malta

Paesi Bassi

Polonia

Portogallo

Regno Unito

Repubblica Ceca

Romania

Slovacchia

Slovenia

Spagna

Svezia

Ungheria

Islanda

Liechtestein

Norvegia

Svizzera

1900

1100

50

49

150

1000

20

293

1600

520

50

70

10

14

1000

900

191

2200

400

80

100

20

1449

491

0

50

20

3200

519

0

1164

450

173

400

0

130

792

10000

600

200

255

120

60

2097

1100

1309

0

1100

1705

100

230

1300

1164

0

0

0

0

0

Totale 22.504 32.256

Jennifer Murphy

Chi è Dijsselbloem Presidente dell’Eurogruppo?

In questi giorni concitati in cui la questione greca ha portato a dire tutto ed il contrario di tutto, nuove e vecchie facce hanno presto occupato gli schermi dei nostri televisori con nomi già sentiti ma dei quali spesso ignoriamo il significato e la provenienza. Indiscusso protagonista delle trattative per evitare il default (per ora scongiurato) di Atene è il Presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem. Da dove viene il già soprannominato “Dottor euro”? Quali sono i suoi compiti?

L’Eurogruppo

L’Eurogruppo è un organo informale (non è un’istituzione europea) composto dai ministri delle finanze dei Paesi della zona euro (19 Stati) e si riunisce alla vigilia di ciascun “Consiglio Economia e finanza”, comunemente chiamato ECOFIN composto invece da tutti i ministri dell’economia degli Stati dell’UE. Il compito principale dell’Eurogruppo è quello di garantire il coordinamento delle politiche economiche degli Stati dell’eurozona.

Il Presidente dell’Eurogruppo

Il Presidente dell’Eurogruppo viene eletto ogni 2 anni e mezzo dall’Eurogruppo stesso e può essere rieletto per un secondo mandato. I compiti del Presidente sono: presiedere le riunioni dell’Eurogruppo e stabilirne gli ordini del giorno, elaborare il programma di lavoro a lungo termine, presentare i risultati delle discussioni dell’Eurogruppo, rappresentare l’Eurogruppo nei consessi internazionali, informare il Parlamento europeo delle priorità dell’Eurogruppo.

Chi è Dijsselbloem

Jeroen Dijsselbloem è un politico olandese attualmente ministro delle finanze del governo Rutte e dal 2013 è sia Presidente dell’Eurogruppo sia del Consiglio dei governatori del Meccanismo di stabilità. La sua scarsa esperienza diplomatica è stata criticata da molti creando scetticismo intorno alla sua elezione. Il suo predecessore era infatti Jean-Claude Juncker, attuale Presidente della Commissione europea, i cui modi erano ben diversi dall’olandese ritenuto da alcuni troppo sfacciati, non teme infatti di dire le cose “fuori dai denti”. Questa sua naturalezza, per alcuni sintomo di inesperienza, ha infatti creato uno sgradevole precedente: alla vigilia della nomina di Juncker alla presidenza della Commissione, Dijsselbloem in un’intervista avrebbe scherzato sul fatto che il lussemburghese fosse un “fumatore e bevitore incallito” (pettegolezzo per altro già sentito tra i corridoi di Bruxelles). A seguito di questo scivolone l’olandese si è scusato ripetutamente ed ora la “crisi diplomatica” sembra del tutto superata. Spesso accusato di essere un “tedesco con gli zoccoli”, cioè particolarmente assertivo riguardo alla linea tedesca, è stato rieletto recentemente (luglio 2015) per il suo secondo mandato “battendo” lo spagnolo Luis de Guindos. La sua seconda elezione è avvenuta in un condizione di particolare incertezza a causa della crisi greca e quindi la scelta di riconfermare la sua nomina può essere interpretata come la volontà di garantire continuità in una condizione già abbastanza complicata e critica.

La falsa laurea

Particolare scandalo ha destato la scoperta fatta nel 2013 riguardante le false dichiarazioni circa i suoi studi. Nel suo curriculum infatti dichiarava di aver conseguito una laurea in economia e politica agraria presso l’Università di Wageningen (Paesi Bassi) ed un prestigioso Master presso l’Università di Cork (Irlanda). A seguito di alcune indagini è emerso però che presso quest’ultima Dijsselbloem avrebbe svolto solo delle attività di ricerca senza però il conseguimento di alcun titolo. Giustificando l’accaduto con un banale errore di traduzione il curriculum è stato subito aggiornato e corretto.

 

Jennifer Murphy

Cos’è il Fondo salva Stati fornitore di liquidità per la Grecia?

