Cos’è il PNR? Privacy a rischio?

Il PNR, acronimo di Passenger name record o Registro passeggeri, costituisce uno dei meccanismi voluti dall’Europa e volti garantire maggiore sicurezza per gli Stati membri. Sebbene non ancora in funzione, l’idea di creare il PNR risale a tempi non sospetti (al 2007) ben prima degli attentanti che hanno scosso il Vecchio continente negli ultimi mesi. Ma di cosa di tratta? Perché non è ancora stato attivato?

Cos’è il PNR e qual è la sua storia

Il Registro passeggeri come dice la parola stessa consisterebbe nella raccolta dei dati di chi compie viaggi aerei sia intra-UE che extra-UE. I dati in questione sarebbero: nome, indirizzo, numero di telefono, dati della carta di credito, itinerario di viaggio, biglietti e bagagli. Le compagnie aeree verrebbero quindi obbligate a mettere a disposizione le informazioni alle forze dell’ordine europee per 6 mesi. Per i restanti 4 anni e mezzo verrebbero conservati in un database ma la loro consultazione richiederebbe una particolare e complessa procedura.

L’idea di creare il PNR risale al 2007 proprio con l’intento di rafforzare i controlli dei confini intra ed extra europei a salvaguardia dei cittadini da possibili atti terroristici o reati come lo spaccio e altre forme di criminalità. I numerosi tentativi di approvazione si sono però rivelati negli anni inconcludenti, a causa soprattutto della reticenza di alcuni Stati che vedono l’iniziativa come una minaccia per la privacy. Per questi motivi nel 2013 la misura venne rigettata in quando accusata di ledere i diritti fondamentali e la protezione dei dati personali.

A seguito degli attentati di Parigi il tema è tornato alla ribalta e i deputati si stanno impegnando nella realizzazione di un progetto di vecchia data. Il 10 dicembre la Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni ha dato il proprio appoggio per l’approvazione della direttiva considerata particolarmente ambiziosa. Inoltre a partire da gennaio 2016 è prevista la creazione del Centro europeo antiterrorismo che garantirà un maggiore coordinamento delle azioni nazionali. Nella giornata di domani il Parlamento europeo riunito nella plenaria di Strasburgo voterà il dossier del quale si continuerà a discutere anche nell’anno in arrivo.

Pericolo per la privacy?

Ad oggi i dati sopracitati sono già a disposizione delle compagnie aeree, a cambiare sarebbe solo l’accesso da parte delle forze dell’ordine. La questione privacy sta molto a cuore agli Stati che faticano ancora una volta a cedere parte della loro sovranità all’UE, pur trattandosi di un accordo tra governi nazionali e non istituzioni. In realtà spetterà proprio alle autorità dei singoli Paesi garantire le tutele e verificare la legittimità dell’utilizzo dei dati per fini che non esulino quelli specificati nella direttiva.

È bene poi specificare che verrebbe fatta distinzione tra voli extra europei (spostamenti da un Paese terzo verso l’UE e viceversa) e intra europei: nel secondo caso infatti gli Stati non sarebbero obbligati ad applicare le disposizioni ma solo su base volontaria e su richiesta di un altro Paese.

La strada si preannuncia ancora in salita. Mentre il Belgio ha deciso di attivare il PRN autonomamente ancora prima del raggiungimento dell’accordo tra i membri, il voto definitivo è previsto per il 2016 passando prima dal Parlamento e poi dal Consiglio UE. In seguito, trattandosi di una direttiva, si passerebbe alla ricezione da parte degli ordinamenti nazionali la quale richiederebbe tempo ulteriore (al massimo due anni). In ogni caso non si può certo parlare di una sconfitta di Schengen, come annunciato da alcuni, ma piuttosto di un suo rafforzamento data la maggiore collaborazione tra Stati intenti al raggiungimento di un obiettivo comune.

 

Jennifer Murphy

Blocco Schengen soluzione valida al problema immigrazione?

Da qualche settimana la questione sbarchi occupa le agende di tutt’Europa. Mentre l’Ungheria ha dichiarato l’intenzione di innalzare un muro al confine con la Serbia, sta creando scalpore il fatto che la Francia rimandi in Italia tutti coloro che cercano di attraversare illegalmente la frontiera. Tra le soluzioni maggiormente discusse a Bruxelles quella delle quote sull’immigrazione continua a tenere banco più delle altre. Altra proposta fatta soprattutto dai partiti di destra italiani ed europei è quella relativa al blocco degli Accordi di Schengen. In cosa consiste tale blocco? Costituirebbe davvero una soluzione definitiva o provvisoria all’emergenza in corso?

