Safer Internet Day: cos’è e a cosa serve

L’Internet è ormai parte integrante delle nostre vite. Da un recente sondaggio emerge che il 44% degli italiani lo considera un bisogno essenziale alla pari di luce e gas. Quanti però percepiscono il World Wild Web come un luogo sicuro soprattutto per i propri figli? Per affrontare e arginare le insidie che spesso l’Internet nasconde, a partire dal 2004 ogni anno la Commissione europea celebra il Safer Internet Day una giornata interamente dedicata alla sicurezza del www.

Cos’è il Safer Internet Day?

Il Safer Internet Day (SID) è un evento internazionale celebrato ogni anno nel mese di febbraio. Il SID ha come obiettivo la promozione della sicurezza e l’uso responsabile di tecnologie online e telefoni cellulari. Il Safer Internet Day nasce nel 2004 inizialmente come singola iniziativa dell’Unione europea per poi diventare una celebrazione internazionale con il coinvolgimento di oltre 100 Paesi in tutto il mondo. Sul sito web dedicato all’evento https://www.saferinternetday.org/web/sid/country è possibile scoprire tutti i partecipanti e le singole iniziative messe in campo.

Oltre ad essere un luogo di scambio e di arricchimento l’Internet può nascondere al suo interno numerose insidie come il cyberbullismo. I dati rivelano che ben il 34% del bullismo proviene proprio dall’Internet. Le opportunità fornite dal web possono spesso trasformarsi in un pericolo soprattutto per giovani e bambini. Il SID mira a rendere il web un luogo migliore e più sicuro in cui navigare. Per raggiungere questo scopo vengono organizzate una serie di iniziative offrendo la possibilità a giovani, bambini, studenti, insegnanti, genitori, aziende e decisori politici di cooperare per un Internet migliore.

Quando e come si celebra il SID?

Il SID2016 si tiene il 9 febbraio e il tema scelto per questa edizione è Fa la tua parte per un Internet migliore, sottolineando come tutti debbano impegnarsi in tal senso. Il manifesto dell’UE sintetizza le azioni che ognuno di noi può intraprendere per migliorare la situazione.

Il SID in Italia

Generazioni Connesse è il centro italiano per la sicurezza dell’Internet e si occupa dell’organizzazione degli eventi per la giornata del 9 febbraio. In particolare a Roma e Milano si terranno due eventi rispettivamente nel Teatro Palladium e nel Piccolo Teatro Strehler. In contemporanea la Polizia di Stato in oltre 100 capoluoghi di provincia organizza workshop sul tema del cyberbullismo nelle scuole di ogni ordine e grado attraverso la campagna Una vita da social.

Per scoprire di più su tutte le iniziative promosse da Generazioni Connesse visita il suo sito web http://www.generazioniconnesse.it/.

Il voto in Catalogna e le spinte indipendentiste in Europa

Dopo il referendum tenuto in Catalogna nel novembre 2014 Artur Mas, leader  del partito centrista Convergenza Democratica di Catalogna (CDC), ha trasformato il voto regionale dello scorso 27 settembre in un nuovo plebiscito per l’indipendenza della regione più ricca della Spagna. In cosa consistono queste “prove di forza” che mettono in discussione il potere centrale? L’UE è a rischio?

Referendum indipendentisti in Europa

Nonostante in occasione del referendum del 2014 il popolo catalano si fosse dichiarato favorevole alla secessione da Madrid, la consultazione popolare non è stata riconosciuta come legale. Il voto per essere valido avrebbe dovuto coinvolgere tutta la Nazione e non solo una singola regione. Diverso il caso della Scozia, anch’essa andata al voto nel settembre 2014, chiedendo al popolo se volesse diventare uno Stato indipendente dalla Corona britannica. In quel caso il referendum era legittimo ma ad avere la meglio fu il fronte del NO.

Un discorso a parte quello da fare sul Regno Unito. Già da tempo il Primo Ministro britannico David Cameron ha annunciato la volontà di indire un referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione europea, tanto da farne il cavallo di battaglia della campagna elettorale che lo ha portato ad essere eletto per il secondo mandato. Entro il 2017 il popolo verrà chiamato alle urne e, ad oggi, i sondaggi evidenziano come i cittadini inglesi siano propensi verso l’uscita dall’UE.