Nelle ultime ore la questione greca sembra aver subito uno stallo ma solo apparente. La liquidità delle banche sta per finire e per questo, nell’incontro tenuto a Bruxelles nella giornata di oggi, il Primo ministro greco Alexis Tsipras, forte del risultato del referendum, chiede un nuovo prestito-ponte al Fondo salva Stati, senza però portare un nuovo programma davanti ai ministri dell’economia dell’UE. Cos’è il Fondo salva Stati? Come funziona e da dove arrivano i soldi prestati alla Grecia?

Cos’è il Fondo salva Stati

L’European Stability Mechanism (ESM), chiamato anche Meccanismo europeo di stabilità (MES) o Fondo salva Stati, è un’organizzazione intergovernativa istituita dall’Unione europea ed entrata in vigore nel 2012. L’ESM, la cui sede si trova a Lussemburgo, nasce per fronteggiare la grave crisi economica che ha colpito diversi Paesi europei a partire dal 2011 (in particolare Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna). Prima di allora non era infatti previsto alcun meccanismo di sostentamento. Dopo l’attivazione di una serie di fondi provvisori il Fondo salva Stati ha assunto carattere permanente attraverso una modifica del Trattato di Lisbona.

Chi gestisce l’ESM

Il Fondo è gestito dal Consiglio dei governatori composto da ciascun ministro dell’economia di ogni Stato membro dell’eurozona (19 Stati), dal Consiglio di amministrazione (eletto dal Consiglio dei governatori), dal Direttore generale (il tedesco Klaus Regling), dal Presidente della Banca centrale europea-BCE (l’italiano Mario Draghi) e dal Commissario per gli Affari economici dell’UE (il francese Pierre Moscovici) che però svolgono il ruolo di osservatori (non hanno cioè diritto di voto).

Cosa fa l’ESM

L’European Stability Mechanism presta soldi agli Stati in grave crisi finanziaria previa una formale richiesta. Per la restituzione del debito è previsto un tasso di interesse agevolato ma in cambio vengono richieste delle riforme al Paese beneficiario, sostanzialmente di tipo macroeconomico. Uno Stato beneficiario che non rispetta le condizioni del Fondo o che ritarda il pagamento del debito può essere soggetto a sanzioni. I soldi prestati dall’ESM vengono forniti dagli altri Stati membri: la Germania contribuisce con una quota del 27% (circa 22 miliardi di euro), la Francia col 20%, l’Italia col 17% (dati approssimativi) e via via tutti gli altri. La quota dei singoli Stati membri nel finanziamento si basa sulla singola quota di capitale nella BCE.

Il prestito alla Grecia

La Grecia è il Paese europeo che ha maggiormente usufruito dell’ESM: tra il primo ed il secondo piano di aiuti Atene ha ricevuto dall’UE e dal Fondo monetario internazionale (FMI) in totale circa 300 miliardi di euro che dovrà restituire con un tasso di interesse piuttosto favorevole pari al 3% fino al 2020. Oggi Atene si è presentata all’eurogruppo chiedendo un ulteriore prestito pari a 7 miliardi di euro per far fronte alla grave condizione in cui si trova il Paese, non ha però ancora proposto il piano di risanamento del debito che tutti aspettavano. Nelle prossime ore l’Europa dovrebbe decidere se fornire altra liquidità alla Grecia o chiudere i rubinetti definitivamente.

 

Jennifer Murphy

Le conseguenze del NO greco

Mentre lo spoglio delle schede del referendum tenuto in Grecia nella giornata di oggi è ancora in corso, cominciano ad arrivare i primi dati. Il fronte del NO (con circa il 60% dei voti) sembra avere un netto vantaggio sul SI ed il quorum è stato ampliamente raggiunto: il 65% degli aventi diritto si è recato alle urne. A quanto pare i greci hanno espresso il loro coraggio nell’affrontare una condizione talmente critica da non sapere più cosa gli riservi il futuro. Ora che ha vinto il NO cosa succederà?

Difficile dire con certezza cosa avverrà nelle prossime ore, è possibile solo fare delle ipotesi in attesa di decisioni definitive che coinvolgeranno i soliti noti: Alexis Tsipras, il ministro dell’economia greco Yanis Varoufakis, la Banca centrale europea (BCE), la Commissione europea ed il Fondo monetario internazionale (FMI).

Fin da subito il Primo ministro greco ha tenuto a specificare che il NO non sarebbe corrisposto all’uscita dall’UE, la così detta e temuta grexit. Per alcuni però l’ipotesi non è da escludere totalmente. A partire già da stasera Tsipras si riunirà con i rappresentanti delle banche elleniche per definire il piano d’azione da portare avanti con l’UE. Nella giornata di domani si terrà un incontro con le istituzioni europee per continuare i negoziati interrotti nei giorni precedenti il referendum. Tsipras non è intenzionato a chiedere all’Unione di “lasciare uscire” il Paese dall’euro ma piuttosto, forte della volontà del popolo, di spingere per il raggiungimento di un compromesso più favorevole per la Grecia. Ricordiamo infatti che il quesito referendario chiedeva se il popolo era disposto o meno ad accettare le imposizioni europee per il risanamento del debito e non se voleva l’uscita dall’euro/dall’Europa.