Gli Accordi di Schengen ed i controlli della Francia

Gli Accordi di Schengen, entrati in vigore nel 1995, garantiscono la libera circolazione dei cittadini all’interno degli Stati firmatari del Trattato (per maggiori informazioni circa gli Accordi vi rimando QUI). Tali Accordi garantiscono l’assenza di controlli doganali tra frontiere interne, cioè tra i firmatari del Trattato, e non si riferiscono alle frontiere esterne, delle quali invece deve occuparsi ogni singolo Stato con l’ausilio di Frontex. La sottoscrizione dell’Accordo non preclude però la possibilità per i Paesi di effettuare posti di blocco alle frontiere per vigilare chi entra e chi esce. È quindi erroneo sostenere che la Francia abbia sospeso Schengen per via dei serrati controlli attualmente in corso, sta solo applicando il proprio diritto di vigilanza certamente intensificato a seguito dei numerosi tentativi di oltrepassare il confine.

La circolazione degli extracomunitari nell’area Schengen

Un cittadino extracomunitario che giunge in uno Stato firmatario può circolare liberamente nell’area Schengen? La risposta è sì ma solo a determinate condizioni: deve avere ottenuto il permesso di soggiorno o risiedere regolarmente in tale Stato. Una volta ottenuti tali permessi, fino alla loro scadenza, potrà circolare liberamente nell’area Schengen. Coloro che giungono in Italia tramite i barconi hanno diritto di fare richiesta d’asilo politico e, come previsto dagli Accordi di Dublino, sarà il primo Stato sul quale l’immigrato mette piede a doversene occupare. Finché la sua richiesta non verrà vagliata non potrà uscire dal Paese. La Francia respinge coloro che non hanno ancora ottenuto il permesso di soggiorno o il diritto d’asilo in quanto, prima di consentirgli di lasciare l’Italia, deve aspettare il responso alla loro richiesta .

Il blocco di Schengen

Diversi partiti politici europei, tra cui la Lega Nord di Matteo Salvini e quello francese Front National di Marine Le Pen, chiedono a gran voce la sospensione di Schengen, sospensione che a loro dire garantirebbe un maggior controllo dei movimenti in Europa riuscendo ad individuare più facilmente chi non ha diritto d’asilo. Il blocco degli Accordi viene solitamente consentito per motivi di sicurezza come ad esempio la presenza sul territorio di importanti autorità politiche o in occasione di eventi straordinari come avvenuto in Italia per il G8 de L’Aquila del 2008 o in Francia a seguito degli attentati di Londra del 2005.

Il blocco di Schengen e la questione immigrati non sono però due elementi facilmente coniugabili. Pur garantendo un maggiore controllo e blocco di coloro che vogliono spostarsi illegalmente, costituirebbe al contempo uno svantaggio per tutti i cittadini europei che intendono viaggiare liberamente e legalmente da uno Stato all’altro. Un inasprimento dei controlli potrebbe essere una giusta via di mezzo per respingere coloro che non hanno diritto ad oltrepassare il confine italiano o per chi si trattiene nel territorio europeo oltre il periodo consentito. Un maggiore pattugliamento delle frontiere esterne costituirebbe un elemento aggiuntivo a garanzia di una sorveglianza più efficace affiancato da dialogo e scambio di informazioni tra gli Stati europei. La strategia attualmente più valida ma che al contempo trova più resistenza in Europa, è ancora una volta quella delle quote delle quali abbiamo già parlato in un precedente post ma che ad oggi non ha ancora trovato seguito.

 

Jennifer Murphy

Giorni d’Europa: l’istituzione di Frontex

Il 1° maggio 2005 venne istituita Frontex

Frontex, il cui nome per esteso è Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea, è diventata tristemente famosa negli ultimi anni a causa dei continui sbarchi di immigrati sulle coste del Mediterraneo. Nata ufficialmente il 1° maggio del 2005 e con sede a Varsavia (Polonia), Frontex è un’istituzione europea volta principalmente a garantire un maggior coordinamento tra gli Stati membri (ed in particolare tra coloro che aderiscono agli Accordi di Schengen) nella gestione delle frontiere esterne. Nonostante il compito di pattugliare i confini spetti tutt’ora ai singoli Paesi, Frontex ha l’obbligo di intervenire qualora uno Stato si trovasse in difficoltà, come attualmente l’Italia. L’Agenzia viene spesso accusata di essere inadeguata nello svolgimento dei suoi compiti e scarsamente finanziata dall’UE, ma occorre ricordare che non essendo una vera e propria “polizia europea” le sue azioni ed interventi risultano particolarmente limitati.