I risultati in Catalogna

Durante la campagna elettorale Artur Mas ha più volte affermato il suo intendo di proclamare, qualora fosse stato eletto, una dichiarazione unilaterale d’indipendenza nei confronti del governo centrale di Madrid. Il 77% degli aventi diritto è andato al voto registrando un dato storico per l’affluenza. La lista di Mas Juntos Pel Sì ha ottenuto il 39,7% dei voti, non avendo conquistato la maggioranza assoluta il leader dovrà costituire un’alleanza con i secessionisti di sinistra della CUP. Intanto il Premier spagnolo Mariano Rajoy ha subito precisato di essere intenzionato a dichiarare l’illegalità della proposta secessionista, tanto da minacciare il commissariamento della Catalogna. Ad oggi è impossibile predire cosa accadrà, vedremo nei prossimi mesi se gli intenti di Mas verranno portati avanti o se subiranno uno stallo.

Artur Mas
Artur Mas

Conseguenze in Europa

Nel frattempo a livello europeo tutto tace (o quasi). La Commissione europea nei giorni precedenti il voto catalano ha emanato un comunicato controverso, scritto in due lingue (spagnolo ed inglese) in cui dava dichiarazioni contrastanti. In quello inglese il Presidente Jean-Claude Juncker dichiara che l’UE è superpartes, in quanto si tratta di dinamiche interne alla Spagna e quindi non di competenza dell’Unione. In quello spagnolo invece riconosce la valenza delle leggi nazionali spagnole, dichiarando di sostenere quelle politiche volte a garantire l’integrità dello Stato. Due dichiarazioni diverse tra loro, anche se poi la portavoce della Commissione Mina Andreeva ha precisato che ad avere validità sarebbe quella inglese.

In ogni caso, anche se si tratta di questioni di politica interna e non europee, l’UE in qualche modo deve fare i conti con la sfiducia dilagante considerata da molti la causa dello stallo europeo che impedirebbe la realizzazione di un’unione politica e non solo economica.

 

Jennifer Murphy

Un’eurotassa per scongiurare crisi future

Negli ultimi giorni a Bruxelles si sta affrontando un argomento scottante ma che potrebbe costituire una svolta epocale in senso europeista. Stiamo parlando della già rinominata eurotassa. Un gruppo di illustri economisti e politici stanno infatti elaborando un nuovo progetto volto a garantire maggiore stabilità per l’Unione europea dopo il superamento dei rischi legati alla Grexit. Di cosa si tratta? Quali le conseguenze per i Paesi interessati?

Chi compone il gruppo e quali gli obiettivi?

Come sostenuto da molti economisti e studiosi il problema fondamentale dell’UE e dell’euro è la presenza di un’unione economica ma l’assenza di quella politica su modello statunitense, tanto voluta dai Padri fondatori come Alcide De Gasperi. Di questo si parla da anni e ancora di più a seguito della profonda crisi greca che ha messo in seria discussione l’Unione intera. Pochi giorni fa in un articolo il Der Spiegel (noto giornale tedesco) ha “svelato” l’esistenza di una speciale commissione presieduta da Mario Monti e composta, tra gli altri, dal Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble e dal Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Compito di questo gruppo creato ad hoc sarebbe quello di elaborare una sorta di tassa europea per finanziare un fondo comune volto a fronteggiare eventuali condizioni di instabilità economica o crisi finanziaria.

Partedo da sinistra:  Juncker, Schaeuble, Monti
Partedo da sinistra: Jean-Claude Juncker, Schaeuble, Mario Monti

 

Da dove arriveranno i soldi e chi li gestirà?

Essendo il tutto in fase di elaborazione le informazioni sono ancora abbastanza incerte. Due sarebbero le possibili alternative di finanziamento: la prima prevede che gli Stati dell’eurozona (o forse anche gli altri membri UE ancora non è definito) versino parte delle entrate raccolte con IVA ed IRPEF in uno speciale fondo (senza che i cittadini versino un’ulteriore tassa, in sostanza neanche se ne accorgerebbero); la seconda opzione prevede invece una tassa addizionale rispetto a quelle già esistenti. Per gestire questo fondo e quindi le entrate ed uscite verrebbe introdotta una nuova figura una sorta di Ministro delle Finanze europeo.