Mentre il popolo scende in piazza sventolando la bandiera come simbolo della (forse) ritrovata sovranità nazionale, nessuno può essere certo della reale rinascita greca. Se si legge tra le righe è evidente che il popolo chiede un cambiamento, ma dall’altra è talmente spaventato da correre agli sportelli bancomat per ritirare i 60 euro giornalieri consentiti dalle banche ormai chiuse da una settimana.

Impensabile che l’Europa chiuda le porte in faccia alla Grecia, sia perché verrebbe meno al principio di solidarietà (forse però mai del tutto affermato), sia perché non ha alcun interesse nel farlo. Qualsiasi sarà la decisione presa ora più che mai è giunto il momento di una svolta auspicata da tanti ma che non è detto arrivi. Probabilmente le trattative riprenderanno cercando un punto d’incontro anche momentaneo per evitare un vero default della Grecia che però di fatto è già in atto da tempo. I greci il loro bivio attraverso il voto l’hanno superato ora lo stesso bivio si ripropone all’Europa con uno Tsipras più agguerrito e criticato che mai.

 

Jennifer Murphy

Rapporti UE-Russia: nuove sanzioni e alleanza con la Grecia

I rapporti tra Unione europea e Russia sono ancora molto tesi da quando nell’estate del 2014 USA e UE hanno deciso di sanzionare ulteriormente il Cremlino a seguito dell’invasione in Ucraina. Mentre l’UE proroga le sanzioni, anche il Presidente russo in tutta risposta prolunga l’embargo verso i Paesi nella sua lista nera (UE, USA, Norvegia, Australia, Canada). C’è chi però ha deciso di avvicinarsi all’ex URSS stringendo nuovi accordi, stiamo parlando della Grecia di Alexis Tsipras costantemente sul filo del rasoio cercando di scongiurare il default. Vediamo come questo triangolo UE-Russia-Grecia sta prendendo forma in condizioni sempre più incerte.

Le sanzioni un anno dopo

Nonostante l’intervento armato sia stato momentaneamente scongiurato ed i riflettori sulla crisi ucraina si sono pian piano abbassati, le sanzioni permangono e nei giorni scorsi l’UE ha deciso di prorogarle ulteriormente. In un precedente articolo abbiamo visto in cosa consistono le sanzioni e le conseguenze per i paesi coinvolti. Ritenendo la situazione ancora critica ed in mancanza dei requisiti di pace richiesti, l’Unione ha deciso di allungarle fino al 31 gennaio 2016. La risposta dal Cremlino non si è fatta di sicuro attendere, anche Vladimir Putin ha infatti esteso l’embargo sui prodotti provenienti dall’UE e dagli altri “Stati nemici” per un altro anno. I dati parlano chiaro: gli effetti delle sanzioni nell’ultimo anno si sono fatti sentire sia in Russia, che è sicuramente la più colpita, sia in Europa. In Italia nel 2014 le esportazioni sono calate dell’11% mentre in Russia del 20%. Molti si chiedono se questa sia la strada giusta per sbloccare la crisi tutt’ora in atto o se le sanzioni siano causa di ingenti perdite per i Paesi europei senza garantire una reale soluzione.

Tsipras sfida l’UE alleandosi con Putin

La situazione in Grecia sembra peggiore di giorno in giorno, il debito cresce ed il Paese non è nelle condizioni di restituire i soldi prestatigli da Fondo monetario internazionale (FMI) e Unione europea. Mentre i presidenti delle principali istituzioni dell’UE si incontrano quasi quotidianamente con il neo Primo ministro Alexis Tsipras, quest’ultimo nei giorni scorsi ha stretto un nuovo accordo con Putin. Stiamo parlando della costruzione del gasdotto Turkish Stream che arriverà fino in Europa passando sul territorio greco. Mosca si è offerta di pagare l’intero importo dei lavori anticipando la cifra ad Atene (circa 2 miliardi di euro) lasciando intendere di essere disposta ad aiutare economicamente la Grecia in un prossimo futuro, alludendo ovviamente alla possibilità di uscita dall’euro. Durante l’incontro tenutosi a San Pietroburgo il Presidente greco ha poi aggiunto che sarebbe ora di porre fine al circolo vizioso delle sanzioni destinate a fallire.