 

Scopri di più su: Frontex, operazione Amberlight, operazione Mare Nostrum

Jennifer Murphy

Esercito europeo: possibile soluzione al terrorismo?

A seguito del terribile attentato al giornale satirico Charlie hebdo della scorsa settimana ed agli eventi successivi, il terrorismo di ISIS e Al-Qaeda è nuovamente rientrato nelle agende dei politici europei oltre che nelle case di tutti noi. Nelle ultime ore alcuni esponenti di spicco, soprattutto provenienti da aree radicali, hanno sollevato la necessità di rivedere il Trattato di Schengen sulla libera circolazione dei cittadini all’interno dell’Unione europea seguito dal dissenso di molti. Dopo la “marcia su Parigi” contro il terrore, i leader europei hanno dichiarato di voler operare in maniera congiunta per sconfiggere queste cellule estremiste. Come agire? Modificare o abolire gli accordi di Schengen è la via giusta? La creazione di un esercito europeo potrebbe essere un’alternativa valida?

Le modifiche a Schengen

L’ultima volta che si è sentito parlare degli accordi di Schengen nei principali media è stata quest’estate quando la Svizzera, a seguito di un referendum popolare, ha intrapreso un cammino di contrattazione con l’UE per rivedere la sua adesione al trattato (per saperne di più su Schengen clicca QUI).

Ora si starebbe pensando ad una revisione più ampia dell’accordo internazionale, volto forse alla reintroduzione dei controlli alle frontiere tra Stati aderenti oppure ad un loro inasprimento. Non si parla quindi di aumento dei controlli per i flussi di cittadini provenienti da paesi extra-Schengen, ma di quelli che ne fanno parte. Vero è che la minaccia terroristica, come si è constatato recentemente con gli episodi di Parigi, può provenire anche dall’interno e non per forza da paesi extracomunitari, ma è difficile pensare di poter rinunciare ad un diritto fondamentale come quello della libera circolazione, sul quale oltre tutto è fondata l’intera Unione. Come hanno sostenuto molti politici europei sarebbe come “darla vinta” ai terroristi.

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Come si protegge l’UE dal terrorismo

Anche se spesso messe in discussione, esistono numerose iniziative europee volte a contrastare il terrorismo e la criminalità in generale. Tra queste troviamo, oltre alla condivisione di informazioni e database informatici che racchiudono i dati di criminali o potenziali terroristi, il programma di Prevenzione, preparazione e gestione delle conseguenze in materia di terrorismo e di altri rischi collegati alla sicurezza, che ha stanziato 140 milioni di euro tra il 2007 ed il 2013. Oltre alla libera circolazione, gli Accordi di Schengen regolano anche l’accesso di cittadini extra-UE definendo chi e come può ottenere un visto per entrare in Europa.

Creare un esercito europeo

È dagli albori dell’Unione europea (l’allora Comunità europea) che si discute circa la creazione di un esercito europeo. Ora più che mai, data la necessità di un maggiore coordinamento delle forze militari dei singoli paesi, si dovrebbe spingere per l’istituzione di un’unica forza armata europea. Nel 1952 se ne discuteva per la prima volta ma, a causa dell’ancora vivo ricordo delle guerre mondiali e per la rilevanza di tale scelta, si è accantonato il progetto. Nonostante a scadenza regolare il tema torni alla ribalta, ad oggi non si è ancora portato a termine un progetto che, oltre a far risparmiare molti euro (si stima che sommando le spese di ogni Stato europeo si arrivi a 311,9 miliardi di dollari all’anno), potrebbe essere la chiave per fronteggiare meglio la minaccia terroristica.

Gli interessi dei singoli Stati e la reticenza nel cedere sovranità all’UE, pongono un freno ad un processo di integrazione che spaventa molti ma che invece potrebbe rivelarsi una soluzione alternativa ad attacchi militari disgiunti o ad inefficaci lotte di singoli Stati-soldato. Ora più che mai l’Europa dovrebbe unirsi fronteggiando un problema d’interesse comune proprio come nel suo spirito.

 

Jennifer Murphy

Frontex e Frontex Plus, cosa sono e quale ruolo hanno nella questione sbarchi

In un precedente articolo si è parlato di Mare Nostrum l’operazione messa in atto dall’Italia per fronteggiare la questione sbarchi a Lampedusa. Rispetto al 2013 gli arrivi complessivi ad oggi sono stati più del doppio: da 60 mila a 124 380 (108 172 dei quali solo in Italia). La situazione che si delinea è sempre più drammatica e le stragi che si stanno verificando negli ultimi mesi in Siria ed Iraq per mano dell’ISIS non fanno ben sperare. L’ONU stessa lancia l’allarme e sprona l’Europa ad una maggiore collaborazione: “Non dovrebbe esser lasciato a un solo Paese il compito di far fronte al massiccio flusso di migranti”, ha recentemente affermato il portavoce dell’ONU. In realtà un’entità volta a gestire e controllare le frontiere esterne dell’Europa esiste già e si chiama Frontex. Ma cos’è Frontex? Come nasce e perché non è stata in grado di contrastare questa crisi umanitaria?

