Unioni civili: la Grecia e gli altri Stati UE

Oggi è una giornata storica per la Grecia. Questa volta l’economia e la crisi non centrano perché si parla di diritti civili. Il Parlamento ha infatti approvato la legge sul riconoscimento delle unioni civili per le coppie omosessuali promossa dal Governo di Alexis Tsipras. Vediamo in cosa consiste e la situazione negli altri Paesi europei.

La legge greca e gli altri Stati UE

La legge è stata approvata con larga maggioranza dal Parlamento ellenico nelle prime ore di oggi. Il provvedimento è stato sostenuto da Syriza, Pasok, Potami, Unione dei Centristi, da alcuni parlamentari di Greci Indipendenti e Nea Dimokratia. A votare contro i neonazisti di Alba Dorata e lo schieramento comunista. Con essa si risolvono tutti i problemi legati a eredità, reversibilità pensionistica e assistenza medica.

Unico neo rimane l’impossibilità di adozione per la quale forse si dovrà pazientare ancora un po’. Il Belgio ad esempio nel 2003 fu il secondo Stato al mondo a introdurre la legge per le unioni omosessuali vietando però l’adozione, salvo poi introdurre una modifica del 2006 che garantì anche tale diritto. In Grecia forte influenza in tal senso ha avuto la Chiesa Ortodossa. Guardando ad altri Stati europei si scopre che perfino la cattolicissima Irlanda nel maggio scorso ha promosso un referendum costituzionale per garantire le nozze gay ottenendo l’approvazione del 62% dei cittadini.

Un caso particolare è quello del piccolo Stato di Malta. Sull’Isola le unioni tra persone dello stesso sesso non sono consentite, ma vengono riconosciute quelle stipulate in un altro Paese. Se una coppia omossessuale di sposa per esempio in Portogallo e poi si trasferisce a Malta la loro unione verrà riconosciuta come valida (stessa regola vale per Israele).

Altro caso anomalo è quello della Slovenia. Nel marzo scorso il Parlamento ha approvato la legge che avrebbe consentito nozze e adozioni per le coppie gay. Tramite referendum abrogativo il popolo ha però deciso di non accettare questa nuova formula. Infatti il Paese già dal 2006 ha approvato una legge che garantisce le unioni civili e la possibilità di adozione da parte di coppie gay dei figli di uno dei o delle due partner. A garanzia di tali diritti tornerà quindi valida la legge precedentemente in vigore.

L’Italia

Il nostro Paese ad oggi rimane l’unico membro UE a non aver approvato alcuna legislazione in materia di unioni civili, ne tanto meno di adozioni o nozze tra omosessuali. A luglio la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la violazione dei diritti di tre coppie omosessuali di Trento, Milano e Lissone alle quali è stata vietata l’unione. La Ministra per le Riforme Costituzionali Maria Elena Boschi a settembre aveva garantito che entro l’anno la proposta di legge, tutt’ora al vaglio delle Camere, sarebbe stata approvata. Mancano pochi giorni alla fine del 2015 ma purtroppo la legge non è ancora divenuta tale. Il disegno di legge prevede l’introduzione sia delle unioni civili tra omosessuali (non dei matrimoni in chiesa) sia la possibilità di adozione da parte delle coppie.

Ora il Bel Paese non ha più scusanti. Può scegliere se rimanere l’unico a non riconoscere un diritto fondamentale delle persone, l’uguaglianza, oppure se continuare a violarlo.

 

Cos’è il Fondo salva Stati fornitore di liquidità per la Grecia?

Nelle ultime ore la questione greca sembra aver subito uno stallo ma solo apparente. La liquidità delle banche sta per finire e per questo, nell’incontro tenuto a Bruxelles nella giornata di oggi, il Primo ministro greco Alexis Tsipras, forte del risultato del referendum, chiede un nuovo prestito-ponte al Fondo salva Stati, senza però portare un nuovo programma davanti ai ministri dell’economia dell’UE. Cos’è il Fondo salva Stati? Come funziona e da dove arrivano i soldi prestati alla Grecia?