Per molti “l’alleanza” Mosca-Atene sarebbe un bluff, Tsipras starebbe cercando di darsi un tono in una situazione nella quale tutti dipingono l’UE come una schiavista che impone solo austerità pretendendo dalla Grecia soldi prestatigli ma che quest’ultima non sarà mai in grado di ripagare (o almeno non nel breve termine). La Russia sempre più vicina alla crisi economica non avrebbe inoltre i fondi necessari per supportare la Grecia in caso di default. L’avvicinamento ad est spaventa dato che la Grecia è un Paese membro dell’UE promotrice di ideali ben diversi da quelli professati dalla Russia, ma forse il tutto va rivisto in un’ottica commerciale ed economica dove le alleanze non guardano in faccia nessuno.

 

Jennifer Murphy

Blocco Schengen soluzione valida al problema immigrazione?

Da qualche settimana la questione sbarchi occupa le agende di tutt’Europa. Mentre l’Ungheria ha dichiarato l’intenzione di innalzare un muro al confine con la Serbia, sta creando scalpore il fatto che la Francia rimandi in Italia tutti coloro che cercano di attraversare illegalmente la frontiera. Tra le soluzioni maggiormente discusse a Bruxelles quella delle quote sull’immigrazione continua a tenere banco più delle altre. Altra proposta fatta soprattutto dai partiti di destra italiani ed europei è quella relativa al blocco degli Accordi di Schengen. In cosa consiste tale blocco? Costituirebbe davvero una soluzione definitiva o provvisoria all’emergenza in corso?

Gli Accordi di Schengen ed i controlli della Francia

Gli Accordi di Schengen, entrati in vigore nel 1995, garantiscono la libera circolazione dei cittadini all’interno degli Stati firmatari del Trattato (per maggiori informazioni circa gli Accordi vi rimando QUI). Tali Accordi garantiscono l’assenza di controlli doganali tra frontiere interne, cioè tra i firmatari del Trattato, e non si riferiscono alle frontiere esterne, delle quali invece deve occuparsi ogni singolo Stato con l’ausilio di Frontex. La sottoscrizione dell’Accordo non preclude però la possibilità per i Paesi di effettuare posti di blocco alle frontiere per vigilare chi entra e chi esce. È quindi erroneo sostenere che la Francia abbia sospeso Schengen per via dei serrati controlli attualmente in corso, sta solo applicando il proprio diritto di vigilanza certamente intensificato a seguito dei numerosi tentativi di oltrepassare il confine.

La circolazione degli extracomunitari nell’area Schengen

Un cittadino extracomunitario che giunge in uno Stato firmatario può circolare liberamente nell’area Schengen? La risposta è sì ma solo a determinate condizioni: deve avere ottenuto il permesso di soggiorno o risiedere regolarmente in tale Stato. Una volta ottenuti tali permessi, fino alla loro scadenza, potrà circolare liberamente nell’area Schengen. Coloro che giungono in Italia tramite i barconi hanno diritto di fare richiesta d’asilo politico e, come previsto dagli Accordi di Dublino, sarà il primo Stato sul quale l’immigrato mette piede a doversene occupare. Finché la sua richiesta non verrà vagliata non potrà uscire dal Paese. La Francia respinge coloro che non hanno ancora ottenuto il permesso di soggiorno o il diritto d’asilo in quanto, prima di consentirgli di lasciare l’Italia, deve aspettare il responso alla loro richiesta .

Il blocco di Schengen

Diversi partiti politici europei, tra cui la Lega Nord di Matteo Salvini e quello francese Front National di Marine Le Pen, chiedono a gran voce la sospensione di Schengen, sospensione che a loro dire garantirebbe un maggior controllo dei movimenti in Europa riuscendo ad individuare più facilmente chi non ha diritto d’asilo. Il blocco degli Accordi viene solitamente consentito per motivi di sicurezza come ad esempio la presenza sul territorio di importanti autorità politiche o in occasione di eventi straordinari come avvenuto in Italia per il G8 de L’Aquila del 2008 o in Francia a seguito degli attentati di Londra del 2005.

Il blocco di Schengen e la questione immigrati non sono però due elementi facilmente coniugabili. Pur garantendo un maggiore controllo e blocco di coloro che vogliono spostarsi illegalmente, costituirebbe al contempo uno svantaggio per tutti i cittadini europei che intendono viaggiare liberamente e legalmente da uno Stato all’altro. Un inasprimento dei controlli potrebbe essere una giusta via di mezzo per respingere coloro che non hanno diritto ad oltrepassare il confine italiano o per chi si trattiene nel territorio europeo oltre il periodo consentito. Un maggiore pattugliamento delle frontiere esterne costituirebbe un elemento aggiuntivo a garanzia di una sorveglianza più efficace affiancato da dialogo e scambio di informazioni tra gli Stati europei. La strategia attualmente più valida ma che al contempo trova più resistenza in Europa, è ancora una volta quella delle quote delle quali abbiamo già parlato in un precedente post ma che ad oggi non ha ancora trovato seguito.

 

Jennifer Murphy