Conseguenze per l’UE

Ancora prima che le informazioni siano chiare e soprattutto definitive, molti hanno criticato aspramente l’intenzione dell’Unione europea di chiedere agli Stati di cedere parte della propria sovranità in un campo che ad oggi è totalmente in mani nazionali. Altri hanno puntato il dito contro la Germania accusata di voler ancora una volta “rubare l’autonomia” degli altri Paesi, ma a gran sorpresa la stessa Angela Merkel non sarebbe del tutto sicura di voler proporre un simile passo al suo popolo. Sicuramente se si andasse verso questa strada sarebbe una svolta epocale per l’Europa che per anni non ha fatto passi avanti per garantire maggiore stabilità rimanendo in una sorta di limbo. Ancora una volta occorre capire se gli Stati sono effettivamente pronti a cedere ulteriore sovranità ad un’entità vista spesso come ostile.

 

Jennifer Murphy

Immigrazione: il tramonto delle quote e il nuovo piano UE

Lo scorso maggio, per far fronte alla questione sbarchi, la Commissione europea aveva proposto l’introduzione, anche se temporanea, di un meccanismo di quote stabilendo il numero di immigrati presenti sul territorio europeo che ciascuno Stato avrebbe dovuto accogliere. Pochi giorni fa il Consiglio Affari interni composto dai Ministri dell’Interno di ciascuno Stato membro, ha deciso di non approvare il meccanismo delle quote ma di stabilire una redistribuzione su base volontaria. Cosa significa? Quante persone accoglierà ciascun Paese?

Cosa prevede il nuovo piano

Il meccanismo delle quote presentato nei mesi scorsi prevedeva un sistema di redistribuzione delle persone già sbarcate in Grecia ed Italia basato su specifici parametri, definendo così il numero di immigrati che ciascun membro avrebbe dovuto accogliere sul proprio territorio. La solidarietà che molti auspicavano è però venuta meno col tramonto di questa iniziale prerogativa. Il nuovo piano approvato dai 28 Stati membri stabilisce un numero preciso di persone da destinare ai Paesi a partire da ottobre 2015, quantità però fissata su base volontaria cioè ciascun membro ha definito il numero a prescindere da parametri specifici (come PIL, numero di persone già accolte, livello di disoccupazione ecc. …). Questa scelta fa discutere evidenziando come sia venuta meno la solidarietà che dovrebbe contraddistinguere l’UE. Vero anche che nessuna norma europea o Trattato impone l’obbligo di redistribuzione dei migranti, anzi il Regolamento di Dublino obbliga lo Stato sul quale il migrante mette piede per la prima volta a doversi occupare delle richieste d’asilo ed assistenza.

Quante persone accoglierà ciascuno Stato

Per capire la distribuzione delle persone occorre premettere che ci si riferisce a due “tipologie” di immigrati: quelli già presenti sul territorio europeo e quelli attualmente confinati in campi profughi di Paesi terzi (come l’Africa) in attesa del riconoscimento dello status d’asilo. Ricordiamo inoltre che per immigrati e profughi si intende persone alle quali è stata riconosciuta la possibilità di risiedere in Europa, non sono clandestini. Alcuni Stati si sono autoesonerati dalla redistribuzione degli immigrati già sbarcati come Austria e Ungheria (quest’ultima non accoglierà nessuna tipologia) o Danimarca e Gran Bretagna (accoglieranno solo profughi di Paesi terzi). Per queste ultime è prevista la possibilità di farlo secondo la clausola opt-out, mentre l’Irlanda, pur potendo anch’essa ricorrere alla clausola, ha deciso di dare la propria disponibilità. Nella seguente tabella è quindi possibile vedere quante persone verranno accolte da ciascun Paese a seconda delle due “tipologie”. Oltre agli Stati dell’UE vi sono anche alcuni Paesi europei ma non membri dell’UE che hanno dato la propria disponibilità all’accoglienza (come Svizzera ed Islanda).

Paese Profughi attualmente in Paesi terzi Persone già presenti sul territorio europeo
Austria

Belgio

Bulgaria

Cipro

Croazia

Danimarca

Estonia

Finlandia

Germania

Irlanda

Lettonia

Lituania

Lussemburgo

Malta

Paesi Bassi

Polonia

Portogallo

Regno Unito

Repubblica Ceca

Romania

Slovacchia

Slovenia

Spagna

Svezia

Ungheria

Islanda

Liechtestein

Norvegia

Svizzera

1900

1100

50

49

150

1000

20

293

1600

520

50

70

10

14

1000

900

191

2200

400

80

100

20

1449

491

0

50

20

3200

519

0

1164

450

173

400

0

130

792

10000

600

200

255

120

60

2097

1100

1309

0

1100

1705

100

230

1300

1164

0

0

0

0

0

Totale 22.504 32.256

Jennifer Murphy

Chi è Dijsselbloem Presidente dell’Eurogruppo?