Cos’è il Fondo salva Stati

L’European Stability Mechanism (ESM), chiamato anche Meccanismo europeo di stabilità (MES) o Fondo salva Stati, è un’organizzazione intergovernativa istituita dall’Unione europea ed entrata in vigore nel 2012. L’ESM, la cui sede si trova a Lussemburgo, nasce per fronteggiare la grave crisi economica che ha colpito diversi Paesi europei a partire dal 2011 (in particolare Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna). Prima di allora non era infatti previsto alcun meccanismo di sostentamento. Dopo l’attivazione di una serie di fondi provvisori il Fondo salva Stati ha assunto carattere permanente attraverso una modifica del Trattato di Lisbona.

Chi gestisce l’ESM

Il Fondo è gestito dal Consiglio dei governatori composto da ciascun ministro dell’economia di ogni Stato membro dell’eurozona (19 Stati), dal Consiglio di amministrazione (eletto dal Consiglio dei governatori), dal Direttore generale (il tedesco Klaus Regling), dal Presidente della Banca centrale europea-BCE (l’italiano Mario Draghi) e dal Commissario per gli Affari economici dell’UE (il francese Pierre Moscovici) che però svolgono il ruolo di osservatori (non hanno cioè diritto di voto).

Cosa fa l’ESM

L’European Stability Mechanism presta soldi agli Stati in grave crisi finanziaria previa una formale richiesta. Per la restituzione del debito è previsto un tasso di interesse agevolato ma in cambio vengono richieste delle riforme al Paese beneficiario, sostanzialmente di tipo macroeconomico. Uno Stato beneficiario che non rispetta le condizioni del Fondo o che ritarda il pagamento del debito può essere soggetto a sanzioni. I soldi prestati dall’ESM vengono forniti dagli altri Stati membri: la Germania contribuisce con una quota del 27% (circa 22 miliardi di euro), la Francia col 20%, l’Italia col 17% (dati approssimativi) e via via tutti gli altri. La quota dei singoli Stati membri nel finanziamento si basa sulla singola quota di capitale nella BCE.

Il prestito alla Grecia

La Grecia è il Paese europeo che ha maggiormente usufruito dell’ESM: tra il primo ed il secondo piano di aiuti Atene ha ricevuto dall’UE e dal Fondo monetario internazionale (FMI) in totale circa 300 miliardi di euro che dovrà restituire con un tasso di interesse piuttosto favorevole pari al 3% fino al 2020. Oggi Atene si è presentata all’eurogruppo chiedendo un ulteriore prestito pari a 7 miliardi di euro per far fronte alla grave condizione in cui si trova il Paese, non ha però ancora proposto il piano di risanamento del debito che tutti aspettavano. Nelle prossime ore l’Europa dovrebbe decidere se fornire altra liquidità alla Grecia o chiudere i rubinetti definitivamente.

 

Jennifer Murphy

Le conseguenze del NO greco

Mentre lo spoglio delle schede del referendum tenuto in Grecia nella giornata di oggi è ancora in corso, cominciano ad arrivare i primi dati. Il fronte del NO (con circa il 60% dei voti) sembra avere un netto vantaggio sul SI ed il quorum è stato ampliamente raggiunto: il 65% degli aventi diritto si è recato alle urne. A quanto pare i greci hanno espresso il loro coraggio nell’affrontare una condizione talmente critica da non sapere più cosa gli riservi il futuro. Ora che ha vinto il NO cosa succederà?

Difficile dire con certezza cosa avverrà nelle prossime ore, è possibile solo fare delle ipotesi in attesa di decisioni definitive che coinvolgeranno i soliti noti: Alexis Tsipras, il ministro dell’economia greco Yanis Varoufakis, la Banca centrale europea (BCE), la Commissione europea ed il Fondo monetario internazionale (FMI).

Fin da subito il Primo ministro greco ha tenuto a specificare che il NO non sarebbe corrisposto all’uscita dall’UE, la così detta e temuta grexit. Per alcuni però l’ipotesi non è da escludere totalmente. A partire già da stasera Tsipras si riunirà con i rappresentanti delle banche elleniche per definire il piano d’azione da portare avanti con l’UE. Nella giornata di domani si terrà un incontro con le istituzioni europee per continuare i negoziati interrotti nei giorni precedenti il referendum. Tsipras non è intenzionato a chiedere all’Unione di “lasciare uscire” il Paese dall’euro ma piuttosto, forte della volontà del popolo, di spingere per il raggiungimento di un compromesso più favorevole per la Grecia. Ricordiamo infatti che il quesito referendario chiedeva se il popolo era disposto o meno ad accettare le imposizioni europee per il risanamento del debito e non se voleva l’uscita dall’euro/dall’Europa.