Come nasce Frontex?

Nel 1995 l’Unione europea decise di permettere ai cittadini dei Paesi aderenti di poter circolare liberamente sul territorio europeo, senza cioè doversi sottoporre a controlli doganali e senza utilizzo del passaporto: si tratta degli Accordi di Schengen. La necessità successiva fu quella di gestire in maniera efficiente ed efficace il controllo delle frontiere esterne dell’UE. Per frontiere esterne si intendono frontiere terrestri e marittime degli Stati membri dell’UE, i loro aeroporti e porti marittimi. Per contrastare il problema in maniera congiunta nel 2004 nacque l’Agenzia europea per la gestione delle frontiere esterne (Frontex) che ha sede a Varsavia. Occorre precisare che Frontex non è una sorta di “polizia europea”, l’UE ad oggi non dispone di un FBI (polizia federale) all’americana.

Logo Frontex
Logo Frontex

Che ruoli ha Frontex?

Gli Stati aderenti all’UE e quelli firmatari degli Accordi di Schengen sono sotto la “protezione” di Frontex la quale si occupa, come pre-annunciato, di controllare i confini esterni ma anche di: effettuare controlli e pattugliamenti, aiutare gli Stati membri che necessitano di un’assistenza e/o di rinforzo nel controllo delle frontiere esterne, mettere a disposizioni gruppi di intervento rapido negli Stati membri che ne dovessero fare richiesta.

Immigrazione clandestina: un problema europeo e non solo italiano

Occorre precisare che ogni Stato europeo è ufficialmente responsabile dei propri confini esterni e quindi dei propri mari e dei propri porti. Frontex costituisce un controllo addizionale, una garanzia in più di protezione e salvaguardia. Di fronte alle migliaia di persone che si sono imbarcate alla volta delle coste soprattutto italiane, l’UE non è stata capace, o forse in parte non ha voluto esserlo, di dare una risposta e soprattutto risorse per salvare e aiutare coloro che per disperazione si sono diretti verso un futuro migliore o semplicemente alla ricerca di rifugio da guerre e violenze.

Dal momento che la maggioranza dei clandestini dichiara di arrivare con l’intento poi di spostarsi in altri paesi europei, la questione non è più unicamente legata all’Italia, che risulta in realtà essere un semplice approdo per un viaggio che si preannuncia molto più lungo. È chiaro quindi a tutti che l’arrivo di queste persone oltre ad essere una questione italiana lo diventa anche per il resto d’Europa.

Grazie all’operazione Mare Nostrum l’Italia con le sue uniche forze e risorse ha cercato fino ad oggi di aiutare coloro che sbarcano sulle coste soprattutto della Sicilia. L’Europa in tutto ciò a detta di molti ha fatto poco: troppi pochi i soldi messi a disposizione dagli Stati europei lasciando il tutto in mano all’Italia che inevitabilmente ha dovuto fare da sé.

Frontex Plus e la fine di Mare Nostrum (?)

Di fronte a continue pressioni da più parti finalmente, a seguito del vertice tenutosi a fine agosto tra il Ministro dell’Interno italiano Angelino Alfano ed il Commissario agli Affari interni dell’Ue Cecilia Malmstroem, si è stabilito che a partire da novembre partirà l’operazione Frontex Plus che comporterà un rafforzamento dello sforzo europeo in tutto il Mediterraneo in tema di immigrazione e sbarchi. Il patto però appare flebile. Non è stato ancora stabilito chi e come parteciperà all’operazione , quali saranno i mezzi messi a disposizione e quali le risorse. L’adesione infatti sarà volontaria e ognuno potrà stabilire se, come e quanto contribuire all’operazione. L’Italia minaccia di porre fine a Mare Nostrum (che ricordiamo è nata puramente per fronteggiare una situazione di emergenza e non è un’istituzione permanente) se l’Europa non farà qualcosa di concreto. Intanto gli sbarchi non si fermano e le risorse stanno finendo, ricordiamo infatti che l’Italia spende 9,5 milioni euro al mese per le attività in mare.

 

Jennifer Murphy

La Svizzera chiede di ritrattare gli Accordi di Schengen: cosa sono e chi ne fa parte?