In questi giorni concitati in cui la questione greca ha portato a dire tutto ed il contrario di tutto, nuove e vecchie facce hanno presto occupato gli schermi dei nostri televisori con nomi già sentiti ma dei quali spesso ignoriamo il significato e la provenienza. Indiscusso protagonista delle trattative per evitare il default (per ora scongiurato) di Atene è il Presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem. Da dove viene il già soprannominato “Dottor euro”? Quali sono i suoi compiti?

L’Eurogruppo

L’Eurogruppo è un organo informale (non è un’istituzione europea) composto dai ministri delle finanze dei Paesi della zona euro (19 Stati) e si riunisce alla vigilia di ciascun “Consiglio Economia e finanza”, comunemente chiamato ECOFIN composto invece da tutti i ministri dell’economia degli Stati dell’UE. Il compito principale dell’Eurogruppo è quello di garantire il coordinamento delle politiche economiche degli Stati dell’eurozona.

Il Presidente dell’Eurogruppo

Il Presidente dell’Eurogruppo viene eletto ogni 2 anni e mezzo dall’Eurogruppo stesso e può essere rieletto per un secondo mandato. I compiti del Presidente sono: presiedere le riunioni dell’Eurogruppo e stabilirne gli ordini del giorno, elaborare il programma di lavoro a lungo termine, presentare i risultati delle discussioni dell’Eurogruppo, rappresentare l’Eurogruppo nei consessi internazionali, informare il Parlamento europeo delle priorità dell’Eurogruppo.

Chi è Dijsselbloem

Jeroen Dijsselbloem è un politico olandese attualmente ministro delle finanze del governo Rutte e dal 2013 è sia Presidente dell’Eurogruppo sia del Consiglio dei governatori del Meccanismo di stabilità. La sua scarsa esperienza diplomatica è stata criticata da molti creando scetticismo intorno alla sua elezione. Il suo predecessore era infatti Jean-Claude Juncker, attuale Presidente della Commissione europea, i cui modi erano ben diversi dall’olandese ritenuto da alcuni troppo sfacciati, non teme infatti di dire le cose “fuori dai denti”. Questa sua naturalezza, per alcuni sintomo di inesperienza, ha infatti creato uno sgradevole precedente: alla vigilia della nomina di Juncker alla presidenza della Commissione, Dijsselbloem in un’intervista avrebbe scherzato sul fatto che il lussemburghese fosse un “fumatore e bevitore incallito” (pettegolezzo per altro già sentito tra i corridoi di Bruxelles). A seguito di questo scivolone l’olandese si è scusato ripetutamente ed ora la “crisi diplomatica” sembra del tutto superata. Spesso accusato di essere un “tedesco con gli zoccoli”, cioè particolarmente assertivo riguardo alla linea tedesca, è stato rieletto recentemente (luglio 2015) per il suo secondo mandato “battendo” lo spagnolo Luis de Guindos. La sua seconda elezione è avvenuta in un condizione di particolare incertezza a causa della crisi greca e quindi la scelta di riconfermare la sua nomina può essere interpretata come la volontà di garantire continuità in una condizione già abbastanza complicata e critica.

La falsa laurea

Particolare scandalo ha destato la scoperta fatta nel 2013 riguardante le false dichiarazioni circa i suoi studi. Nel suo curriculum infatti dichiarava di aver conseguito una laurea in economia e politica agraria presso l’Università di Wageningen (Paesi Bassi) ed un prestigioso Master presso l’Università di Cork (Irlanda). A seguito di alcune indagini è emerso però che presso quest’ultima Dijsselbloem avrebbe svolto solo delle attività di ricerca senza però il conseguimento di alcun titolo. Giustificando l’accaduto con un banale errore di traduzione il curriculum è stato subito aggiornato e corretto.

 

Jennifer Murphy

Cos’è il Fondo salva Stati fornitore di liquidità per la Grecia?