Mentre il popolo scende in piazza sventolando la bandiera come simbolo della (forse) ritrovata sovranità nazionale, nessuno può essere certo della reale rinascita greca. Se si legge tra le righe è evidente che il popolo chiede un cambiamento, ma dall’altra è talmente spaventato da correre agli sportelli bancomat per ritirare i 60 euro giornalieri consentiti dalle banche ormai chiuse da una settimana.

Impensabile che l’Europa chiuda le porte in faccia alla Grecia, sia perché verrebbe meno al principio di solidarietà (forse però mai del tutto affermato), sia perché non ha alcun interesse nel farlo. Qualsiasi sarà la decisione presa ora più che mai è giunto il momento di una svolta auspicata da tanti ma che non è detto arrivi. Probabilmente le trattative riprenderanno cercando un punto d’incontro anche momentaneo per evitare un vero default della Grecia che però di fatto è già in atto da tempo. I greci il loro bivio attraverso il voto l’hanno superato ora lo stesso bivio si ripropone all’Europa con uno Tsipras più agguerrito e criticato che mai.

 

Jennifer Murphy

Rapporti UE-Russia: nuove sanzioni e alleanza con la Grecia

I rapporti tra Unione europea e Russia sono ancora molto tesi da quando nell’estate del 2014 USA e UE hanno deciso di sanzionare ulteriormente il Cremlino a seguito dell’invasione in Ucraina. Mentre l’UE proroga le sanzioni, anche il Presidente russo in tutta risposta prolunga l’embargo verso i Paesi nella sua lista nera (UE, USA, Norvegia, Australia, Canada). C’è chi però ha deciso di avvicinarsi all’ex URSS stringendo nuovi accordi, stiamo parlando della Grecia di Alexis Tsipras costantemente sul filo del rasoio cercando di scongiurare il default. Vediamo come questo triangolo UE-Russia-Grecia sta prendendo forma in condizioni sempre più incerte.

Le sanzioni un anno dopo

Nonostante l’intervento armato sia stato momentaneamente scongiurato ed i riflettori sulla crisi ucraina si sono pian piano abbassati, le sanzioni permangono e nei giorni scorsi l’UE ha deciso di prorogarle ulteriormente. In un precedente articolo abbiamo visto in cosa consistono le sanzioni e le conseguenze per i paesi coinvolti. Ritenendo la situazione ancora critica ed in mancanza dei requisiti di pace richiesti, l’Unione ha deciso di allungarle fino al 31 gennaio 2016. La risposta dal Cremlino non si è fatta di sicuro attendere, anche Vladimir Putin ha infatti esteso l’embargo sui prodotti provenienti dall’UE e dagli altri “Stati nemici” per un altro anno. I dati parlano chiaro: gli effetti delle sanzioni nell’ultimo anno si sono fatti sentire sia in Russia, che è sicuramente la più colpita, sia in Europa. In Italia nel 2014 le esportazioni sono calate dell’11% mentre in Russia del 20%. Molti si chiedono se questa sia la strada giusta per sbloccare la crisi tutt’ora in atto o se le sanzioni siano causa di ingenti perdite per i Paesi europei senza garantire una reale soluzione.

Tsipras sfida l’UE alleandosi con Putin

La situazione in Grecia sembra peggiore di giorno in giorno, il debito cresce ed il Paese non è nelle condizioni di restituire i soldi prestatigli da Fondo monetario internazionale (FMI) e Unione europea. Mentre i presidenti delle principali istituzioni dell’UE si incontrano quasi quotidianamente con il neo Primo ministro Alexis Tsipras, quest’ultimo nei giorni scorsi ha stretto un nuovo accordo con Putin. Stiamo parlando della costruzione del gasdotto Turkish Stream che arriverà fino in Europa passando sul territorio greco. Mosca si è offerta di pagare l’intero importo dei lavori anticipando la cifra ad Atene (circa 2 miliardi di euro) lasciando intendere di essere disposta ad aiutare economicamente la Grecia in un prossimo futuro, alludendo ovviamente alla possibilità di uscita dall’euro. Durante l’incontro tenutosi a San Pietroburgo il Presidente greco ha poi aggiunto che sarebbe ora di porre fine al circolo vizioso delle sanzioni destinate a fallire.

