Si sente spesso parlare dei così detti fondi europei ma pochi sanno cosa sono e per molti rimangono solo una leggenda metropolitana. Quando vengono nominati, soprattutto in Italia, assumono un carattere negativo in quanto viene posto l’accento sul fatto che non siamo capaci di usarli diventando quasi un peso, come se avere dei soldi in tasca costituisse un problema perché troppo difficile pensare a come spenderli. Qualche tempo fa Grillo aveva addirittura esortato l’Europa a non dare soldi all’Italia, ed in particolare al Sud, in quanto a suo dire finirebbero nelle mani delle mafie. Ebbene vediamo innanzitutto cosa sono questi fondi, da dove arrivano, come spenderli e soprattutto perché l’Italia fatica a farlo.

Cosa sono i fondi europei?

Quando si parla di fondi europei ci si riferisce per l’esattezza ai fondi strutturali cioè degli strumenti di intervento creati e gestiti dall’Unione europea con lo scopo di finanziare progetti di sviluppo all’interno dell’UE. Questi fondi nascono con tre principali obiettivi: aumentare la competitività e l’occupazione, ridurre la disparità tra le regioni in termini economici, aumentare la cooperazione transfrontaliera. Il motivo principale per il quale questi fondi sono stati istituiti è l’intento di rendere gli Stati dell’UE il più omogenei possibile, avvicinandoli dal punto di vista economico al fine di realizzare un’unione non più solo economica ma anche politica (se gli Stati sono più simili sarà più semplice praticare politiche comuni). I fondi europei hanno una ciclo di sette anni, al loro scadere verranno rifinanziati e riscritti in base alle necessità che nel frattempo possono essere mutate, oppure a seguito dell’entrate di nuovi Stati nell’Unione.

Da dove arrivano i soldi?

Attualmente i fondi europei costituiscono il 37% del bilancio dell’intera Unione, cioè più di un terzo dei soldi spesi dall’UE sono investiti nei fondi strutturali. Ma da dove arrivano i soldi? Di certo non cadono dal cielo e nemmeno vengono stampati a piacimento dalla BCE come sostengono alcuni. L’intero bilancio dell’UE, e quindi anche i soldi che vengono investiti nei fondi, provengono dagli stessi Stati europei i quali finanziano l’UE principalmente tramite: dazi doganali che vengono riscossi sulle merci che entrano nell’UE, prelievi sui prodotti agricoli importati, contributi basati sulle entrate dell’IVA e sul prodotto nazionale lordo di ogni Stato membro.

Ecco come l'UE ha deciso di distribuire i fondi per il periodo 2014-2020: le aree in rosso sono quelle considerate le più bisognose perché meno sviluppate delle altre.

Per le politiche di coesione del periodo 2014-2020 ecco come sono stati divisi i Paesi dell’UE: le aree in rosso sono quelle considerate le più bisognose perché meno sviluppate delle altre.

L’Italia e i fondi europei

L’Italia, oltre ad essere tra i maggiori contribuenti, è anche tra i paesi che maggiormente usufruiscono dei fondi, almeno della teoria. Nel 2013 ha elargito l’11% dei versamenti posizionandosi al quarto posto dopo Germania, Francia e Regno Unito, mentre ha ricevuto 27,92 miliardi di euro occupando il terzo posto dopo Polonia e Spagna.

Come l’Italia (non) spende i fondi europei

Mentre ci sono Stati che si lamentano di pagare più di quanto ricevono, ci sono altri che pur avendo i soldi faticano a spenderli. Tra il 2007 ed il 2013 l’Italia ha speso meno della metà dei soldi che ha ricevuto facendo peggio solo di Croazia e Romania. Ma com’è possibile che ciò avvenga? Ebbene, una volta che i soldi vengono assegnati a ciascuno Stato, esso deve adoperarsi affinché vengano convogliati in progetti specifici e questo richiede una pianificazione “dal basso” che deve coinvolgere tutti gli attori politico-amministrativi, dal governo nazionale alle regioni, alle province, ai comuni fino ai sindacati, alle associazioni, alle imprese ecc.. e spesso in tutto ciò la burocrazia costituisce il più grande ostacolo. Spesso poi si prediligono progetti che mettono in ballo cifre molto elevate a discapito di quelle più modeste per paura di incappare in difficoltà organizzative, limitando però così l’accesso ai fondi stessi. Ora il Bel Paese si trova a dover spendere questi soldi in maniera affrettata rischiando veramente di mettere i soldi nelle mani sbagliate.

È evidente che, ancora una volta, la scarsa organizzazione e l’eccessiva burocrazia dello Stato italiano, ci impediscono di fare passi avanti rischiando al contrario di perdere ancora più credibilità agli occhi dell’Europa intera. Semplificare l’accesso a questi fondi, senza ovviamente perdere il controllo sui destinatari, deve diventare una priorità perché è assurdo pensare che ci siano a disposizione dei soldi per migliorare la vita dei cittadini e che questi non vengano utilizzati.

Ecco infine un esempio di come un’azienda di Praga, usufruendo dei fondi europei, è riuscita a crescere ed ad aumentare la propria produzione.

 

Jennifer Murphy

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Mi sono avvicinata alle dinamiche europee ed internazionali durante i miei anni di studi universitari che mi hanno portata a laurearmi in Scienze politiche-Studi internazionali presso l’Università degli studi di Trento con una tesi sulla diffusione delle tematiche europee nelle scuole superiori ed attraverso i media. Attualmente sono studentessa presso il corso di laurea magistrale in Gestione delle organizzazioni e del territorio, sempre all’Università di Trento. Spero un giorno di poter trasformare questa mia passione in un lavoro.

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