Nelle ultime ore la questione greca sembra aver subito uno stallo ma solo apparente. La liquidità delle banche sta per finire e per questo, nell’incontro tenuto a Bruxelles nella giornata di oggi, il Primo ministro greco Alexis Tsipras, forte del risultato del referendum, chiede un nuovo prestito-ponte al Fondo salva Stati, senza però portare un nuovo programma davanti ai ministri dell’economia dell’UE. Cos’è il Fondo salva Stati? Come funziona e da dove arrivano i soldi prestati alla Grecia?

Cos’è il Fondo salva Stati

L’European Stability Mechanism (ESM), chiamato anche Meccanismo europeo di stabilità (MES) o Fondo salva Stati, è un’organizzazione intergovernativa istituita dall’Unione europea ed entrata in vigore nel 2012. L’ESM, la cui sede si trova a Lussemburgo, nasce per fronteggiare la grave crisi economica che ha colpito diversi Paesi europei a partire dal 2011 (in particolare Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna). Prima di allora non era infatti previsto alcun meccanismo di sostentamento. Dopo l’attivazione di una serie di fondi provvisori il Fondo salva Stati ha assunto carattere permanente attraverso una modifica del Trattato di Lisbona.

Chi gestisce l’ESM

Il Fondo è gestito dal Consiglio dei governatori composto da ciascun ministro dell’economia di ogni Stato membro dell’eurozona (19 Stati), dal Consiglio di amministrazione (eletto dal Consiglio dei governatori), dal Direttore generale (il tedesco Klaus Regling), dal Presidente della Banca centrale europea-BCE (l’italiano Mario Draghi) e dal Commissario per gli Affari economici dell’UE (il francese Pierre Moscovici) che però svolgono il ruolo di osservatori (non hanno cioè diritto di voto).

Cosa fa l’ESM

L’European Stability Mechanism presta soldi agli Stati in grave crisi finanziaria previa una formale richiesta. Per la restituzione del debito è previsto un tasso di interesse agevolato ma in cambio vengono richieste delle riforme al Paese beneficiario, sostanzialmente di tipo macroeconomico. Uno Stato beneficiario che non rispetta le condizioni del Fondo o che ritarda il pagamento del debito può essere soggetto a sanzioni. I soldi prestati dall’ESM vengono forniti dagli altri Stati membri: la Germania contribuisce con una quota del 27% (circa 22 miliardi di euro), la Francia col 20%, l’Italia col 17% (dati approssimativi) e via via tutti gli altri. La quota dei singoli Stati membri nel finanziamento si basa sulla singola quota di capitale nella BCE.

Il prestito alla Grecia

La Grecia è il Paese europeo che ha maggiormente usufruito dell’ESM: tra il primo ed il secondo piano di aiuti Atene ha ricevuto dall’UE e dal Fondo monetario internazionale (FMI) in totale circa 300 miliardi di euro che dovrà restituire con un tasso di interesse piuttosto favorevole pari al 3% fino al 2020. Oggi Atene si è presentata all’eurogruppo chiedendo un ulteriore prestito pari a 7 miliardi di euro per far fronte alla grave condizione in cui si trova il Paese, non ha però ancora proposto il piano di risanamento del debito che tutti aspettavano. Nelle prossime ore l’Europa dovrebbe decidere se fornire altra liquidità alla Grecia o chiudere i rubinetti definitivamente.

 

Jennifer Murphy

Le conseguenze del NO greco

Mentre lo spoglio delle schede del referendum tenuto in Grecia nella giornata di oggi è ancora in corso, cominciano ad arrivare i primi dati. Il fronte del NO (con circa il 60% dei voti) sembra avere un netto vantaggio sul SI ed il quorum è stato ampliamente raggiunto: il 65% degli aventi diritto si è recato alle urne. A quanto pare i greci hanno espresso il loro coraggio nell’affrontare una condizione talmente critica da non sapere più cosa gli riservi il futuro. Ora che ha vinto il NO cosa succederà?

Difficile dire con certezza cosa avverrà nelle prossime ore, è possibile solo fare delle ipotesi in attesa di decisioni definitive che coinvolgeranno i soliti noti: Alexis Tsipras, il ministro dell’economia greco Yanis Varoufakis, la Banca centrale europea (BCE), la Commissione europea ed il Fondo monetario internazionale (FMI).