Per molti “l’alleanza” Mosca-Atene sarebbe un bluff, Tsipras starebbe cercando di darsi un tono in una situazione nella quale tutti dipingono l’UE come una schiavista che impone solo austerità pretendendo dalla Grecia soldi prestatigli ma che quest’ultima non sarà mai in grado di ripagare (o almeno non nel breve termine). La Russia sempre più vicina alla crisi economica non avrebbe inoltre i fondi necessari per supportare la Grecia in caso di default. L’avvicinamento ad est spaventa dato che la Grecia è un Paese membro dell’UE promotrice di ideali ben diversi da quelli professati dalla Russia, ma forse il tutto va rivisto in un’ottica commerciale ed economica dove le alleanze non guardano in faccia nessuno.

 

Jennifer Murphy

The Great European Disaster Movie, cosa succede se l’Europa finisce?

The Great European Disaster Movie è un film-documentario diretto da Annalisa Piras e prodotto dalla Spingshot Productions. Uscito nel Regno Unito il primo marzo di quest’anno ed in Italia ancora inedito, volge un’importante riflessione circa l’attuale situazione europea e la possibile fine dell’UE. Molti si chiedono infatti cosa succederebbe se l’Europa finisse? Si avrebbero più vantaggi o svantaggi?

La fine dell’Unione europea

Il film segue due vie parallele. Durante un volo diretto a Berlino un archeologo inglese ed una ragazzina italiana siedono vicini e condividono un viaggio particolarmente turbolento, metafora dell’attuale situazione europea. L’uomo racconta alla bambina di essere un archeologo in viaggio per tenere una conferenza sull’Unione europea in un museo, la giovane a questo punto gli chiede cosa sia. Siamo infatti in un prossimo futuro non ben specificato dove l’Unione europea è stata abolita a causa del prevalere dei nazionalismi con Marine Le Pen, Nigel Farage e Alexis Tsipras come nuovi leader europei.

Durante questi momenti di volo concitato l’uomo le mostra alcuni cimeli dell’Europa che fu come una banconota degli euro, ormai fuori uso, spiegandole il suo significato sotteso: un ponte che collega tutti i paesi che vivevano in pace ed armonia mentre ora si trovano in un mondo nuovo fatto di conflitti e nuove/vecchie monete come la “Nuova Drakma”. Una riflessione circa le conseguenze di una regressione a sessant’anni fa quando per viaggiare da uno stato europeo all’altro occorreva ottenere particolari permessi, condizione riemersa dopo la fine dell’UE.

Riflessione sull’Europa dei nazionalismi

Queste immagini si alternano ad un vero e proprio documentario con interviste a leader politici, giornalisti e persone comuni che vivono attualmente negli stati europei, offrendo visioni contrastanti circa l’odierna situazione europea e le possibili soluzioni. Troviamo un esponente del partito UKIP di Nigel Farage, i discorsi di leader politici come Alexis Tsipras e Pablo Iglesias, capofila del partito nazionalista spagnolo “Podemos” che nel 2014 ha raccolto ben il 28% dei consensi. Tutti condividono la necessità di riconquistare l’autonomia ed i diritti persi con l’adesione all’UE alla ricerca della democrazia e la libertà dissolte.

Il messaggio sotteso del film narra un’Europa nella quale il prevalere dei nazionalismi porta verso un inesorabile baratro, con un ritorno ad una condizione vissuta nei terribili anni delle Grandi guerre con crisi economiche, energetiche e commerciali dalle quale i singoli paesi, lasciati ormai a loro stessi, faticano a risalire. Un’importante riflessione viene poi fatta da altrettanto importanti esperti e giornalisti che sottolineano la necessità di un’Europa riformata e non cancellata. L’economia europea è la prima al mondo, superiore a Stati Uniti e Cina, ma se i paesi europei tornassero ad essere singole identità e non un’unica “famiglia” non conterebbero assolutamente nulla sulla scena mondiale.

Un’ultima riflessione assolutamente attuale viene fatta dal giornalista italiano Paolo Rumiz riguardo ai conflitti in Ucraina ed agli sbarchi dei clandestini provenienti da Medio Oriente ed Africa: “È paradossale che il sogno dell’Europa lo sente di più un africano che affronta il mediterraneo per arrivarci o nei popoli che sono fuori dall’Europa”.