Il 50,3 % degli svizzeri nel febbraio scorso tramite referendum ha detto sì ad una nuova regolamentazione e riduzione dell’accesso di immigrati nel Paese. Per trasformare in legge la volontà del popolo ora la Svizzera si è dovuta rivolgere all’Unione europea per rivedere il Trattato di Schengen sulla libera circolazione dei cittadini. Ma perché la Svizzera, che non è un paese membro dell’UE, deve fare riferimento a Bruxelles per mondificare le sue leggi? E soprattutto, cosa prevede esattamente il Tratto di Schengen e quali sono i Paesi che vi aderiscono?

Cos’è il Trattato di Schengen?

Per Trattato di Schengen o accordi di Schengen si fa riferimento per l’appunto ad un trattato sottoscritto da paesi sia membri dell’Unione sia paesi terzi (cioè non membri dell’UE), che regola la libera circolazione delle persone attraverso l’abolizione dei controlli doganali. L’accordo è stato firmato a Schengen entrando in vigore nel 1995 ed è grazie a questo trattato che un cittadino italiano può liberamente viaggiare in ben 29 Stati diversi senza dover affrontare controlli doganali o avere un passaporto.

Chi ha aderito al Trattato di Schengen?

In tutto gli Stati firmatari sono 29: 22 sono membri dell’Unione europea (Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Italia, Austria, Grecia, Danimarca, Finlandia, Svezia, Slovenia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Malta) e 7 extra europei cioè Stato del Vaticano, Repubblica di San Marino (questi due non direttamente ma tramite l’Italia), Monaco (tramite la Francia), Svizzera, Liechtenstein, Norvegia, Islanda. Gran Bretagna e Irlanda hanno invece scelto di non aderire al trattato, mentre Bulgaria, Romania, Cipro e Croazia, pur essendo parte dell’UE, non sono inclusi nell’area Schengen in quanto non hanno ancora completato le procedure necessarie.

La Svizzera e Schengen, cosa cambierà?

La Svizzera avendo sottoscritto gli accordi di Schengen è ovviamente obbligata a rispettarli, ora che la maggioranza dei cittadini ha dichiarato di voler ridurre la possibilità di immigrare nei propri cantoni, il Paese si trova a dover contrattare con l’UE. Molti hanno gridato allo scandalo, in particolare l’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Unione europea Catherine Ashton che si è dichiarata rammaricata per le decisioni della Svizzera, che già in precedenza aveva posto dei limiti all’immigrazione verso Paesi non membri dell’UE. Queste misure sono infatti contrarie all’accordo sulla libera circolazione delle persone e, secondo alcuni, tali provvedimenti non considerano i grandi benefici che la libera circolazione delle persone determina per i cittadini svizzeri. In ogni caso la Commissione europea ha dichiarato che esaminerà la richiesta ricevuta dalle autorità svizzere di rinegoziare l’Accordo, ma chiude alla possibilità di stabilire delle quote o preferenze nazionali.

Manifesto referendum contro l'immigrazione di massa
Manifesto referendum contro l’immigrazione di massa

Cos’ha spinto gli svizzeri a questa scelta e quali saranno gli effetti?

Per cercare di capire i motivi che hanno spinto gli svizzeri a dichiarare di voler limitare l’immigrazione, occorre guardare ai dati sulle votazioni: il rigetto del referendum si è concentrato soprattutto nelle grandi città e nella Svizzera francese, mentre nei Cantoni interni e nel Ticino si sono concentrati i voti favorevoli. Molti cittadini italiani infatti si recano soprattutto in Ticino per lavorare, sono i così detti frontalieri cioè cittadini che vivono in uno Stato e lavorano in un altro. Alcuni svizzeri accusano i frontalieri di “rubargli il lavoro” essendo una zona non molto estesa e quindi non particolarmente ricca di lavoro, è difficile però stabilire se queste accuse siano o meno fondate data la bassa disoccupazione in questa zona. Dal punto di vista economico è stato calcolato che la Svizzera cambiando la regolamentazione vigente sull’immigrazione nei prossimi anni potrebbe perdere lo 0,3 % del PIL, ma molto probabilmente gli effetti di tali provvedimenti dipenderanno in gran parte da ciò che verrà accordato con Bruxelles. Sicuramente l’Unione europea cercherà di opporsi alle richieste svizzere, anche perché, date le forti ondate migratorie tra gli Stati europei, si rischierebbe di creare un pericoloso precedente. Le tensioni diplomatiche tra UE e Svizzera non sono certo destinate a diminuire.

Jennifer Murphy