Fin da subito il Primo ministro greco ha tenuto a specificare che il NO non sarebbe corrisposto all’uscita dall’UE, la così detta e temuta grexit. Per alcuni però l’ipotesi non è da escludere totalmente. A partire già da stasera Tsipras si riunirà con i rappresentanti delle banche elleniche per definire il piano d’azione da portare avanti con l’UE. Nella giornata di domani si terrà un incontro con le istituzioni europee per continuare i negoziati interrotti nei giorni precedenti il referendum. Tsipras non è intenzionato a chiedere all’Unione di “lasciare uscire” il Paese dall’euro ma piuttosto, forte della volontà del popolo, di spingere per il raggiungimento di un compromesso più favorevole per la Grecia. Ricordiamo infatti che il quesito referendario chiedeva se il popolo era disposto o meno ad accettare le imposizioni europee per il risanamento del debito e non se voleva l’uscita dall’euro/dall’Europa.

Mentre il popolo scende in piazza sventolando la bandiera come simbolo della (forse) ritrovata sovranità nazionale, nessuno può essere certo della reale rinascita greca. Se si legge tra le righe è evidente che il popolo chiede un cambiamento, ma dall’altra è talmente spaventato da correre agli sportelli bancomat per ritirare i 60 euro giornalieri consentiti dalle banche ormai chiuse da una settimana.

Impensabile che l’Europa chiuda le porte in faccia alla Grecia, sia perché verrebbe meno al principio di solidarietà (forse però mai del tutto affermato), sia perché non ha alcun interesse nel farlo. Qualsiasi sarà la decisione presa ora più che mai è giunto il momento di una svolta auspicata da tanti ma che non è detto arrivi. Probabilmente le trattative riprenderanno cercando un punto d’incontro anche momentaneo per evitare un vero default della Grecia che però di fatto è già in atto da tempo. I greci il loro bivio attraverso il voto l’hanno superato ora lo stesso bivio si ripropone all’Europa con uno Tsipras più agguerrito e criticato che mai.

 

Jennifer Murphy

Cosa fa l’UE per l’integrazione dei Rom

Negli ultimi tempi il tema dell’integrazione dell’etnia Rom in Italia è tornato in primo piano anche per via di una ritrovata attenzione da parte di alcuni partiti politici. Quella dei Rom è una questione che non interessa solo il nostro Paese ma tutti gli Stati dell’Unione europea, tanto che negli ultimi anni anche quest’ultima si è mossa per garantire un maggiore sostegno ai suoi membri nella lotta alla discriminazione fornendo mezzi anche finanziari per integrare questa minoranza. Quali sono i provvedimenti ed i risultati raggiunti in Europa?

I Rom in Europa

Difficile stabilire con certezza la popolazione Rom presente sul territorio europeo: alcuni stimano 10 milioni altri 6. Nel 2013 è emerso come l’Italia, messa a confronto con i principali Stati europei, non stia ospitando più Rom degli altri come alcuni spesso fanno credere.

Popolazione Rom nei principali Paesi europei (fonte Panorama)

 

Come si può vedere dal grafico l’Italia si colloca al 4° posto per numero di Rom tra i maggiori Paesi europei. Secondo i dati diffusi dall’UE, insieme a Regno Unito siamo il paese che ha fatto meno per l’integrazione dei Rom.

I provvedimenti dell’Unione europea per i Rom

Mentre alcuni politici italiani sostengono la necessità di “radere al suolo i campi Rom” per risolvere definitivamente il problema, l’Europa negli ultimi anni ha stanziato numerosi fondi destinati alla lotta delle discriminazioni e per favorire l’integrazione delle minoranze etniche in generale. Nel 2013 la Commissione europea ha adottato il primo strumento giuridico dell’UE per l’inclusione dei Rom sottoscritto da tutti i 28 Stati. Tale atto contiene orientamenti specifici per aiutare gli Stati ad aumentare gli sforzi già fatti esortando gli stessi a colmare il divario fra Rom ed il resto della popolazione. Le raccomandazioni sottoscritte dagli Stati riguardano quattro settori: accesso all’istruzione, all’occupazione, all’assistenza sanitaria e all’alloggio.

Come molti sapranno l’Europa attraverso i Fondi Strutturali permette agli Stati di usufruire di finanziamenti per promuovere progetti d’integrazione di vario tipo. Tra il 2014 ed il 2020 l’Italia avrà a disposizione 29,3 miliardi di euro in fondi (Fondo Sociale Europeo-FSE e Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale-FESR). Parte di questo denaro sarà destinato a programmi d’inclusione sociale e lotta alla povertà che non riguarderanno solo i Rom ma anche tutte le altre minoranze. La Commissione europea ha deciso inoltre di obbligare gli Stati membri a destinare almeno il 20% dei Fondi per questa causa.