Gli autori del film evidenziano come la democrazia vada ricercata nell’Unione stessa e non al di fuori di essa, con una spinta di riforme necessarie per un futuro privo delle sofferenze vissute nel passato. Un film sicuramente di parte ma che offre interessanti spunti circa possibili scenari futuri e soluzioni alternative ai nazionalismi emergenti che fanno accendere campanelli d’allarme di fronte a situazioni già viste e che nessuno vorrebbe mai rivedere.

 

Jennifer Murphy

Cos’è la troika?

Mentre si ascolta distrattamente il telegiornale dell’ora di cena capita spesso di incappare in termini a noi sconosciuti nel significato ma che ci tempestano costantemente soprattutto quando si parla di politica o di economia. Un nome che spesso si sente pronunciare è quello della TROIKA, che non è una parolaccia ma un organismo istituito con un compito ben preciso. Negli ultimi mesi se ne è sentito parlare ancora più spesso in quanto il neo primo ministro greco Alexis Tsipras ha promesso di lottare contro quello che lui considera un vero e proprio nemico. Vediamo allora da dove arriva e soprattutto cos’è.

Cos’è la troika?

Il termine troika ha iniziato a “far breccia nei cuori” dei giornalisti a partire dal 2011 con lo scoppio della crisi economica che ha colpito soprattutto la Grecia. La troika è infatti un organismo di controllo informale (non è quindi un’istituzione europea) nata a partire al 2008 per far fronte all’emergere della crisi economica europea. Spesso è definita un triumvirato in quanto composta da tre istituzioni, una internazionale e due europee: Fondo monetario internazionale (FMI), Banca centrale europea (BCE) e Commissione europea (CE) i cui rappresentati sono i loro Presidenti e quindi rispettivamente Christine Lagarde, Mario Draghi e Jean-Claude Juncker.

Partendo da sinistra: Jean Claude Juncker, Mario Draghi, Christine Lagarde
Partendo da sinistra: Jean-Claude Juncker, Mario Draghi, Christine Lagarde

Cosa fa la troika?

Partendo dal presupposto che la troika nasce in un momento particolare di crisi e destabilizzazione economica, essa si occupa dei piani di salvataggio dei paesi all’interno della zona euro colpiti dalla crisi fornendo assistenza finanziaria in cambio dell’istituzione di politiche di austerità. Quando infatti ebbe inizio la crisi economica che successivamente ha colpito diversi Stati dell’UE, vennero stanziati una serie di fondi di salvataggio attraverso i quali l’Unione europea ha prestato dei soldi ai Paesi in difficoltà in cambio di successive politiche di stabilizzazione del debito degli Stati in questione. Diventa quindi una sorta di do ut des: tu Stato che usufruisci di questi soldi devi però darmi in cambio delle certezze di cambiamento, dimostrando di sistemare i tuoi conti attraverso politiche di adeguamento. Ecco quindi comparire la troika, le cui istituzioni monitorano e suggeriscono agli Stati cosa fare e cosa non fare per sistemare i propri conti.

Molte critiche e pochi consensi

Come normale che sia la troika ed i suoi meccanismi hanno sollevato molte critiche mettendo in discussione l’intera Unione e l’euro, portando spesso gli stessi Stati a sostenere la volontà di voler abbandonare la moneta unica a causa di politiche troppo rigide e accusando l’Europa di autoritarismo e scarsa flessibilità. Alcuni sostengono che la troika e le sue eccessive imposizioni abbiano portato addirittura ad un peggioramento della situazione causando l’aumento di disoccupazione e povertà. Mario Monti ha affermato che la troika costituisce un’eccessiva intrusione nella legittima sovranità degli Stati. C’è chi però non è dello stesso avviso. Juncker sostiene invece come, grazie a politiche più severe, la Grecia stia vedendo un seppur flebile risanamento dei conti.

Che futuro avrà la troika?

Nei mesi passati il Parlamento europeo ha messo in discussione la troika affermando la necessità di apportarvi dei cambiamenti che dovranno andare nella direzione della creazione di un Fondo monetario europeo. L’intenzione è quella di regolamentare le sfere di competenza dei vari organismi che compongono la troika anche rispetto alle istituzioni nazionali dei Paesi, le quali dovranno essere più coinvolte. Questo garantirebbe un rafforzamento del processo di controllo democratico e la credibilità del lavoro della troika, ribadendo al contempo l’importanza della sovranità nazionale degli Stati. Vedremo se le pressioni provenienti da più parti, come le ultime di Syriza, saranno capaci di spingere per una revisione di questa istituzione per molti scarsamente democratica.

