Ha fatto molto discutere negli ultimi giorni la proposta del Sindaco di Roma Ignazio Marino di costituire nella capitale un “quartiere a luci rosse”. In assenza di una legge nazionale per la regolamentazione della prostituzione, il Sindaco propone la creazione di un quartiere in cui la prostituzione venga “tollerata” con multe per clienti e prostitute che esercitano la loro “professione” di fuori di quest’area. Non si parla quindi di un quartiere su modello di Amsterdam o di una vera e propria regolamentazione come in Germania, ma di un provvedimento volto alla salvaguardia del decoro delle numerose vie abitate nelle quali quotidianamente i residenti assistono impotenti al fenomeno.

L’Italia ieri ed oggi

Fino al 1958 in Italia la prostituzione era considerata “legale”. Di fatto la legge Merlin a partire da quella data ha sancito“l’abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui”, oltre alla chiusura delle case di tolleranza. L’introduzione di questa legge ai tempi costituiva un passo importante per la salvaguardia delle donne e per l’eticità di un paese che rincorreva il progresso. Di fatto però, come prevedibile, il mestiere più antico del mondo non si è mai estinto. Numerosi già all’epoca furono gli oppositori all’eliminazione della regolamentazione, evidenziando come lo sfruttamento andasse contrastato ma che la prostituzione sarebbe comunque rimasta anche negli anni a seguire. Di fatto ad oggi in Italia la prostituzione è considerata lecita ma impossibile da praticare nella legalità.

Molti parlamentari e senatori si battono affinché tale legge venga abrogata: Forza Italia nel 2013 e Lega Nord nel 2014 hanno proposto una raccolta firme, mai andata a buon fine, per tenere un referendum. La proposta di Marino è stata ben accolta da molti in quanto vista come un primo passo verso la garanzia di maggiore salvaguardia e tutela sia delle prostitute sia degli abitanti dei quartieri maggiormente soggetti al fenomeno. Altri invece dichiarano di voler continuare a battersi affinché il fenomeno venga estinto e punito anziché incentivato appellandosi a moralità ed eticità.

La prostituzione nel resto d’Europa

L’Italia risulta in buona compagnia con la maggioranza degli Stati dell’Europa occidentale privi di una regolamentazione a riguardo (tra i quali Belgio, Spagna, Francia, Danimarca, Regno Unito, Irlanda ed altri), mentre in altri vige l’illegalità totale come in Albania, Serbia e Romania. Non esiste ad oggi una legge europea che fornisca indicazioni precise circa la prostituzione, ma ovviamente l’Unione intera afferma la necessità di combattere qualsiasi forma di sfruttamento/induzione, con particolare occhio di riguardo verso i minori.

Il mestiere più antico del mondo ha trovato nei Paesi Bassi il primo paese europeo che lo ha reso legale, mentre la Germania nel 2002 ha approvato la Prostitutionsgesetz, la legge che regolarizza la prostituzione. In tal modo sono stati riconosciuti alle lavoratrici/lavoratori di questo settore numerosi diritti come quello all’assistenza, al trattamento pensionistico e previdenziale. Insieme ai diritti sono stati individuati gli obblighi: i/le “sex worker” possono esercitare la loro professione in maniera autonoma oppure come dipendenti, ma in ogni caso devono versare le tasse allo Stato. Ogni Länder ha la possibilità di decidere in autonomia come applicare la legge. A seconda delle città la situazione cambia passando dalla libertà totale, alla possibilità di prostituirsi solo in alcune aree e/o fasce orarie. Alla base della legge tedesca vi è la regolamentazione vista come mezzo per integrare la prostituzione nell’economia oltre che uno strumento per contrastare lo sfruttamento ed il mercato illegale.

Il modello tedesco come esempio virtuoso? Per molti la risposta è sì allettati dalla possibilità di rimpinguare le casse dello Stato con le entrate provenienti dalla prostituzione. Nel 2013 è stato infatti calcolato che se fosse regolamentata porterebbe 10 miliardi di euro in più all’anno. Tale visione si contrappone però con quella di chi sostiene che un paese civile come l’Italia non può ritenere questa attività come legale ed accettabile.

 

Jennifer Murphy

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Mi sono avvicinata alle dinamiche europee ed internazionali durante i miei anni di studi universitari che mi hanno portata a laurearmi in Scienze politiche-Studi internazionali presso l’Università degli studi di Trento con una tesi sulla diffusione delle tematiche europee nelle scuole superiori ed attraverso i media. Attualmente sono studentessa presso il corso di laurea magistrale in Gestione delle organizzazioni e del territorio, sempre all’Università di Trento. Spero un giorno di poter trasformare questa mia passione in un lavoro.

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