I risultati raggiunti negli altri Stati europei

Ogni anno la Commissione stila un rapporto sui progressi fatti dai singoli Stati membri per tutti gli ambiti di sua competenza. Per quanto riguarda i Rom nel caso dell’istruzione emerge come la Finlandia sia riuscita a portare un aumento della frequenza della scuola materna dal 2 al 60%. In Irlanda invece sono stati istituiti degli “insegnanti itineranti” che si spostano seguendo le comunità Rom per garantire la formazione scolastica ai bambini. Per quanto riguarda l’occupazione la strada appare ancora in salita ma in Austria, Spagna e Finlandia sono stati formati degli operatori per assistere i Rom in cerca di lavoro. Stesso metodo è stato adottato per quanto riguarda la ricerca degli alloggi con programmi di integrazione ed accoglienza da parte del vicinato. Per la sanità la Francia si è invece impegnata nella riduzione dei costi economici per l’accesso alle cure sanitarie garantendo un più facile accesso.

Quando un problema viene riconosciuto come tale è impensabile trovare una soluzione istantanea e radicale in quanto difficilmente sarà la strada giusta per il successo. L’Italia potrebbe forse fronteggiare il problema facendosi appoggiare maggiormente dall’UE e prendendo spunto dai provvedimenti presi dagli altri Stati.

 

Jennifer Murphy

Le quote sull’immigrazione e l’opposizione degli Stati

L’immigrazione continua a tenere banco in Italia ma soprattutto in Europa. Dopo l’ennesima strage annunciata di migranti morti nelle acque del Mediterraneo, Bruxelles sembra essersi decisa a prendere in mano la situazione. Federica Mogherini, Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha preso le redini delle trattative stabilendo un piano d’azione che nei prossimi mesi verrà messo in atto. Motivo di un acceso dibattito è la così detta “questione quote” che ha messo in crisi le trattative ancora in corso. Cosa sono queste quote? Perché alcuni Stati vi si oppongono?

L’Agenda della Commissione europea e le quote di immigrati

Oltre ad un sostanziale aumento delle risorse destinate al pattugliamento delle coste europee, la lotta ai trafficanti di esseri umani attraverso un attacco diretto alla distruzione dei barconi pronti a partire dalle coste africane e disincentivare l’immigrazione irregolare, la Commissione ha deciso di introdurre le così dette quote sull’immigrazione. Si tratta di un meccanismo temporaneo di distribuzione degli immigranti presenti sul territorio europeo tra tutti gli Stati membri. Per fare ciò si è appellata per la prima volta nella storia all’articolo 78, paragrafo 3, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che mira ad aiutare uno o più Paesi interessati da un afflusso improvviso di migranti.

Criteri di ripartizione delle quote

Tale ripartizione riguarda due “tipologie” di immigrati: quelli già presenti sul territorio europeo (coloro che sono giunti tramite i barconi negli ultimi mesi e che hanno diritto d’Asilo), e quelli che attualmente vivono in cambi profughi nei loro paesi d’origine in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato da parte di Paesi europei.

Gli elementi tenuti in considerazione per la ripartizione sono: popolazione complessiva (40%), PIL (40%), tasso di disoccupazione (10%) e numero di rifugiati già accolti sul territorio nazionale (10%). Per quanto riguarda gli immigrati già presenti sul territorio europeo l’Italia, secondo questi criteri, dovrebbe ospitarne l’11,84% (terza dopo Germania e Francia rispettivamente col 18,42 e 14,17%). Il nostro Paese ha già raggiunto tale percentuale e quindi non dovrebbe accogliere altri immigrati. Per quanto riguarda coloro che sono in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato, secondo l’UE il numero si aggirerebbe intorno a 20 mila persona di cui il 9,94% sarebbe destinato all’Italia (circa 2000 persone andrebbero quindi ad aggiungersi a quelli già presenti sul territorio nazionale). Questi criteri sarebbero comunque temporanei ed entro la fine del 2015 è previsto l’inserimento di un sistema permanente di ricollocazione in situazioni di emergenza future.