 

Jennifer Murphy

Elezioni in Grecia: il programma di Tsipras per una nuova Europa

Che la Grecia stia affrontando un momento difficile se ne sono ormai accorti tutti. Il fatto che nel giro di tre anni si siano susseguiti tre diversi governi, è sintomo di un malessere interno e non solo causato dalle politiche europee spesso additate come causa di ogni male. Il 25 gennaio il Paese tornerà al voto e questa volta sembrerebbe che SYRIZA, l’attuale secondo partito a livello nazionale per numero di voti, abbia tutte le chance di aggiudicarsi la vittoria. Il suo leader Alexis Tsipras ha affermato di voler cambiare l’Europa per permettere alla Grecia di riemergere dalla terribile crisi economica dalla quale ancora non si è ripresa. Qual è il suo programma per un’Europa nuova?

Il programma di SYRIZA

A settembre 2014 il leader del partito Alexis Tsipras ha presentato il suo programma (consultabile a questo link http://listatsipras.eu/blog/item/2842-grecia-il-programma-di-governo-di-syriza.html) nel quale espone il suo piano d’azione per risollevare la Grecia e per riformare l’Europa.

Cancellazione del debito greco

Tra tutte le proposte spicca la volontà di chiedere all’Unione europea di cancellare parte del debito greco sull’onda di ciò che era accaduto per la Germania nel lontano 1953. Durante l’incontro tenuto a Londra tra i leader mondiali dell’epoca, gran parte del debito estero accumulato dalla Germania tra la prima e la seconda guerra mondiale venne infatti annullato. L’accordo contribuì alla crescita dell’economia tedesca permettendole di entrare in istituzioni economiche internazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Un accordo sul modello della conferenza di Londra in tempi moderni per alcuni pare utopico, per altri un atto quasi dovuto.

Risarcimento dei danni nazisti 

Oltre a ciò il leader rispolvera vecchi rancori sostenendo che la Germania abbia un conto in sospeso con la Grecia: i danni risalenti alla seconda guerra mondiale provocati dal regime nazista (danni alle infrastrutture, furti di reperti archeologici e prestiti forzosi). Come sostenuto già in precedenza anche da Antonis Samaras (attuale Primo ministro greco), la Germania sarebbe debitrice alla Grecia di 220 miliardi di dollari, soldi che andrebbero a coprire circa la metà dell’attuale debito ellenico. Forte del dilagante dissenso del suo popolo nei confronti della Cancelliera Angela Markel, Tsipras “dichiara guerra” a Berlino e alle sue politiche di austerità volte a far restituire i 240 miliardi di euro prestati al Paese dall’UE nel corso degli ultimi anni.

New deal europeo

Tsipras propone poi un “New deal europeo”, nonché un programma d’investimenti pubblici che dovrebbero essere finanziati direttamente dalla Banca centrale europea. Chiede inoltre una revisione del Patto di Stabilità e di Crescita, il quale definisce vincoli circa il livello massimo di debito pubblico che uno Stato può avere (debito che deve rimanere al di sotto del 60% del PIL). Il leader di SYRIZA mira infatti ad escludere gli investimenti pubblici da tali vincoli, cioè i soldi che lo Stato decide di investire per nuovi servizi pubblici non dovrebbero essere conteggiati nel calcolo del debito.

Oltre a questi, altri punti riguardano soprattutto investimenti e provvedimenti interni al Paese come garantire assistenza sanitaria ed energia elettrica agli indigenti, giustizia fiscale, e molto altro.

Mentre Tsipras cerca alleanze e consensi da parte di altri leader europei, allungando la mano anche verso Matteo Renzi che per ora non si esprime in merito, i suoi avversari sostengono che le sue politiche porterebbero la Grecia alla bancarotta. Nessun accenno all’uscita del Paese dall’euro che non rientra infatti nei programmi del leader scongiurando per ora un eventuale terremoto politico. I sondaggi lo danno ormai vincitore con quasi il 35% dei voti contro il 30 del partito d’opposizione Nuova Democrazia ma per averne la certezza occorre aspettare ancora pochi giorni.

 

Jennifer Murphy