Gli oppositori alle quote

Fin da subito Danimarca e Gran Bretagna si sono appellate alla clausola opt-out che gli consente di scegliere di non sottostare alle decisioni dell’UE su queste tematiche. Il Regno Unito ha inoltre dichiarato di essere contrario alle quote invitando a respingere gli immigrati invece di accoglierli. Il fronte dei noi si è presto allargato: Repubblica Ceca, Slovacchia, Paesi Baltici, Polonia, Francia e Spagna si sono dichiarati contrari a questi criteri oppure alle quote in generale sostenendo la necessità di risolvere il problema alla radice intervenendo in Libia. La Spagna ha giustificato la sua contrapposizione sostenendo che la distribuzione così pianificata non sarebbe equa. Il meccanismo, secondo il Paese, terrebbe troppo poco in considerazione il tasso di disoccupazione e gli sforzi già fatti per accogliere gli immigrati: il 10% sarebbe un valore troppo basso e questi due criteri dovrebbero assumere più rilevanza, il tasso di disoccupazione infatti è cruciale per definire la capacità o meno di uno Stato di garantire una corretta integrazione dei migranti.

Il Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz denuncia il subordinamento degli interessi dei profughi rispetto a quelli dei singoli Stati: “Adesso è visibile perché a Bruxelles vengono ostacolate le istituzioni comuni: è chiaro che alcuni Paesi membri seguono freddamente solo i propri interessi” ha dichiarato il tedesco. Questa proposta di “ricollocazione automatica” negli Stati membri dei richiedenti asilo dovrà essere approvata dal Consiglio europeo nella seduta di fine giugno, nel frattempo prenderà il via una lunga fase di negoziazione tra Stati che ancora una volta tendono a dimenticarsi la solidarietà sulla quale l’UE dovrebbe fondarsi.

 

Jennifer Murphy

Le monete rare dell’UE

In un precedente articolo abbiamo parlato del significato nascosto degli euro, ma oltre alle classiche monete in circolazione ne esistono altre molto particolari e quasi rare: le monete celebrative o commemorative. Vediamo di cosa si tratta.

Cosa sono le monete commemorative e celebrative

Ogni anno i Paesi membri dell’eurozona hanno la possibilità di coniare fino a due monete commemorative/celebrative del valore di 2 euro. In occasione di un avvenimento speciale come la nascita di importanti artisti nazionali o eventi storici significativi, gli Stati possono chiedere alla Commissione europea di coniare una nuova moneta. Sarà quindi la Banca centrale europea (BCE) a stabilire quante monete potranno essere emesse (un numero inferiore rispetto a quelle “classiche”), mentre il disegno che verrà stampato è a discrezione degli Stati. Fatta eccezione per la raffigurazione, queste monete “speciali” sono in tutto e per tutto simili a quelle standard sia in valore che in caratteristiche morfologiche. Ecco alcune delle monete commemorative italiane:

Moneta commemorative per il bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi, 2013
Bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi, 2013
Centenario della morte di Giovanni Pascoli, 2012
Centenario della morte di Giovanni Pascoli, 2012
150° anniversario dell’Unità d’Italia, 2011
60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, 2008
60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, 2008

Monete commemorative europee

Oltre alle due monete che ogni Stato è libero di coniare ogni anno, in occasione di speciali eventi riguardanti tutti i paesi dell’UE è possibile dar vita ad una moneta emessa congiuntamente da tutti gli Stati. Tra queste troviamo quella che celebra il 50° anniversario della firma dei Trattati di Roma (2007) oppure quella per il 10° anniversario dell’euro (2012): il disegno della moneta è uguale per tutti a cambiare è solo la scritta tradotta nelle varie lingue.

50° anniversario dei Trattati di Roma, 2007
50° anniversario dei Trattati di Roma, 2007
10° anniversario dell'euro, 2012
10° anniversario della nascita dell’euro, 2012

In occasione del 30° anniversario della bandiera europea (2015) l’UE ha pensato di festeggiare coniando una moneta apposita e coinvolgendo anche i suoi cittadini. È possibile infatti votare il disegno che più ti piace tra quelli proposti in questa pagina: http://www.coin-competition.eu/it. Al termine della votazione verranno estratti i fortunati vincitori di interessanti premi tra cui un viaggio per due in una destinazione europea a piacimento ed un iPad. Un’occasione simpatica per far conoscere qualcosa di nuovo sull’UE e per sentirsi parte di eventi che accomunano tutti gli europei.

Jennifer Murphy